Le libere donne, trama e cast della fiction con Lino Guanciale tratta da una storia vera
Serie TVIntroduzione
Debutta martedì 10 marzo in prima serata su Rai 1 la serie in sei episodi, distribuiti in tre prime serate, che porta in scena una delle pagine più significative della psichiatria italiana
Quello che devi sapere
Quando e dove vedere Le libere donne
Le libere donne debutta martedì 10 marzo in prima serata su Rai 1. La serie -coprodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy e diretta da Michele Soavi - è composta da sei episodi, distribuiti in tre prime serate ciascuna con due episodi. Per chi non può seguirla in diretta, è disponibile anche in streaming su RaiPlay.
La trama
Le libere donne è ambientata in Toscana durante la Seconda Guerra Mondiale. Al centro della trama c'è il dottor Mario Tobino, psichiatra progressista che lavora nel manicomio femminile di Maggiano. Il suo compito ufficiale è curare, ma il contesto è quello di una medicina ancora intrisa di pratiche coercitive: camicie di forza, docce gelate, elettroshock, isolamento, in anni in cui gli psicofarmaci non errano ancora disponibili. L'innesco narrativo più forte è l'arrivo di Margherita Lenzi, una giovane ereditiera rinchiusa contro la sua volontà: è malata o è vittima di un potere familiare e coniugale che usa il manicomio come strumento? Da quel momento Tobino inizia una ricerca della verità che lo mette a rischio sul lavoro e nella vita privata. La serie, inoltre, costruisce un triangolo emotivo e morale: Mario Tobino è diviso tra il sentimento inatteso per Margherita e un legame del passato che riaffiora, Paola Levi, nel frattempo diventata staffetta partigiana. Le pazienti del manicomio sono però il vero cuore narrativo. La fiction insiste su un punto: non tutte sono "pazze", molte sono semplicemente troppo libere, troppo scomode per essere accettate in una società patriarcale. La follia diventa il nome che il potere dà a ciò che non capisce o non controlla.
La storia vera
La fiction è liberamente tratta dal romanzo Le libere donne di Magliano dello psichiatra e scrittore viareggino Mario Tobino, pubblicato nel 1953. Il libro, costruito come un diario a partire dalle cartelle cliniche e dall'esperienza diretta dell'autore nella divisione femminile del manicomio di Maggiano, suo luogo di lavoro per quarant'anni, rappresenta una delle testimonianze più intense della storia della psichiatria italiana. Molte delle donne rinchiuse a Maggiano non erano malate in senso clinico: erano scomode, troppo libere, troppo intelligenti, troppo fuori dagli schemi di una società patriarcale che usava la follia come etichetta sociale. Lino Guanciale ha raccontato di essere rimasto colpito dalla modernità del pensiero di Tobino. Un medico che, già negli anni Quaranta, cercava di eliminare la vergogna e lo stigma della malattia mentale, molto prima della legge Basaglia del 1978 che chiuse i manicomi italiani. Le libere donne si pone quindi come una riflessione sul passato che parla con forza anche al presente, toccando temi di grande attualità come la dignità della persona, il rispetto e i diritti umani.
Il cast
Il cast di Le libere donne riunisce alcuni dei volti più noti e apprezzati della fiction italiana.
Lino Guanciale (FOTO) veste i panni del protagonista Mario Tobino. Grace Kicaj interpreta Margherita Lenzi, la giovane ereditiera internata dal marito contro la sua volontà. Gaia Messerklinger è Paola Levi, personaggio realmente esistito: per quarant'anni compagna di Tobino, nonché nonna del regista Michele Soavi. Un personaggio descritto come una donna eccezionale e fuori dagli schemi: indipendente, con una maschera borghese che la faceva sembrare misurata ma che era, in realtà, un cavallo selvaggio. Fabrizio Biggio interpreta il dottor Anselmi, alleato di Tobino all'interno del manicomio. Tra le pazienti internate figurano i personaggi di Galli, Faina, Gabi, Lilli e Marta. Il cast include inoltre Paolo Giovannucci, Massimo Nicolini, Paolo Briguglia, Pia Lanciotti, Paola Sambo, Francesca Cavallin, Filippo Caterino, Luigi Diberti e molti altri. La regia è affidata a Michele Soavi, che vanta un legame personale con la storia: il regista ha dichiarato: "Credo che questo sia uno dei lavori più belli che io abbia mai fatto. Mario Tobino è stato il mio vero nonnino, mi faceva giocare, mi ha portato sulla sua barca. Mi ha accompagnato anche in questo viaggio", ha detto.
Lino Guanciale, il volto di Mario Tobino
A prestare il volto a Mario Tobino è Lino Guanciale. L'attore descrive Tobino come "un uomo straordinario, uno psichiatra incredibile, che cercava di restituire dignità e valore a donne che letteralmente finivano dentro un abisso. Perché finire in manicomio significava praticamente non esistere più". La preparazione al ruolo è stata meticolosa. Per prepararsi, Guanciale ha approfondito diverse opere di Tobino e ha cercato tutto il materiale disponibile su di lui: interviste, filmati, fotografie. Solo durante le riprese ha avuto l'occasione di visitare il manicomio di Lucca dove Tobino ha lavorato e dove è ambientata gran parte della vicenda. Ha incontrato inoltre Isabella Tobino, nipote dello psichiatra e Presidente della Fondazione a lui dedicata, con sede proprio nell'ex ospedale psichiatrico. Nelle interviste, Guanciale ha restituito tutta la profondità del personaggio: "Avevo letto da ragazzo Le libere donne e ne ho un ricordo bellissimo. Fu una lettura rivoluzionaria per me. Queste donne 'urlavano', nei ritratti di Tobino, il proprio bisogno e ricerca di libertà attraverso le manifestazioni di quella che, all'epoca, era colta come diversità molesta".
Sul legame tra Tobino e il mondo contemporaneo, l'attore ha usato parole nette: «I tempi che viviamo sono super preoccupanti, ci abbiamo messo pochissimo a tornare ad una realtà nella quale chi è forte comanda. Tutti noi uomini dovremmo tobinizzarci un po'». Marida Caterini
E ancora: «Mi rende molto felice l'idea di stare dentro a un racconto nel quale al centro c'è un uomo che non si mette al centro e che decide di mettersi a servizio di chi non ha una voce. Mario Tobino aveva comprato una casa in centro a Lucca ma non ci ha mai abitato, perché ha preferito vivere in manicomio, vicino alla realtà che sentiva più sua».