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ZeroZeroZero, la recensione del terzo episodio

Serie TV sky atlantic

Linda Avolio

Leggi la recensione del terzo episodio di ZeroZeroZero, in onda ogni venerdì alle 21.15 su Sky Atlantic. - ZeroZeroZero, scopri tutto nello speciale sulla serie

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ZeroZeroZero, episodio 3: il recap

E’ Dio che lo vuole

Dopo aver fatto fuori l’equipaggio dell’elicottero visto nel finale del secondo episodio, Manuel e la sua squadra, ormai bruciati, chiedono e ottengono un incontro faccia a faccia con i Leyra. Ma per quale motivo? Per fare loro una proposta decisamente gustosa. Il controllo totale della filiera – dalla produzione alla distribuzione sul territorio nazionale – è qualcosa di complesso ma non impossibile. Specialmente se a tenere in riga i “venditori al dettaglio” ci penserà una (ex) squadra delle Forze Speciali dell’esercito. Il meno diplomatico dei due fratelli, Jacinto, questi quattro soldatini impertinenti vorrebbe farli fuori senza starci a pensare troppo, ma fortunatamente Enrique, decisamente meno infiammabile, riesce a evitare una vera e propria carneficina. Sì, insomma, se ne può parlare.

Manuel sembra soddisfatto: lui e i suoi uomini sono lì per un solo motivo: è Dio che lo vuole. Di nuovo, il personaggio di Harold Torres ripete questa frase, un vero e proprio mantra che in poche parole dice tantissime cose su di lui. Per esempio, che è convinto di agire per mano del Signore, o quantomeno che, se il Signore finora non l’ha ancora fermato, ciò significa che il suo momento non è ancora arrivato, e che, pertanto, è obbligato ad andare avanti e a "fare la sua volontà.” Quella di Contreras – e dei suoi fratelli d’armi, che, a tutti gli effetti, sono la sua famiglia – è una vera e propria missione: rimettere ordine in un Paese distrutto da innumerevoli scontri tra piccoli gruppi rivali e, in questo modo, evitare altre vittime innocenti. Un fine onorevole, verrebbe da dire…ma quando c’è di mezzo la cocaina le cose non sono mai così semplici…

In mezzo al nulla

Dopo l’incursione di Manuel e compagni – che, in realtà, sono l’unico motivo per cui la Miranda è ancora in viaggio –, il Capitano, amico di vecchia data di Edward Lynwood, decide che, onde evitare di essere intercettati dalle forze dell’ordine, è meglio spegnere il radar, la radio di bordo e qualsiasi altro aggeggio tecnologico atto alla comunicazione. La nave, insomma, deve diventare completamente invisibile. Meglio ancora: invece di dirigersi direttamente in Calabria, faranno scalo in Senegal, dove prenderanno in prestito un’altra imbarcazione, e con quella si dirigeranno a Gioia Tauro. Un ragionamento sensato, non c’è che dire, infatti Chris non ha nessuna obiezione in merito. Durante un giro in sala macchine, però, il giovane Lynwood, esperto di ingegneria navale, scopre qualcosa di molto preoccupante: i cilindri del motore sono tutti allentati, e di conseguenza c’è stata un’ingente perdita di olio. Una cosa alquanto rischiosa, considerando che si trovano in pieno oceano e che le possibilità di sviluppare un incendio non sono proprio vicine allo zero.

Chris si mette così a indagare, e scopre che è stato un membro dell’equipaggio, un filippino, a manomettere i cilindri. Sotto torchio, l’uomo confessa: gliel’ha detto l’ingegnere capo di farlo. La situazione è più preoccupante del previsto. Il personaggio di Dane DeHaan va subito a parlare col Capitano: bisogna avvisa Emma. Il Capitano, però, è di tutt’altra idea, e dopo aver tentato di farlo desistere a parole, passa ai fatti e lo tramortisce. Chris si risveglia nella sua cabina. In corridoio, il suono dell’allarme. La porta è chiusa a chiave, però il giovane Lynwood non si scoraggia. Appena fuori, si rende conto che c’è qualcosa che non va: in giro non di vede anima viva. Non senza fatica, Chris alla fine riesce a domare l’incendio, ma, una volta fuori, in cima alla torre di comando, vede qualcosa di piuttosto disturbante: la scialuppa di salvataggio che si allontana sempre di più. L’hanno lasciato lì da solo, a morire in mezzo all’oceano, su una nave in avaria e senza più corrente.

Dalla scialuppa, il Capitano osserva la Miranda, lentamente inghiottita dal buio: cosa lo ha spinto ad agire in questo modo?? In un flashback, scopriamo che l’uomo è stato avvicinato a New Orleans proprio da Stefano e Nicola la notte dell’irruzione in casa Lynwood. E’ l’ambizioso nipote di Don Minu a corromperlo – una cospicua cifra in cambio del sabotaggio –, e non ci vuole molto: il Capitano, infatti, è stufo di mettersi in viaggio su questi giganti contemporanei e con una ciurma che il mare neanche lo conosce. E’ stanco, disilluso, e desideroso di lasciarsi alle spalle quella vita, che ormai non gli dà più nessuna soddisfazione.

Tu sei stato quello che mi è mancato più di tutti

Tornato a casa – in quella meravigliosa villa che è ancora un cantiere –, Stefano fa appena in tempo a riabbracciare moglie e figlio, perché alla sua porta si presentano due scagnozzi del nonno. L’incontro tra i due, che avviene in un casolare in costruzione in piena campagna, è teso, e non lascia presagire nulla di buono. Don Minu ha una sola domanda: perché quel viaggio in America? Stefano gli dice chiaramente che non si fida dei due fratelli Lynwood (c’era uno che si faceva comandare da una femmina, ORRORE!!), ma la risposta del nonno non lascia spazio al dialogo: il legame con la famiglia di imprenditori navali di New Orleans va molto indietro nel tempo, addirittura lo stesso Don Minu partecipò al battesimo di Emma, dunque i rapporti con loro sono solidi e solidi devono rimanere.

L’anziano capo dei capi della ‘ndrangheta, però, non ha ancora finito col nipote. Dopo la chiacchierata, lo porta con sé a casa dell'alleato Bellantone. Dopo aver sgozzato una scrofa, il capofamiglia raccoglie il sangue dell’animale in una tazza, e beve. Poi la passa a Don Minu, che fa lo stesso. Infine, la tazza arriva a Stefano, che non si lascia intimidire e che partecipa a quel rito tribale in cui ci sono in gioco la virilità e la fedeltà.

Seduti attorno al tavolo, Don Minu rassicura Bellantone: il carico arriverà, e se non arriverà, allora vorrà dire che lui morirà insieme a tutti quelli che gli sono fedeli. Dunque insieme a pochi eletti. Con la scusa di andare in bagno, Stefano chiama sua moglie e le fa capire dove si trova, ma dietro la porta a soffietto c’è uno degli scagnozzi di suo nonno. E suo nonno prima lo porta in un luogo isolato per raccontargli la verità sulla morte di suo padre, e poi lo costringe ad assistere all’orrenda morte dell’amico Nicola, bruciato vivo in una macchina.

Ma come è dunque morto il padre di Stefano? E’ morto per mano del suo stesso genitore, cioè di Don Minu. A quanto pare, lui e un certo Gianni Curtiga (il padre di Italo) a un certo punto decisero di dichiarare guerra al capo dei capi, cioè all’ordine stesso delle cose, e, nel trambusto generale, si macchiarono anche dell’omicidio di due innocenti: una donna e una bambina di soli sette anni. A quel punto, a Don Minu non rimase altro da fare che uccidere il sangue del suo sangue, onde evitare un conflitto che avrebbe fatto tante, troppe vittime. Poi l'inizio della latitanza.

Stefano, però, non gli crede: suo padre non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Sfida l’autorità, ma poi, di fronte al cadavere in fiamme di Nicola e di fronte alla minaccia del nonno – pronto a far fuori anche lui pur di mantenere il precario equilibrio che ha permesso all’organizzazione di sopravvivere finora – finge di capitolare. Finge fedeltà e sottomissione.

La situazione però precipita nel giro di pochissimo. Avvisato dalla Signora La Piana, Italo Curtiga, il padre di Nicola, finalmente riesce a rintracciarlo. Lo scontro a fuoco è inevitabile, e Don Minu riesce a fuggire solo grazie all’intervento del nipote, che però rimane volutamente indietro. E che, sempre volutamente, si spara da solo alla spalla. Stefano viene ritrovato da Italo, che proprio da lui viene a sapere della morte del figlio. “Sa tutto!”, lo avvisa il giovane La Piana, che, siamo sicuri, porterà a termine la sua vendetta.

ZeroZeroZero, episodio 3: la recensione

Di carne al fuoco ce n’era già tanta, ma questo terzo episodio di ZeroZeroZero ha alzato ulteriormente la posta in gioco. Apriamo con Manuel e la sua squadra, proseguiamo con Chris, rimasto solo in mezzo al nulla a bordo della Miranda, e chiudiamo con l’ansiogeno confronto tra Don Minu e Stefano.

Ovviamente non stupisce che il personaggio di Torres abbia preso questa direzione, ma a essere interessanti sono le sue motivazioni. Contreras è veramente convinto di agire, se non per conto di Dio, quantomeno col suo beneplacito? “E’ Dio che lo vuole” è una frase che gli abbiamo sentito pronunciare già alcune volte, e per quanto lo riguarda non c’è niente di più vero. Anzi, qualcosa c’è: la fedeltà alla sua squadra. I fratelli d’armi vengono prima di ogni altra cosa: per loro si vive, si muore, e, quando ce n’è bisogno, si uccide.

Per quanto riguarda il segmento dedicato al personaggio di DeHaan, c’è da dire che un espediente narrativo usato e a volte abusato – la rivelazione improvvisa del tradimento di un personaggio e lo svelamento delle cause di suddetto tradimento tramite flashback –, viene qui utilizzato in maniera intelligente e funzionale: intelligente perché ci mostra una parte della storia di cui finora eravamo all’oscuro, e funzionale sia per quanto riguarda la progressione del racconto, sia per quanto riguarda il grado di empatia dello spettatore nei confronti di Chris Lynwood, finora rimasto un po’ sullo sfondo. Quando lo vediamo tutto solo sulla Miranda, lasciato indietro a morire, non possiamo non provare un minimo di preoccupazione per lui, per quel ragazzo che si è ritrovato catapultato da un giorno all’altro in qualcosa di apparentemente troppo grande e complesso per lui. Diciamo apparentemente non a caso: Chris, infatti, mancherà di esperienza di vita, ma non è per niente stupido, come abbiamo potuto vedere.

Torniamo infine in Italia, precisamente in Calabria. Un eventuale confronto tra Stefano e suo nonno era praticamente certo, e infatti è arrivato. Come lasciatoci intuire, però, non si tratta di uno scontro generazionale, bensì di qualcosa di completamente privato. E non potrebbe essere altrimenti, visto che ciò che cerca il personaggio di De Domenico è la vendetta per l’uccisione del padre. Sangue chiama sangue, e infatti di sangue – tra quello della povera scrofa appesa e sgozzata senza troppe cerimonie e quello dello stesso Stefano, che si spara da solo per rendere credibile la sua versione dei fatti – ne scorre parecchio. Che la guerra abbia inizio.