Euphoria 3, Sydney Sweeney tra OnlyFans e un finale da brivido. Recensione episodio 5

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Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Il quinto episodio della terza stagione di Euphoria  (disponibile su Sky e NOW) trasforma Cassie (Sydney Sweeney) in una star della creator economy tra OnlyFans, podcast controversi e provini shakespeariani. Mentre Zendaya  si prepara a un finale ad altissima tensione, Sam Levinson firma una puntata folle e divisiva: una satira sul desiderio online che passa da horror anni Cinquanta, soap opera, fetish estremi e debiti criminali. Tra gigantismo pop, jazz malinconico e relazioni ridotte a transazioni economiche, This Little Piggy è l’episodio che conferma come Euphoria continui a essere una delle serie più provocatorie e imprevedibili della tv contemporanea

Quello che devi sapere

This Little Piggy, cinquantamila iscritti, onlyfans e Cleopatra

Cinquantamila iscritti su OnlyFans, un monologo da Antonio e Cleopatra e un marito che perde le dita come altri perdono le chiavi di casa. Benvenuti nel quinto episodio della terza stagione di Euphoria, (disponibile su Sky e NOW) dove Sam Levinson dimostra ancora una volta che il modo migliore per raccontare il capitalismo è mostrarlo al lavoro. Senza commento, senza morale appesa in fondo come una didascalia. Solo i personaggi, i loro corpi, i loro contratti e i loro debiti.

Cassie Howard, che nella prima stagione era la ragazza bella e fragile, quella con la reputazione compromessa e il cuore spezzato, è ora un'imprenditrice digitale con una manager spregiudicata, un catalogo di contenuti che copre praticamente ogni nicchia del desiderio umano e un'audizione teatrale pronta all'uso come piano di riserva. La parabola è completa. E ha una sua logica feroce.

Cassie e Maddy: la startup del desiderio

L'episodio si apre con Cassie (Sydney Sweeney), che dimostra un coraggio professionale inversamente proporzionale alla fortuna dei personaggi che interpreta impegnata a registrare contenuti fetish per la sua pagina OnlyFans. Al suo fianco, con l'efficienza di un direttore di produzione alle prime armi e la nonchalance di chi ha visto di tutto, c'è Maddy Perez (Alexa Demie), che dirige le operazioni, vende la biancheria intima usata ai clienti e a un certo punto impartisce istruzioni tecniche di regia che preferiamo non riportare per intero, con la stessa autorità con cui Kubrick urlava 'action' sul set di Eyes Wide Shut.

Il catalogo dei contenuti prodotti dalla coppia è enciclopedico: scene ASMR con il microfono usato in modo creativo, ruolo della poliziotta sexy, salto della corda in tutina a pois, hot dog addentato su un letto e un numero da dominatrice in cui Cassie insulta un cliente con una precisione lessicale che farebbe arrossire un comico di quarta generazione. Il limite viene raggiunto quando un fan chiede a Cassie di imbottigliare una sua flatulenza per settecento dollari. Maddy non vede il problema. Cassie sì.

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Attack of the 50 Foot Woman, quando Euphoria cita il cinema di serie B

Nel segmento più delirante e, paradossalmente, più onesto dell'intera stagione, Cassie inizia a crescere fino a raggiungere proporzioni mostruose, calpestando la città in un omaggio dichiarato a Attack of the 50 Foot Woman (L'attacco della donna di 50 piedi), il film horror del 1958 di Nathan Juran. Non è un sogno, non è una metafora spiegata con didascalia: è Euphoria che si guarda allo specchio e decide di ridere di sé stessa.

La gigantessa scorazza tra lo skyline di Los Angeles — l'Aon Center, il grattacielo dell'One Wilshire, il cartellone 'Jesus Saves' — con la disinvoltura di una fiera nella giungla. Lungo la strada schiaccia un senzatetto nella sua tenda, dettaglio che Levinson piazza lì senza enfasi, come una nota a margine del capitalismo. La gigantesca Cassie si ferma davanti a un uomo che si sta godendo uno dei suoi video attraverso una finestra. Quello che segue è una sequenza che condensa mezzo secolo di riflessione sullo sguardo e sull'immagine femminile con una leggerezza che disarma. O scandalizza. Dipende da chi guarda.

Brandon Fontaine e la fabbrica dei creator

Non tutta la puntata vive nell'iperbole visiva. C'è anche una critica piuttosto lucida al sistema dell'influenza digitale. Quando l'influencer Brandon Fontaine entra in scena e propone a Cassie di trasferirsi nella sua creator house, promettendole visibilità, monetizzazione e una community già pronta, Maddy reagisce come un agente di vecchio stile che vede il suo artista sedotto dalle major. Ma è Nate, il marito, a sorprendere tutti: non solo non ha obiezioni, ma suggerisce attivamente a Cassie di girare un video sexy con Brandon per massimizzare i guadagni.

Levinson non commenta, non giudica. Lascia che i personaggi parlino da soli, e quello che dicono è abbastanza eloquente. In un universo dove la coppia è tenuta insieme dal debito con un usuraio piuttosto che dall'amore, la fedeltà è un concetto negoziabile come qualsiasi altro asset. Cassie intanto partecipa a una serie di podcast in cui difende gli uomini americani vittime di discriminazione, raccogliendo click, insulti e follower con la stessa indifferenza serena con cui un torero guarda il toro caricare.

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Antonio, Cleopatra e la soap opera: Cassie e Shakespeare in reggiseno

Il momento più sorprendente dell'episodio, quello che rimane impresso dopo che lo schermo si è spento, è probabilmente il monologo. Maddy, per non perdere la sua cliente in favore di Brandon, le inventa di sana pianta un'audizione per LA Nights, una soap opera in prima serata. Il bluff tiene grazie a una serie di pressioni su Lexi (Maude Apatow), sorella di Cassie, che lavora nel dipartimento casting. E Cassie si presenta all'audizione con un monologo tratto da Antonio e Cleopatra di William Shakespeare.

L'ottiene. Il lavoro è suo. C'è qualcosa di meravigliosamente stonato, e quindi perfetto, nell'immagine di una donna che passa dall'ASMR con microfono applicato alle parti intime al teatro elisabettiano nel giro di ventiquattr'ore. Euphoria dice, senza dirtelo, che il talento esiste, che è reale, che semplicemente a volte finisce impacchettato in contesti che la società preferisce non guardare troppo da vicino.

Nate e lo strozzino: una storia di dita amputate e rate non pagate

Nel frattempo, in un sottotesto che Dostoevskij avrebbe apprezzato, Nate (Jacob Elordi) continua la sua personale discesa verso la rovina economica e fisica. Nonostante Cassie gli abbia già inviato trentamila dollari, ha saltato una rata con l'usuraio. Il corpo, in questo episodio, diventa la moneta di un debito che non si riesce mai a saldare del tutto. Levinson usa la violenza fisica con la stessa precisione con cui usa il silenzio: ogni dettaglio è al suo posto, niente è lasciato al caso.

Maddy commenta la situazione con un'analisi che vorremmo incorniciare: 'Non è colui che mantiene la famiglia, è colui che la perde.' E avverte Cassie che se non si libera di Nate in fretta, lui avrà diritto al cinquanta per cento di tutto quello che guadagna. Il romanticismo è morto. Lunga vita all'economia comportamentale.

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Rue sotto copertura: il jazz, il fuoco e la paura

Se Cassie occupa gran parte dell'episodio, Rue (Zendaya) ne presidia la seconda metà con una sequenza che cambia completamente registro. Da spia della DEA infiltrata nello strip club gestito dal boss Alamo (Adewale Akinnuoye-Agbaje), Rue ha attirato i sospetti di un uomo che porta la minaccia addosso come altri portano il profumo.

Alamo, nel frattempo, ha i suoi problemi di autostima: qualcuno gli ha recapitato un paio di pantaloni con una gamba inseam da un metro e settantacinque, e la cosa lo manda fuori di testa molto più di quanto ci si aspetterebbe da un boss criminale. Quando l'ego è in gioco, anche i dettagli sartoriali diventano una questione di onore. Lo sfoga sul giovane Kidd (Asante Blackk), con la precisione di chi sa che colpire verso il basso è sempre più semplice. Poi, in salotto con il camino acceso, suona una melodia jazz con la tromba mentre in tv scorrono le immagini di Gilda con Rita Hayworth. Un uomo violento che si consola con il grande cinema. Euphoria ha sempre saputo che i cattivi hanno i gusti migliori.

Quello che accade a Rue è meglio scoprirlo guardando: diciamo solo che la puntata si chiude con un'immagine potente e un finale che non lascia scelta allo spettatore. Tornare domenica prossima non è un'opzione. È un obbligo.

Jules: l’amore come contratto temporaneo

C'è spazio anche per Jules (Hunter Schafer) e per la sua relazione complicata con un uomo benestante che la mantiene ma vive nel terrore di essere scoperto dalla propria famiglia. La scena è breve ma chirurgica: Ellis le dice che le vuole bene ma ama la sua famiglia, e se ne va. È il desiderio ridotto a contratto. E Levinson lo racconta con la freddezza di una pratica amministrativa.

Jules, poco prima, aveva chiesto a Rue se volesse baciarla. Rue non ha risposto. In Euphoria le relazioni si misurano sempre in termini di ciò che non viene detto, di ciò che viene trattenuto. Gli abbracci arrivano tardi, le parole non arrivano mai. E resta solo una furtiva lacrima.

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La colonna sonora: jazz anni Sessanta e ballate da cowboy

La scelta musicale dell'episodio è, come sempre in Euphoria, tutt'altro che casuale. Nate, in uno dei suoi rari momenti di grazia domestica, balla da solo e si prepara una Tequila Sunrise sulle note di Comin' Home Baby di Mel Tormé — jazz del 1962, scritto originariamente come strumentale da Ben Tucker, poi diventato hit da Top 40 grazie all'arrangiamento di Claus Ogerman. Una canzone sul tornare a casa. Per un uomo che sta perdendo dita e soldi, la scelta è quasi comica nella sua crudeltà.

Sui titoli di coda — gialli, con una grafica che rimanda esplicitamente al western — riecheggia The Master's Call di Marty Robbins, ballata country-western del 1959 tratta dall'album Gunfighter Ballads and Trail Songs. È la storia di un fuorilegge che sente la chiamata di Dio durante una tempesta mentre ruba bestiame e decide di cambiare vita. Levinson chiude l'episodio più estremo della stagione con una canzone sulla redenzione. Il senso dell'ironia, almeno, è integro.

Le reazioni social all'episodio

Come spesso accade con Euphoria, anche “This Little Piggy” ha acceso discussioni immediate online tra entusiasmo, disagio e fascinazione. Sui social l’episodio è diventato rapidamente virale, trasformandosi in uno degli argomenti più commentati della settimana tra meme, analisi e reazioni contrastanti.

Al di là delle polemiche, il dato più interessante è forse un altro: milioni di spettatori hanno continuato a guardare, commentare e condividere ogni scena quasi in tempo reale. In fondo è proprio questo il cuore dell’episodio. Euphoria non racconta soltanto l’economia dell’attenzione contemporanea: la mette continuamente in scena, trascinando anche lo spettatore dentro il meccanismo.

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Se questo episodio fosse un cocktail: il 'This Little Piggy'

Chiamiamolo così, allora. Il This Little Piggy. Base di vodka — perché la vodka è il distillato più sornione che esista, trasparente come acqua, capace di nascondere tutto — a cui si aggiunge un doppio shot di Aperol per quella sua sfrontatezza arancione, quella gioia di mostrarsi che non chiede permesso. Un goccio di vermouth dry, perché c'è sempre qualcosa di amaro sotto la superficie, qualcosa di Shakespeare rimasto in fondo al bicchiere. E infine una spruzzata di tabasco, per il finale che brucia.

Si serve in un bicchiere old fashioned, mai in una flûte. Perché non c'è niente di patinato in questo episodio, ma c'è tantissimo di vero. La guarnizione? Un dito di gomma rosa sul bordo del calice. Scusa, Nate, è per fare color locale.

 

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