Carrie, la recensione della serie tv di Mike Flanagan: la vendetta secondo Isaac Newton
Serie TV
Introduzione
Dal 7 ottobre 2026 sono disponibili su Prime Video gli otto episodi di Carrie, la serie tv con cui Mike Flanagan rilegge il primo romanzo di Stephen King, cinquant’anni dopo il film di Brian De Palma. Summer H. Howell è una Carrie White cresciuta segregata e catapultata per la prima volta al liceo, Samantha Sloyan una Margaret White che ama e terrorizza, Siena Agudong e Alison Thornton sono Sue Snell e Chris Hargensen. Tra bullismo virale, esercitazioni contro le sparatorie, poteri telecinetici e Giovanna d’Arco, Flanagan firma un sussidiario feroce e mai compiaciuto della giovinezza contemporanea. Nel cast anche Matthew Lillard e Heather Graham.
Quello che devi sapere
Carrie di Mike Flanagan: Newton e la fisica della vendetta
«Actioni contrariam semper et aequalem esse reactionem». Nel 1687, tra le pagine dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, Isaac Newton fissava in latino la sua terza legge del moto: a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Una formula che i liceali di mezzo mondo ripetono a pappagallo, magari sognando la campanella, e che su Prime Video accompagna, come descrizione, l’ottavo e ultimo episodio di Carrie, intitolato, non a caso, Fisica avanzata.
D’altronde la telecinesi, a pensarci bene, altro non è che la fisica della vendetta. Un corpo umiliato, deriso, spinto contro gli armadietti, a un certo punto restituisce la spinta. Con gli interessi.
Dal 7 ottobre 2026 sono disponibili su Prime Video ( (visibile anche su Sky Glass, Sky Q e tramite app su NOW Smart Stick)) tutti gli otto episodi della serie tv con cui Mike Flanagan, il regista di The Haunting of Hill House e Doctor Sleep, rilegge Carrie, il primo romanzo pubblicato da Stephen King nel 1974. Quello che lo scrittore aveva gettato nel cestino della carta straccia e che la moglie Tabitha ripescò, convincendolo a finirlo. Galeotto fu il cestino, e chi ci frugò dentro.
Mezzo secolo dopo il film di Brian De Palma (1976), Flanagan aveva davanti un problema da manuale. Carrie – Lo sguardo di Satana, ça va sans dire, è un capolavoro intoccabile. Il remake maldestro firmato da Kimberly Peirce nel 2013 lo aveva dimostrato con zelo quasi didattico: ricalcare quel film significa soltanto sbiadirlo. L’unica strada percorribile era tradire per conservare. Tradire la lettera per salvare lo spirito fiammeggiante di King.
Summer H. Howell e Samantha Sloyan: Carrie e Margaret nell’armadio
Tutto comincia con una voce fuori campo, sopra le immagini di edifici in fiamme. Una telefonata al 911. Dall’altro capo del filo qualcuno ansima: c’è un incendio, un brutto incendio, alla Ewen High School, nella palestra. Le chiamate si susseguono, il fuoco dilaga dalla scuola alla città, i corpi si moltiplicano lungo le strade. Il disastro, insomma, ci viene servito come antipasto.
Flanagan sa benissimo che tutti conosciamo l’iconografia della storia: il ballo, la corona, il secchio. Sicché la catastrofe viene anticipata, come una profezia già avverata, e siamo costretti a guardare altrove. Nei dettagli. Nelle crepe.
Carrie, peraltro, si fa attendere. Compare dopo oltre cinque minuti, rinchiusa insieme alla madre nell’armadio contrassegnato dal crocifisso. A scovarle è la polizia, dopo che Ralph White (Tahmoh Penikett), padre di famiglia e survivalista in perenne attesa dell’apocalisse, è morto in un incidente in un cantiere edile. L’Armageddon, beffardo, lo ha colto con l’elmetto in testa, ma nel posto sbagliato.
Il giudice decide: Margaret dovrà trovarsi un lavoro e la figlia, Carrietta per l’anagrafe e Carrie per scelta, dovrà frequentare il liceo pubblico. Per la prima volta. Ecco la grande invenzione di Flanagan: la sua protagonista non è soltanto una ragazza bullizzata, è un’esule appena sbarcata su un pianeta sconosciuto.
Tra le ispirazioni dichiarate dal regista c’è il caso della famiglia Turpin, i genitori californiani che tenevano segregati i loro tredici figli, scoperto nel 2018 quando una delle ragazze riuscì a fuggire e a chiamare la polizia. Carrie non ignora il mondo per innocenza adolescenziale: lo ignora perché qualcuno le ha murato le finestre.
Summer H. Howell le presta occhi spalancati e una curiosità da cucciolo appena uscito dalla tana: una dolcezza che fa male, perché sappiamo quale universo di crudeltà la aspetti. Accanto a lei Samantha Sloyan, già fanatica bigotta in Midnight Mass, compone una Margaret White lontanissima dalla strega allucinata di Piper Laurie e dalla devota autolesionista di Julianne Moore.
È una madre che ama davvero, o almeno è convinta di amare, e proprio per questo spaventa: la sua prigione ha le pareti imbottite di preghiere e di affetto. E certe sue invettive contro la modernità, va detto, non sono del tutto campate in aria. Quasi.
Da Menarca a Fisica avanzata: gli episodi di Carrie
A partire dal secondo, gli episodi portano titoli da registro di classe: Lingua straniera, Scienze sociali, Arti drammatiche, Educazione fisica, Economia domestica, Letteratura romantica, Fisica avanzata. Il primo, in italiano, si chiama Menarca, e qui la traduzione perde per strada un gioco di parole crudele: l’originale First Period significa al tempo stesso «prima ora di lezione» e «prima mestruazione». Il primo giorno di scuola e il primo sangue coincidono. Del resto, già nel romanzo tutto cominciava nelle docce della palestra.
Ne esce un sussidiario illustrato della giovinezza, mai così dolente e feroce. Un’antologia scolastica in cui ogni materia insegna, in fondo, la stessa lezione: quanto fa male il bullismo all’anima. Senza mai edulcorare e senza mai compiacersi, Flanagan racconta quanto sia difficile, e pericoloso, essere giovani oggi.
La sequenza dell’esercitazione contro un assalto armato al liceo mette i brividi, pure se si chiude con una gag slapstick degna delle comiche di Mack Sennett. Si ride, certo. Ma è la risata nervosa di chi sa che negli Stati Uniti, da Columbine in poi, imparare a nascondersi durante una sparatoria è entrato nel programma scolastico, come le equazioni e la ricreazione.
E poi, che mondo può essere quello in cui la gentilezza non è più nemmeno una debolezza, ma un difetto, un vizio, una cosa da aborrire e sbertucciare, come la forfora, il tartaro, la balbuzie? Il mondo di Carrie, appunto, dove ogni umiliazione può essere filmata, condivisa, trasformata in spettacolo.
Tra le fonti citate da Flanagan c’è lo scandalo dell’Albany High School, in California, dove nel 2017 venne scoperto un account Instagram privato, creato da uno studente e seguito da un ristretto gruppo di compagni, che diffondeva contenuti razzisti e offensivi contro alcuni compagni, in particolare ragazze afroamericane.
Jean-Paul Sartre, in A porte chiuse, sentenziava che «l’inferno sono gli altri». Alla Ewen High School l’inferno sono gli altri con lo smartphone in mano.
Chris Hargensen e Billy Nolan: i bulli della porta accanto
L’idea vincente della serie è che pure bulle e bulli hanno un’anima. Non si tratta della tenerezza del lupo travestito da agnello, bensì di dolore che si trasfigura in violenza. Flanagan non giustifica, ci mancherebbe. Piuttosto ammonisce: i cattivi, i villain, non arrivano da Marte. Abitano la porta accanto, cenano con mamma e papà, curano il proprio profilo social con la dedizione di un miniaturista.
La Chris Hargensen di Alison Thornton è una reginetta bionda e spietata, con dentro gli occhi una ferita che non si rimargina: il matrimonio dei genitori (Heather Graham e Michael Trucco) che implode tra le pareti di una villa troppo grande. Non a caso, nel terzo episodio risuona Villains Aren’t Born (They’re Made) di PEGGY. I cattivi non nascono, si fabbricano. In casa, di solito.
Esemplare, in questo senso, la scena del cavalcavia. Billy Nolan (Arthur Conti) chiede a Chris se vuole che getti un mattone sulle auto che sfrecciano di sotto. Lo solleva oltre il parapetto. Lei protesta: è pericoloso, potrebbe ferire qualcuno. E lui, serafico, ribalta il ragionamento. In realtà li sta salvando. Perché se lascia andare il mattone sarà la gravità a prenderlo, e qualcuno potrebbe farsi male. Ma lui lo tiene, quindi chi passa là sotto dovrebbe ringraziarlo.
Poi la sentenza: ci sono due tipi di persone a questo mondo, quelli che tengono i mattoni e quelli che passano sotto.
Newton, di nuovo. La mela che cade, il mattone che resta sospeso. In quella battuta c’è l’intera filosofia del potere adolescenziale (e non solo): la crudeltà che pretende gratitudine per il male che, bontà sua, non ha ancora commesso.
Tra i due fuochi oscilla la Sue Snell di Siena Agudong, combattuta tra il fastidio per le stranezze di Carrie e il senso di colpa, testimone di una tragedia di cui si sente in parte responsabile. Joel Oulette è Tommy Ross, il fidanzato di Sue che accetta di accompagnare Carrie al ballo.
Amber Midthunder, la guerriera comanche di Prey, è Rita Desjardin, l’insegnante di educazione fisica che prova a proteggere l’indifesa, mentre Rahul Kohli veste i panni del professore di inglese Seth Peist. E c’è uno spassoso cortocircuito nel ritrovare Matthew Lillard, lo Stu di Scream, nel ruolo rispettabile del preside Henry Grayle. L’assassino col coltello è passato dietro la cattedra: chiamatela carriera.
Giovanna d’Arco, Eusapia Palladino e la telecinesi
Ma Carrie non è soltanto un teen drama dell’orrore. È un’opera capace di mescolare le proiezioni astrali con Giovanna d’Arco, le speculazioni edilizie con il ballo di fine anno. Flanagan e il suo gruppo di sceneggiatori hanno setacciato la storia alla ricerca di eventi inspiegabili per offrirne una lettura soprannaturale: come se la telecinesi fosse un’eredità che corre sottopelle, di donna in donna, attraverso i secoli.
Ecco allora Angela Cavallo, una madre della Georgia che nel 1982, secondo un celebre racconto di cronaca, avrebbe sollevato una Chevrolet Impala per liberare il figlio rimasto schiacciato sotto l’auto. Ecco il colossale ingorgo autostradale cinese del 2010, circa cento chilometri di lamiere quasi immobili per una dozzina di giorni, qui reinventato con una donna che, meditando per non impazzire, si mette a levitare sopra la propria vettura.
Ed ecco le medium e le ragazze «elettriche» tra Ottocento e Novecento, tra cui la nostra Eusapia Palladino, la pugliese che faceva ballare i tavolini davanti agli scienziati di mezza Europa (e che più di una volta fu colta a barare).
Affiorano nei prologhi di alcuni episodi, tra fotografie d’epoca e ritagli di giornale ingialliti, come pagine strappate a un archivio del paranormale. La serie prende fatti storici, testimonianze e leggende, poi li dispone in una genealogia fantastica, come se il soprannaturale avesse lasciato tracce che soltanto pochi hanno saputo leggere.
Su tutte svetta la Pulzella d’Orléans, evocata attraverso disegni e dipinti: la contadina che sentiva le voci, guidò gli eserciti di Francia e morì sul rogo a Rouen nel 1431, a diciannove anni. Santa per alcuni, strega per altri. Proprio come Carrie agli occhi di Margaret, che non sa leggere il potere della figlia se non con l’alfabeto del demonio.
In fondo, quando una donna fa paura, la storia ha sempre avuto a disposizione due soli cassetti: l’altare o il rogo.
Flanagan dirige quattro episodi su otto (il primo, il secondo, il settimo e l’ottavo), mentre gli altri portano la firma di Kate Siegel, Axelle Carolyn, Kyra Sedgwick e Hiromi Kamata. Metà della stagione passa così attraverso uno sguardo femminile, per una storia di donne che la Storia ha preferito non vedere.
La colonna sonora di Carrie: dai Newton Brothers a Lana Del Rey
A firmare la partitura sono i Newton Brothers, fedelissimi di Flanagan (Newton, ancora lui, stavolta al plurale). Ma la serie vive anche di una pioggia di canzoni, oltre una dozzina in diversi episodi. Nel primo risuona In the Bleak Midwinter nella versione dei Wolf Alice, canto natalizio nato da una poesia di Christina Rossetti: un inverno desolato che pare scritto apposta per casa White.
In Letteratura romantica arriva Lana Del Rey, sacerdotessa della malinconia americana, con Did You Know That There’s a Tunnel Under Ocean Blvd, mentre il duo Haute & Freddy, presenza ricorrente, rilegge In Your Eyes di Peter Gabriel: la canzone che John Cusack sparava dallo stereo portatile sotto la finestra dell’amata in Non per soldi... ma per amore (1989).
Un romanzo di formazione in musica, anche questo. Solo che a Ewen il primo amore, la sera del ballo, rischia di costare assai caro.
Stephen King, Brian De Palma e il remake: tradire per salvare
Con King, Flanagan ha una consuetudine antica: Il gioco di Gerald, Doctor Sleep, The Life of Chuck. Sa che lo scrittore del Maine, qui produttore esecutivo, non teme i tradimenti, purché siano d’amore. D’altra parte, la Carrie di Sissy Spacek e la Margaret di Piper Laurie valsero a entrambe una candidatura all’Oscar, e nessuno, sano di mente, proverebbe a rifarle inquadratura per inquadratura.
Flanagan sceglie di conservare i simboli senza imbalsamarli. Il sangue, il fanatismo religioso, il ballo scolastico, la vendetta: ci sono tutti, ma appartengono a un mondo che ha imparato a moltiplicare la crudeltà attraverso gli schermi.
Il risultato è un adattamento che non cerca di sostituire De Palma, bensì di instaurare con lui un dialogo. Non una gara tra autori, ma un confronto tra epoche, paure e modi differenti di rappresentare l’adolescenza.
E De Palma? Il regista di Vestito per uccidere si palesa nella parte finale dell’ottavo episodio, nell’insegna di un cinema di Chamberlain, nel Maine, che annuncia «Brian De Palma: Retrospective in 35 mm». Un omaggio affettuoso e insieme un congedo, un piccolo tempio della pellicola evocato nel cuore di una storia che ha deciso di cercare altrove la propria identità.
Come dire: grazie, maestro, ma questa è un’altra storia.
Carrie: scheda tecnica, cast ed episodi della serie tv
Titolo: Carrie
Ideazione e showrunner: Mike Flanagan, dal romanzo di Stephen King
Regia: Mike Flanagan (episodi 1, 2, 7 e 8), Kate Siegel (3), Axelle Carolyn (4), Kyra Sedgwick (5), Hiromi Kamata (6)
Cast: Summer H. Howell, Samantha Sloyan, Siena Agudong, Alison Thornton, Joel Oulette, Josie Totah, Arthur Conti, Thalia Dudek, Amber Midthunder, Matthew Lillard, Rahul Kohli, Kate Siegel, Heather Graham, Katee Sackhoff, Michael Trucco, Tahmoh Penikett, Ruth Codd, Gil Bellows
Fotografia: Michael Fimognari, Michael Wale, Maria Rusche
Musiche: The Newton Brothers
Produzione: Amazon MGM Studios, con Stephen King produttore esecutivo
Episodi: 8, tra i 48 e i 59 minuti ciascuno: Menarca, Lingua straniera, Scienze sociali, Arti drammatiche, Educazione fisica, Economia domestica, Letteratura romantica, Fisica avanzata
Dove vederla: Prime Video, tutti gli episodi dal 7 ottobre 2026
Se Carrie fosse un cocktail: la Regina del Ballo, un punch analcolico
Se Carrie fosse un cocktail sarebbe la Regina del Ballo, un punch analcolico di quelli che si servono nelle feste scolastiche americane, dentro grandi coppe di vetro, tra festoni di carta crespa, palloncini e promesse d’amore destinate a durare meno di una canzone.
Succo di melagrana, il frutto che trattenne Persefone negli inferi e che qui ha il colore del primo sangue; qualche goccia di acqua di rose, come il bouquet appuntato al polso la sera della festa; succo di lime, l’acidità dei corridoi del liceo; e una colmata di ginger ale, perché le bollicine, come certi sorrisi adolescenziali, possono nascondere qualcosa di pungente.
Solo alla fine, tre gocce di sciroppo di amarena lasciate cadere dall’alto, che scendono lente nel bicchiere come il contenuto di un secchio rovesciato dalle travi della palestra. Si allargano piano, macchiano il rosa, non chiedono permesso.
Il tutto servito in una coppa da punch, di quelle che sembrano uscite da un vecchio film americano, dove la reginetta viene incoronata sotto una pioggia di coriandoli e la felicità ha sempre l'aria di essere sul punto di rompersi.
Nessun alcol, nessuna ebbrezza. Soltanto una bevanda innocente che cambia colore. Come un'adolescenza che qualcuno ha deciso di macchiare per sempre.
Da trangugiare tutto d’un fiato? Nient’affatto. A piccoli sorsi, con gentilezza. Che, a dispetto di quanto si pensi alla Ewen High School, non è un difetto.
Il giudizio: Carrie di Mike Flanagan è una lezione da imparare
Che cosa può diventare una ragazza alla quale è stato insegnato che il mondo è pericoloso e che, appena mette piede fuori di casa, scopre quanto possano essere crudeli le persone che lo abitano?
È la domanda che attraversa la serie di Flanagan, al di là del sangue e delle manifestazioni del soprannaturale. Perché Carrie è anche la storia di un’educazione sentimentale negata, di una giovinezza sequestrata e restituita troppo tardi, quando la paura ha già imparato a parlare il linguaggio della rabbia.
La forza della riscrittura sta proprio nel sottrarsi alla tentazione del mostro. Carrie non è soltanto una vittima, né una semplice incarnazione della vendetta. È una creatura che cerca disperatamente un posto nel mondo, mentre gli altri sembrano impegnati a dimostrarle che quel posto non esiste.
E Flanagan, che conosce bene il peso dei fantasmi familiari, non ha bisogno di trasformare ogni scena in un bagno di sangue per inquietarci. Gli bastano una madre che prega, un telefono che registra un’umiliazione, un mattone tenuto sospeso sopra un’autostrada. La violenza, prima di esplodere, è già tutta lì. Nella possibilità di fare del male e nella scelta, sempre più rara, di non farlo.
Il regista ha parlato della possibilità di sviluppare la storia nell'arco di tre stagioni, una vera e propria trilogia, ma per ora Prime Video non ha annunciato alcun rinnovo. Nell’attesa, teniamoci stretta questa. Godiamocela, come si fa con le materie che a scuola odiavamo e che poi, crescendo, abbiamo scoperto servissero davvero.
Perché Newton, dopotutto, aveva ragione: a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.
Il bullismo è l’azione. Carrie è la reazione.
E stavolta, almeno, a bruciare è soltanto lo schermo.