Nel brano il mare diventa metafora della solitudine, non come isolamento, ma come condizione in cui ciascuno è chiamato a riconoscere la propria responsabilità
IL VIDEO E' INTRODOTTO DA UN TESTO ORGINALE DELL'ARTISTA
A-FRAME è nato nell’oasi di Siwa, nel deserto occidentale egiziano. Mi trovavo lì per registrare i suoni dell’acqua nell’ambito di SONA, un progetto di ricerca sonora che porto avanti da alcuni anni insieme a Sebastian Meyer, recentemente presentato a Venezia con il patrocinio del Comune di Venezia e del Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca’ Foscari. A Siwa l’acqua è una presenza straordinaria. Affiora nel cuore del deserto dopo aver attraversato il sottosuolo per millenni, rendendo possibile la vita in un territorio apparentemente inospitale. Al termine delle registrazioni, dopo giorni trascorsi in ascolto profondo e intimo delle sue vibrazioni, del suo respiro, Sebastian era tornato a Vienna. Ero rimasto solo, immerso nella vastità del deserto, con tutta la mia strumentazione. È lì, in quella solitudine, che ho iniziato a comporre A-FRAME.
Il brano è cresciuto attraverso la sovrapposizione di sonorità elettroniche graffianti e atmosfere orchestrali, in una ricerca spontanea di equilibrio tra tensione, energia e sospensione. Durante la composizione, a un certo punto ho lasciato che la musica si attenuasse, dando spazio alla parola “acqua”, che pronuncio in diverse lingue, ripetendola quasi come un mantra, accompagnata soltanto da delicate sonorità di tastiera. Desideravo ascoltarla ancora, nel silenzio. Una parola, tanti suoni diversi, un’unica origine.
Il cortometraggio è arrivato più tardi, come un’intuizione improvvisa, senza un disegno preciso. Un’immagine che ha cominciato a prendere forma spontaneamente, lasciandoci guidare dalla materia e dall’immaginazione. Con il prezioso aiuto di Mattia Bello, Pantxoa Larreguy, Federica e Alex di Mimi Coco e Sabina De Rosso, ho costruito un piccolo mondo all’interno di un acquario, trasformando uno spazio chiuso in un oceano immaginario. Il mare diventa metafora della solitudine, non come isolamento, ma come condizione in cui ciascuno è chiamato a riconoscere la propria responsabilità. Ogni gesto produce conseguenze, ogni azione si riflette sulle altre.
L’acqua accoglie, consuma, rigenera. È la materia originaria in cui tutto si trasforma.
I protagonisti sono le Lucciole, figure di carta nate dai disegni di mio padre, Giuseppe Curto, scomparso pochi mesi dopo le riprese all’età di 99 anni. Ritagliate e sostenute da basi di cera d’api, galleggiano come piccole zattere di salvezza. Le figure attraversano il fuoco e sprofondano nell’acqua, dove la materia si trasforma e la vita assume nuove forme. I migranti diventano lucciole di cristallo e risalgono verso un cielo stellato, liberandosi dal samsara, il ciclo delle rinascite, in un viaggio verso la pace e la libertà. Il set è stato costruito artigianalmente, con un fondale ispirato al lago Titicaca, luogo al quale alcune tradizioni spirituali attribuiscono un profondo valore simbolico. Soli e sfere sospesi con fili, acqua versata per simulare tempeste, figure mosse attraverso semplici stratagemmi manuali. Pochissimi interventi digitali, lasciando che fossero la materia, l’acqua, il fuoco e la luce a generare le immagini.
A-FRAME è una riflessione sulla fragilità dell’esistenza, sulla responsabilità individuale e collettiva e sulla possibilità di trasformazione. L’acqua attraversa l’intera opera. Accoglie, trasporta, sommerge, restituisce. È testimone silenziosa del nostro passaggio e continua il suo viaggio, ben oltre la nostra esistenza.