Eugenio in Via di Gioia, album N OI: "Futuro è nella provincia e nelle nuove generazioni"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Credit Alessandro Treves

La band piemontese torna con un progetto che è uno schiaffo alla tante coscienze sopite. Il Club Tour parte il 16 novembre da Bologna e poi ci sarà un appuntamento speciale il 5 maggio 2027 al Forum di Assago. L'INTERVISTA

N OI il nuovo progetto degli Eugenio in Via Di Gioia. Qualcuno leggerà n 01, un nuovo inizio, qualcuno penserà a un errore di battitura, qualcun altro si limiterà semplicemente a leggere noi. Ma è proprio nell’impossibilità di scegliere un solo significato che si trova il senso del disco degli Eugenio in Via Di Gioia. N OI mette al centro il “noi” come identità collettiva, un plurale in costruzione che nasce dall’incontro tra persone, esperienze, domande e punti di vista. Per una band, del resto, essere plurale è parte della propria natura: tante individualità che, insieme, diventano qualcosa di più della somma delle singole parti. Il titolo si contrappone all’“io perenne” di una società individualista e competitiva, immaginando uno spazio in cui l’ego possa farsi da parte senza che l’individualità venga negata. Anche lo spazio tra la N e OI suggerisce una distanza ancora da attraversare, qualcosa dell’altro che resta da conoscere e comprendere. Come suggerisce anche la copertina, attraverso la metafora del cucchiaio, il “noi” può sembrare qualcosa che possiamo circoscrivere, racchiudere dentro un contorno, come una bolla. È lo stesso meccanismo attraverso cui gli algoritmi finiscono per mostrarci porzioni sempre più ristrette della realtà, facendoci credere che ciò che vediamo sia già tutto quello che c’è. L’invito ad allontanarci dal soggetto e lasciare spazio a ciò che ancora non riusciamo a vedere. Anche sospendere, per un momento, il bisogno di dare subito un significato alle cose e lasciare che sia il tempo, a volte, a raccontarci qualcosa in più di quanto siamo in grado di comprendere oggi. E dentro questa ricerca che diventano centrali la presenza e la relazione. Non tutto deve essere raggiunto, dimostrato o conquistato: a volte esserci è già abbastanza. Il “noi” diventa così possibile quando l’io non deve più affermarsi contro l’altro, ma può aprire uno spazio di incontro.

Partiamo dalla storia di questo N OI che non è riconosciuto dall’Accademia delle Crusca ma vale di più di un ciclo di sedute psicanalitiche: come lo avete coniato e in cosa rappresenta gli Eugenio oggi?
Nasce da una idea che non prevede che le cose debbano essere stabilite immediatamente, che tutto debba corre e che serva una spiegazione immediata per ogni cosa. La sospensione può essere utile, anche sulla grafica abbiamo voluto provocare su questo automatismo e silenziarlo, volevamo creare un cortocircuito come insegna il Dadaismo ovvero contrapporre al razionale un po’ di irreale. Il Dadaismo nasce in un periodo di guerra e quella è stata la risposta dell’arte.

La cover con voi riflessi su un cucchiaio, quindi sfuocati e deformati, mi ricorda la casa degli specchi al luna park ma ha anche una inquietudine alla Stephen King. Oppure il cucchiaio accoglie una droga artistica che dà assuefazione?
Il cucchiaio se lo guardi mentre bevi una caffè dal lato convesso ti vedi specchiato al contrario, inoltre la foto risulta leggermente sgranata. E’ sempre più difficile mettere a fuoco ciò che si guarda da lontano seppur zoomato. Il cucchiaio è una citazione di Matrix: non provare a piegare il cucchiaio prova pensare che non esista. Il nostro percorso incappa sul fatto che ci definiamo sul riflesso che abbiamo di fronte e spesso è contrario e dunque non esiste. La realtà vista nel cucchiaio è definirsi in una bolla algoritmica ma la racchiude non la definisce, è un noi separati.

Uno degli obiettivi del progetto è uscire dalle logiche algoritmiche e provare a vedere ciò che ci sfugge: ma raggiunto un orizzonte ce ne è subito un altro…quindi proponete un viaggio infinito?
E’ un primo capitolo, il nostro è un eterno nuovo inizio.

Quel professore che diceva “tu sei senza futuro” aveva un po’ ragione o era un boomer arrogantello?
Aveva ragione ed è stato illuminante. La presa di coscienza che i giovani non abbiamo un futuro nella canzone sembra una accusa ma in realtà è un avviso sul futuro che ci attende.

Imparare a non fare gol, a sbagliare un rigore come fece Roberto Baggio è il ritratto dell’uomo comune, del vero eroe di questa epoca, tra spese a rate, affitto o mutuo e conti che non tornano quasi mai?
Siamo tutti noi, non ci piace avere idoli o miti sul piedistallo. Sappiamo la differenza tra suonare su un palco o per strada, ci siamo passati, la fortuna di non avere un successo eccessivo ci consente di non perdere mai la capacità di auto analisi. Sul palco ci acclamano, pensano che abbiamo cambiato la vita ma noi sappiamo che è un attimo dire sono un grande e perdere il senso della realtà.

Due Gocce d’Acqua è una canzone di solitudine, tra paura di restare soli, randagismo umano e timore della compagnia ma più con due fiori torna il sorriso: cosa è oggi l’onesta, quel vostro verso “restiamo onesti”?
E’ una costante fatica quotidiana che non va data per scontata, noi lavoriamo ogni giorno su questo. In questo caso la solitudine viene condivisa in una canzone, bastano due gocce d’acqua perché la terra ci faccia germogliare. Nella quotidianità lavoriamo per costruisce la pace: la si fa nelle piccole cose, compreso in una band dove si discute sulle piccole cose senza cedere terreno: spiegarsi è meglio che arrendersi per un compromesso.

Facciamo dei passaggi: Povera Patria di Franco Battiato, Buonanotte all’Italia di Ligabue, Viva l’Italia di Francesco De Gregori e ora la vostra Ciao Bella Italia. Ogni generazione ha il suo dolente ritratto di questo Belpaese: il vostro come è nato?
Che bei raffronti, grazie. Noi ci aggiungiamo La Terra dei Cachi di Elio e le Storie Tese. Siamo partiti con un gioco con una melodia funky, abbiamo elaborato i cliché trasformandoli in passaggi sempre più sottili e penetranti e abbiamo chiuso il gioco coinvolgendo il Coro dell’Antoniano: l’innocenza è il futuro del nostro paese e questo testo cantato da loro aumenta la forza del brano. Il futuro è nelle province e nelle nuove generazioni.

Perché quello che siamo non ci basta mai? E agli alieni che ci guardano che messaggio mandate?
E se gli alieni fossero gli alberi? Sono esseri viventi, li alieni sono già tra noi in forma di pianta. Il bello delle piante è che non scappano, sanno risolvere i loro problemi da sé, stando sempre nello stesso posto.
 

I sassi circa Duemila anni fa servivano per lapidare le persone, poi sono diventati il simbolo da appoggiare sulle tombe degli ebrei. Ma sono anche l’anima delle case e la pietra che si fa surfare sull’acqua, infine ci sono i sassi di Gino Paoli che il mare ha consumato. Voi gli avete dato anima: in cosa vi rappresentano?
Anche oggi purtroppo in alcuni paesi esistono ancora le lapidazioni. Vorremmo essere più sasso di quanto non siamo, è un oggetto inanimato, almeno per quanto ne sappiamo oggi, ma secondo noi è molto allineato con un certo tipo si spiritualità che svuota piuttosto che riempire, sono sculture forgiate dal tempo. Mentre tutti scolpiscono, i sassi si fanno scolpire.

Ci Manchiamo da una Vita è una canzone melanconica, mi ricorda Incontro di Francesco Guccini: i due che si mancano da una vita senza ammetterlo esistono davvero?
L’idea è che possa essere interpretabile, è dedicata a mio padre (quello di Eugenio, ndr), e ci è piaciuta l’idea di due estranei che si conoscevano molto bene.

Se il mondo potesse fermarci due ore che fareste?
Baciamoci.

“È così semplice sognare insieme a te”: chi è nel 2026 un dreamer? E sognare in due è azzardo o romanticismo residuale?

Vale la seconda anche se ambiamo a una società estremamente romantica: sognare da soli è egoismo, insieme è democrazia.

I live partono il 16 novembre da Bologna dove faceste un memorabile concerto post covid proponendo tutto il vostro repertorio…e io c’ero. Come state lavorando al Club Tour che parte il 16 novembre da Bologna e cosa state pensando per il Forum di Assago del 5 maggio 2027?
Sono due momenti di questo capitolo della nostra storia: partiamo col tour club, con l’idea di variare la scaletta a ogni live. Bologna è andata sold in meno di un mese, per noi ha un affetto speciale. Quello che in generale ci ha emozionati è stato vedere il pubblico avvicinarsi a noi senza un disco nuovo, praticamente al buio. Alcuni degli esperimenti invernali li riproporremo poi al Forum il 5 maggio 2027 dove avremo anche ospiti.

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