Euphoria 3, Con la pioggia o con il sole: il caos prima del finale. Recensione episodio 7
Serie TVIntroduzione
Nel settimo episodio della terza stagione di Euphoria, intitolato Rain or Shine — Con la pioggia o con il sole — Sam Levinson firma uno dei capitoli più oscuri, violenti e spirituali dell’intera serie HBO con Zendaya. Rue si convince di aver ricevuto un segno divino mentre Ali torna al centro della storia con un doloroso viaggio nel passato tra crack, dipendenza e redenzione. Cassie vede sgretolarsi la propria vita in una Los Angeles sempre più malata e apocalittica, attraversata da serpenti, neonazisti, vendette e sensi di colpa. Un episodio feroce, allucinato e pieno di tensione che trascina Euphoria verso un finale di stagione imprevedibile. Disponibile su Sky e NOW.
Quello che devi sapere
Euphoria, tra fede, serpenti e redenzione: il caos prima del finale
«Se c'è un inizio, deve esserci una fine.» Rue Bennett (Zendaya)lo dice in voce fuori campo, e lo dice con la serenità di chi ha smesso di lottare contro la corrente — o di chi si è convinto di avere Dio dalla propria parte, il che, come dimostra questo episodio, può essere la stessa cosa e può fare gli stessi danni. Rain or Shine — Con il sole o con la pioggia — è il penultimo episodio della terza stagione di Euphoria , (disponibile su Sky e NOW ), e Sam Levinson lo tratta come tale: niente rallentamenti, niente vie d'uscita pulite, nessuna misericordia distribuita con criteri comprensibili. Come diceva Mao — e come si conviene alla redenzione tanto quanto alla rivoluzione — questa non è roba da pranzo di gala.
Il titolo viene dal Vangelo secondo Matteo 5,45: «Egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.» La grazia, in altre parole, è democratica e indiscriminata — cade su tutti, il che è tanto una promessa quanto una minaccia. Euphoria è una serie in cui le stripper si chiamano come i componenti degli X-Men, lo Joshua Tree può essere al tempo stesso un simbolo angelico e diabolico, e gli animali che la attraversano sono sempre apotropaici: il pitone di Bishop, il serpente a sonagli di questa settimana, i cuccioli delle SS di cui parleremo. È un bestiario morale. E questo episodio ne è il capitolo più oscuro.
La colonna sonora lo dichiara fin dall'apertura: Giant Steps di John Coltrane, 1960. Il brano più vertiginoso della storia del jazz, quello in cui la progressione armonica gira così veloce che anche i musicisti più dotati faticano a stargli dietro. È la mente di Rue convinta di controllare tutto mentre tutto le sfugge di mano. Poi l'immagine: Ali, giovane, in una squallida stanza di motel a Los Angeles.
Ali Muhammad, il passato di droga e redenzione che spezza Euphoria
Prima dei titoli di testa, uno squarcio nel passato di Ali Muhammad (Colman Domingo). In una squallida camera di motel di Los Angeles, Ali si nutre di crack e imita le mosse di Cassius Clay mentre il televisore rimanda le immagini del match contro Sonny Liston. Ma quando combatti con la droga, l'incontro è sempre truccato: finisci al tappeto imbottito di morfina. A tenergli compagnia c'è una donna con un tutore al polso, magistralmente interpretata da Natasha Lyonne (che per anni aveva chiesto di essere scritturata in Euphoria, e Levinson ha aspettato il momento giusto — che era questo). Ali non è ancora l'uomo che Rue conosce. È uno che tradisce sua moglie, torna a casa a menar le mani, mentre la figlia è seduta a tavola e, alla fine, si ritrova in ospedale.
Quando l'infermiera gli offre la morfina, dice no. Piange. Si iscrive in un gruppo di recupero. E da quel momento — con la lentezza dolorosa di chi ricostruisce un edificio mattone per mattone sapendo che potrebbe crollare di nuovo — diventa ciò che è: una guida, un faro, uno che crede che la speranza stia dentro le persone anche quando le persone fanno di tutto per ammazzarla.
Solo chi cade può risorgere. Ali diventa quella figura: invita a credere in un futuro luminoso, a percepire se stessi come speranza. Ma Levinson aggiunge il dettaglio che trasforma la storia in qualcosa di insostenibile: il taccuino. Ogni volta che Ali perde qualcuno, scrive il nome e la data. «Il libro dei morti», lo chiama Rue. Lo vediamo sfogliarlo: pagine e pagine di nomi e date. La lotta contro la dipendenza raccontata come un registro funebre. Colman Domingo in queste scene porta un peso spaventoso, lo tiene fermo, lo porta come si porta una pietra in tasca. Nel tempo di un'inquadratura su quelle pagine scritte a mano, capisci tutto quello che questa serie ha sempre voluto dire.
Rue crede di essere invincibile: il delirio mistico di Euphoria
Rue Bennett (Zendaya) all'inizio dell'episodio è ubriaca di fede. Il roveto ardente della settimana scorsa le ha convinto che Dio esiste, che la redenzione esiste, e che lei è tra coloro ai quali è stata accordata. Il problema — e Euphoria ce lo mostra con spietata lucidità — è che Rue ha scambiato la fede con l'invincibilità. La prima aiuta a sopportare il dolore. La seconda è la bugia che il dolore non ti toccherà.
Lexi (Maude Apatow) fa il tè, scrive al computer, e ascolta Rue raccontare del roveto ardente con la pazienza di chi ha già sentito troppe versioni di questa storia. «Quindi ha dato fuoco a un albero protetto solo per parlarti?» dice, sarcastica. Quando Rue rivela di lavorare contemporaneamente per Alamo, per i neo-nazisti di Wayne e come informatrice della DEA — in pratica una tripla spia con zero esperienza di campo e un debito morale enorme — Lexi non ce la fa. «No wonder your mom doesn't talk to you anymore.» Uno schiaffo verbale preciso come un bisturi. Rue esce sbattendo la porta.
Con Ali, invece, il confronto diventa qualcosa di diverso. Si incontrano a casa sua — non al solito bar, questa volta, con i pancakes al posto dei piatti usuali — e Rue gli racconta tutto. Ali vorrebbe prendere il fucile a canne mozze e risolvere lui. Poi si ferma. «Vuoi disfare il male che hai fatto? Comincia cambiando te stessa.» E aggiunge quello che nessuno vuole sentirsi dire: Mosè non arriva nella Terra Promessa. Indica la strada, conosce il percorso, ma la Terra Promessa non la vede. Il mattino dopo, Rue lascia sul tavolo un foglio con scritto solo: «Perdonami.»
Cassie e Maddy travolte dall’ipocrisia di Hollywood in Euphoria
In questo episodio a essere sepolta viva non è solo una persona. È anche la fede di Rue, che crede nei segni divini mentre sta per fare la cosa più rischiosa della sua vita. È la carriera di Cassie, che Sharon Stone licenzia da LA Nights nel tempo di un battito di ciglia — perché il network non vuole «complicazioni» legate al suo passato su OnlyFans. C'era una volta l'ipocrisia a Hollywood, e c'è ancora, e Sydney Sweeney ne sa qualcosa. «Non è che ti chiedo di scritturare una serial killer per fare Hannibal Lecter», dice il capo di Patty Lance. « Assumi un'attrice.» Orgoglio e pregiudizio über alles. Patty cede. Lexi esulta — le hanno appena offerto di scrivere la scena in cui Cassie viene eliminata dalla serie.
Maddy (Alexa Demie) nel frattempo perde il lavoro perché ha mandato «una delle sue ragazze porno» a fare un provino da Patty. «Buona fortuna con la tua carriera da mezzana moderna», le dice la sua datrice di lavoro licenziandola. E così, l'inferno sono gli altri — come insegna Sartre, che probabilmente non immaginava che la sua frase più citata sarebbe finita in un episodio di Euphoria, ma avrebbe apprezzato il contesto.
Il serpente e la bara: Euphoria firma la morte più scioccante
Nate Jacobs (Jacob Elordi) muore nel settimo episodio della terza stagione di Euphoria. Lo scriviamo senza eufemismi perché Levinson lo fa senza eufemismi. E il modo in cui muore è così volutamente, programmaticamente orribile da meritare di essere discusso come scelta artistica prima ancora che narrativa.
Naz lo fa seppellire vivo sotto il cantiere del suo stesso villaggio pensionistico — quella Sunset Settlers che era il sogno di Nate, la prova che poteva essere qualcosa di diverso da suo padre, e che è diventata invece la sua bara letterale. C'è un tubo per respirare. Tre giorni. La disidratazione farà il resto. Cassie ha tre giorni per trovare un milione di dollari.
Levinson ha raccontato a Esquire che l'idea originale era diversa: Nate soffoca o muore di caldo. Il serpente gli è venuto in mente una mattina in macchina con la moglie Ashley, mentre ascoltavano Otis Redding a finestrini aperti. «E se il serpente entrasse nel tubo e rimanesse intrappolato nella bara con lui?» Ashley ha risposto: «È questo che stavi pensando?» Non tutte le scene oscure nascono da un luogo oscuro. Questa da una bella mattina di sole a Los Angeles e da Otis Redding a tutto volume.
Il risultato sullo schermo è puro Edgar Allan Poe. Il serpente a sonagli — vero, come ha tenuto a precisare Levinson — percepisce il movimento nel terreno, striscia nel tubo, scende nella bara. Nate, in catene, sente qualcosa avvicinarsi nell'oscurità e grida «Grazie, Dio», convinto di essere salvato. Il serpente lo morde alla gola. Quando Cassie e Maddy aprono la cassa, Nate è già morto: lingua gonfia e viola, il veleno ha completato il suo lavoro, il serpente è ancora lì sopra. La regia taglia sul pianto di Cassie.
Era un personaggio odioso, Nate. Levinson lo sapeva, e sapeva che il pubblico aspettava la sua fine da tre stagioni. «Come posso dargli quello che vuole», ha detto, «ma renderlo così orribile e angosciante che, quando accade, il pubblico non sia più così sicuro di averlo voluto?» La domanda è arrivata. Ci siamo ritrovati a sperare che Cassie arrivasse in tempo. Non è arrivata. E il senso di colpa — per aver voluto la punizione di Nate, per aver guardato Euphoria con il compiacimento del giustiziere — è parte del progetto.
Il dito nel bicchiere è la scena più assurda di Euphoria
Cassie (Sydney Sweeney) in questo episodio dimostra una cosa: che la sopravvivenza ha una sua estetica, e che la sua è inarrestabile. Senza più LA Nights, senza OnlyFans, con Naz che le ha rapito il marito e chiede un milione di dollari, Cassie costruisce un piano. Porta a cena Dylan Reid (Homer Gere), il co-protagonista di LA Nights che si era battuto per lei. Lo seduce a suon di Marcy Playground — Sex and Candy, 1997, il brano più greve e mieloso che si potesse scegliere. Ci va a letto. Mentre Dylan è in cucina a prendersi un bicchiere d'acqua — nel quale galleggia, congelato, il dito di Nate, che Dylan non nota (sic) — Cassie prende il suo telefono e posta dal suo account Instagram una foto di loro due con la didascalia «il miglior amante del mondo». La mattina dopo ha già recuperato tutti i follower.
È uno dei momenti più Euphoria dell'intera stagione: osceno, divertente, disperato e perfettamente logico allo stesso tempo. Il dito nel bicchiere di ghiaccio è la metafora visiva di tutto l'episodio: l'orrore e l'assurdo così intrecciati da risultare indistinguibili.
Maddy si presenta, schiaffeggia Cassie, le comunica che da questo momento non è più la sua manager ma la sua capo, e poi va da Alamo a chiedere il milione per salvare Nate. Alamo la fa aspettare in vasca idromassaggio. Le chiede di avvicinarsi. Non sappiamo esattamente cosa succede. Sappiamo che Maddy esce con i soldi — e con un debito che non aveva preventivato: il venti per cento degli introiti futuri di Cassie, più il milione che lei credeva fosse un gesto di generosità. «Finalmente ti sei svegliata», le dice Alamo accarezzandole la guancia. Maddy ha gli occhi lucidi. E la terra dell'opportunità, per i malvagi — di buone intenzioni è lastricato l'inferno.
Il racconto delle SS rende Euphoria ancora più disturbante
Wayne (Toby Wallace), il fidanzato neonazista di Faye, racconta in questo episodio come funzionava l’addestramento delle SS. Alle reclute veniva affidato un cucciolo: dovevano crescerlo, nutrirlo, affezionarsi a lui. Poi, una volta diventato adulto, erano costrette a sgozzarlo. «Per dimostrare che l’amore non li avrebbe fermati.» Subito dopo Wayne spiega a Faye che toccherà anche a lei fare la stessa cosa: mettere giù Rue come un cane.
È la metafora più nera dell’episodio — più della bara, più del serpente — perché qui non si parla di morte, ma dell’addestramento alla crudeltà. Del modo in cui un essere umano impara a spegnere la pietà dentro di sé. Sam Levinson affida questo discorso al personaggio più repellente della stagione senza enfatizzarlo, senza spiegazioni morali. Lo lascia lì, sospeso nell’aria, affilato come una lama.
Anche Alamo, del resto, ha il suo momento di sadismo gratuito. Quando Big Eddy ricompare con la sacca per la colostomia e il deambulatore, lui si mette a ridere della ferita da sparo: «Ti hanno fatto un altro buco del c.» La cicatrice sembra il binario di un treno. Big Eddy annuisce e parte per il Messico parlando di «strada verso la redenzione». La redenzione, ancora una volta. Solo che stavolta la parola suona vuota, quasi sarcastica
Da John Coltrane a Louis Armstrong: il jazz tragico di Euphoria
La colonna sonora di questo episodio non è mai casuale — non lo è mai in Euphoria, ma qui i brani hanno una coerenza che vale la pena seguire. Si apre con Giant Steps di John Coltrane (1960): il jazz più vertiginoso e inafferrabile mai scritto, quello che gira così veloce da far perdere l'orientamento. È la mente di Rue. Sex and Candy di Marcy Playground (1997) accompagna la seduzione di Cassie — dolciastra, lenta, costruita su una bugia. Do It Again degli Steely Dan (1972), col suo groove cinico e circolare: si ricomincia, si rifà, si ricade. Entrance of the Devil di Zior (1972) — il titolo non necessita di commento — accompagna il momento in cui Rue torna da Laurie con il naso rotto e una storia inventata.
E poi, a chiudere, Go Down Moses di Louis Armstrong (1958). Il canto degli schiavi che invocano la liberazione. «Moses told old Pharaoh, let my people go.» La Terra Promessa è vicina. Mosè non ci arriverà. E noi usciamo dall'episodio con quella voce enorme nell'orecchio e la sensazione che qualcosa si sia rotto in modo definitivo.
Se questo episodio fosse un cocktail
"Coffin", Chiamiamolo così. Base di rye whiskey — non bourbon, rye: più tagliente, con quella nota di pepe che brucia subito e non lascia scampo. È il fentanyl che attraversa tutta la stagione, è la violenza secca di Alamo, è la giustizia che arriva nel modo sbagliato e nel momento sbagliato. Un goccio di mescal, ancora, perché il deserto di Los Angeles non si toglie mai del tutto dal bicchiere — c'è sempre qualcosa che brucia sotto. Amaro di genziana — Montenegro, italiano e amaro come si conviene — per Ali che scrive nomi e date su un taccuino da anni e non smette di sperare. Un cucchiaio di sciroppo di fico d'India: dolce, quasi stucchevole, come la canzone di Marcy Playground nella stanza di Cassie, come la fede di Rue che convince dove non dovrebbe.
Si serve in un bicchiere lungo, mescolato e mai shakerато — questo episodio non sbatte niente, striscia. La guarnizione è un ramoscello di salvia bruciata e un piccolo sonaglio sul bordo — apotropaico, come tutti gli animali di questa stagione. Non si beve d'un fiato. Lo si tiene in mano, guardandolo, come Maddy che guarda Alamo mentre lui le spiega quanto le costerà quella serata in vasca.
Perché Rain or Shine cambia per sempre Euphoria
Rain or Shine è un episodio che Sam Levinson costruisce come una trappola a più livelli. Ti attira dentro con Ali e la storia più bella che la serie abbia mai raccontato — un uomo che cade e risale, mattone per mattone, e tiene un registro dei morti come atto d'amore verso chi non ce l'ha fatta. Poi ti mostra cosa succede quando la redenzione non arriva in tempo. Nate muore sepolto sotto il suo stesso sogno, morso da un serpente nel buio. Maddy paga un prezzo che non aveva messo in conto. Cassie diventa vedova prima di aver capito di essere stata moglie. E Rue, convinta di essere la prescelta, finisce scoperta in una cantina di neonazisti con una cassaforte vuota e Faye che urla il nome del fidanzato.
Sam Levinson ha avvertito: guardare il finale di Euphoria nel momento in cui esce, o ve lo spoilerano. Un solo episodio rimasto. Moses doesn't make it to the Promised Land — ma Rue forse sì. O forse no.
Nel frattempo Go Down Moses suona nel deserto. E il serpente a sonagli ha già fatto la sua parte.