Introduzione
Disponibile su Netflix ( (e visibile anche su Sky Glass, Sky Q e tramite la app su Now Smart Stick), The Art of Sarah è un mystery thriller sudcoreano in 8 episodi con Shin Hae-sun e Lee Jun-hyuk. Tra alta moda, scalate sociali e identità multiple, la serie racconta l’ascesa e la caduta di una manager del lusso trovata morta a Seoul. Un’indagine che scava nei segreti dell’élite e nella costruzione artificiale del successo.
Quello che devi sapere
Il cadavere sotto la vetrina
C’è una fila ordinata davanti a un centro commerciale di Seoul. È inverno, l’aria taglia le guance, ma nessuno si muove: stanno aspettando l’ultimo drop di una borsa destinata allo 0,1% più ricco. A pochi metri, in un tombino, viene ritrovato un corpo. Il volto è coperto da una luxury bag inconfondibile. È l’immagine manifesto di The Art of Sarah: il desiderio che diventa sudario, il brand che sostituisce l’identità. La serie, rilasciata su Netflix il 13 febbraio 2026, parte da qui: dall’ossessione per l’esclusività e dalla domanda più semplice e più feroce. Chi era davvero Sarah Kim?
Sarah Kim, o l’arte dell’invenzione
Sarah Kim (Shin Hae-sun) è la nuova direttrice regionale di Boudoir, marchio talmente esclusivo da vendere solo a una ristrettissima élite. Americana di nascita, elegante, determinata, capace di muoversi con naturalezza nei salotti dell’alta società coreana, Sarah sembra arrivata dal nulla e aver conquistato tutto. Firma accordi milionari, stringe alleanze strategiche, diventa il volto nuovo di un lusso aggressivo e internazionale.
Eppure, quando il corpo che sembra il suo viene ritrovato in un canale di scolo, l’indagine rivela crepe profonde. Non esistono archivi chiari, la sua biografia si sfilaccia, emergono nomi diversi: Mok Ga-hui, Du-a, Kim Eun-jae. Più che una donna, un mosaico di identità. La serie gioca su questo slittamento continuo: ogni episodio porta il titolo di un nome, di una maschera, di una versione di Sarah. È un dispositivo narrativo elegante e crudele. Ogni volta che credi di averla afferrata, cambia pelle
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Il detective e il metodo
A guidare l’indagine è il detective Park Mu-gyeong (Lee Jun-hyuk), capo della squadra crimini violenti della polizia metropolitana di Seoul
The Art of Sarah
. Metodico, stoico, poco incline ai sentimentalismi, Mu-gyeong è l’opposto del mondo scintillante che sta indagando. Non si lascia sedurre dalle vetrine, né dalle cene di gala.
La sua inchiesta non è un semplice percorso verso un colpevole. È una ricostruzione identitaria. Interroga dipendenti, amici, un ex marito, un possibile amante. Ognuno offre una Sarah diversa. Ambiziosa visionaria per alcuni, manipolatrice calcolatrice per altri. Vittima o artefice? La scrittura di Chu Song-yeon costruisce un vero e proprio gioco di specchi Le testimonianze si contraddicono, si sovrappongono, creano una tensione che non cede mai alla ripetizione. Anche quando la struttura procede per interrogatori, il ritmo resta teso, sostenuto da cliffhanger calibrati episodio dopo episodio
L'indiscreto fascino del lusso
Il contesto non è un semplice sfondo glamour. Il mondo del luxury diventa un personaggio. La serie mostra il lato scintillante — investimenti miliardari, collaborazioni tra brand, influencer e CEO che si muovono come divinità contemporanee — ma anche il retrobottega.
Commessi senza pausa bagno, costretti a pagare di tasca propria eventuali furti. Spazi di riposo minuscoli nascosti dietro corridoi anonimi. Una gerarchia rigidissima anche tra i ricchi
La domanda implicita è spietata: cosa stiamo comprando davvero quando acquistiamo un oggetto di lusso? Un prodotto? Un’illusione? Una storia ben confezionata? Sarah sembra aver compreso che il valore non è nell’oggetto, ma nella narrazione. E forse ha costruito sé stessa come si costruisce un brand.
Un whodunit lucido e stratificato
Formalmente, The Art of Sarah è un mystery thriller in 8 episodi da 39 a 51 minuti. Ma sotto la superficie investigativa si muove un discorso più ampio: identità, mobilità sociale, desiderio di appartenenza
La regia di Kim Jin-min, già produttore di My Name, mantiene un tono controllato. Niente eccessi melodrammatici, nessuna esplosione gratuita. L’estetica è lucida, patinata quando serve, ma capace di farsi fredda nelle scene d’interrogatorio.
Il binge format Netflix funziona bene: ogni episodio si chiude su una rivelazione o un sospetto nuovo. La scrittura resta coerente dall’inizio alla fine, e i colpi di scena, pur numerosi, non sembrano mai inseriti per puro effetto shock.
Shin Hae-sun, metamorfosi continua
l cuore pulsante della serie è l’interpretazione di Shin Hae-sun. Il suo volto attraversa registri diversi: sicurezza, fragilità, ironia, calcolo. Quando la vediamo nei panni della dirigente Boudoir è impeccabile, quasi scultorea. Nei flashback che la mostrano sotto altre identità, il corpo cambia postura, lo sguardo si fa più sfuggente.
Non è solo un gioco di parrucche o abiti. È una trasformazione interna. Sarah non è un enigma statico: è un’identità in perenne costruzione. E la performance di Shin riesce a rendere credibile questa instabilità.
Accanto a lei, Lee Jun-hyuk offre un contrappunto sobrio. Il suo detective non è l’eroe tormentato da cliché, ma un uomo che ascolta, osserva, registra. La tensione tra i due — anche quando condividono poche scene dirette — è il motore emotivo della serie.
Collaborazioni pericolose e potere femminile
Tra le figure chiave spicca Jeong Yeo-jin (Park Bo-kyung), CEO di NOX, che intreccia con Sarah un’alleanza strategica destinata a farle salire nell’Olimpo dell’alta società. Il loro rapporto è ambiguo: amicizia, rivalità, opportunismo.
Interessante è il modo in cui la serie racconta il potere femminile. Non idealizza. Le donne di The Art of Sarah sono spietate, intelligenti, vulnerabili, capaci di solidarietà ma anche di tradimento. In un mondo dominato dal denaro, la competizione non fa sconti
Identità come costruzione sociale
Il nodo tematico più forte resta quello dell’identità. Secondo la sinossi ufficiale, Sarah avrebbe costruito una falsa identità basata su ricchezza e status. Ma la serie evita la morale facile.
Non si limita a dire: “ha mentito, quindi è colpevole”. Piuttosto chiede: quante identità costruiamo ogni giorno? Quanto di ciò che mostriamo è performance? Nell’era dei social, delle vetrine digitali, dei reel patinati, Sarah è forse solo una versione estrema di una pratica diffusa.
La sua vita collassa quando la menzogna non regge più il peso delle aspettative. E l’omicidio — vero o presunto — diventa l’atto finale di una rappresentazione che ha superato il limite.
La struttura a capitoli e il senso del titolo
Gli episodi — “Jane Doe”, “Sarah Kim”, “Mok Ga-hui”, “Kim Eun-jae”, “Boudoir”, “Unregistered Person”, “Kim Mi-jeong”, “The Art of Sarah” — disegnano un percorso di smontaggio.
Si parte da un corpo senza nome e si arriva all’“arte” di Sarah. Il titolo non si riferisce solo alla protagonista, ma al suo talento nel creare narrazioni, nel manipolare percezioni, nel trasformare la propria biografia in oggetto di consumo.
L’arte, qui, non è pittura né musica. È self-branding.
Produzione e ambizione internazionale
Prodotta da SLL e sviluppata da Netflix a partire dal 2025, la serie conferma l’ambizione globale del K-drama contemporaneo. L’ambientazione nel mondo del lusso, con riferimenti a brand che aspirano a servire persino le “royal family” britanniche, amplia l’orizzonte oltre i confini coreani.
C’è una consapevolezza chiara del pubblico internazionale: il lusso è un linguaggio universale, così come lo è il desiderio di ascesa sociale, la serie conferma l’ambizione globale del K-drama contemporaneo. L’ambientazione nel mondo del lusso, con riferimenti a brand che aspirano a servire persino le “royal family” britanniche, amplia l’orizzonte oltre i confini coreani.
Conclusione: il prezzo dell’apparenza
Alla fine, The Art of Sarah è un thriller sul costo dell’apparenza. Nel mondo della serie, ogni cosa ha un prezzo: una borsa, una posizione sociale, un rene donato, una menzogna reiterataIl lusso promette unicità. Sarah prometteva di essere unica. Ma quando l’identità diventa merce, il confine tra autenticità e finzione si assottiglia fino a sparire.
Disponibile ora su Netflix, la serie si inserisce con forza nel panorama dei K-drama contemporanei: elegante, stratificata, capace di interrogare il nostro rapporto con il successo e con l’immagine.
E mentre scorrono i titoli di coda, resta una domanda sospesa: se togliessimo la borsa dal volto, sapremmo davvero riconoscere chi siamo?