Chiara Raggi: "Con l'album Zénta sostengo la contemporaneità del dialetto"
Musica Credit Gian Cerato
L'artista riminese torna a parlare del suo progetto discografico dialettale dopo una estate di musica e alla vigilia di un nuovo viaggio artistico. L'INTERVISTA
Con l'album Zénta Chiara Raggi ha dato un nuovo respiro ai progetti in dialetto, il suo è un disco spartiacque, quelli che segnano un prima e un dopo. A distanza di alcuni mesi dalla sua uscita la ho incontrata per condividere con lei riflessioni sulla musica, sua e in senso più ampio, e sui suoi prossimi sentieri musicali. Zénta è interamente in dialetto santarcangiolese, vernacolo romagnolo che si è sviluppato nel paese di Santarcangelo di Romagna ed è stato scritto a quattro mani con la poetessa Annalisa Teodorani che è anche ospite con la sua voce ed alcune poesie. Zénta significa Gente. In questo nuovo lavoro discografico ci sono tante persone, personaggi, storie, destini, speranze e sofferenze. Tra schermi e passi distratti, c’è la gente che cerca ancora un varco nel cielo, di respiro, di luce.
Chiara raccontami dell’estate di Zénta, il tuo recente album nel dialetto di Santarcangelo di Romagna.
La mia Zènta ha girato. Una esperienza indimenticabile è stata la mia partecipazione al Roumiage 2026 (roumiage in provenzale significa pellegrinaggio, ndr), un Festival dedicato alla lingua occitano-provenzale che esiste dal dopoguerra e si svolge nelle valli cuneesi. E stata una esperienza meravigliosa perché comprendi che la cura della tradizione si aprone al mondo.
Cosa conservi di speciale di quella esperienza?
La ricerca sull’evoluzione sonora che hanno notato nel mio lavoro ha fatto sì che ci abbiano voluti e desiderati. Non è usuale essere stati scelti e ti assicuro che è stata una sensazione bella. Con la mia band abbiamo aperto il concerto di Davide Van De Sfroos. Ho portato fuori dalla mia regione il dialetto santarcangelese che è unico. La musica ha un potere infinito e ne ho avuto conferma.
Poi hai suonato nella tua Romagna.
Ho fatto un concerto all’alba a Sogliano al Rubicone, poi al Rifugio Climatico a Poggio Torriana: in quell’occasione ho tenuto un corso di scrittura di canzoni, il concetto di rifugio in quel caso è anche un modo per sopravvivere al caldo e alla solitudine; abbiamo fatto ascolti e scritto una canzone collettiva, in cinque incontri dunque abbiamo scritto e raccontato Zénta.
Quando oggi sono ancora presenti nell’immaginario collettivo figure come Federico Fellini e Tonino Guerra?
Sono importanti ma non lo sono solo loro, penso a tutti i poeti santarcangiolesi, il Circolo del Giudizio ha tracciato una strada importante. Non mi ci paragono e quindi non sono una presenza ingombrante almeno per me. Hanno fascinazione, i versi di Tonino Guerra sembra raccontino il nostro quotidiano.
Ti senti molto legata alla tua terra?
Le radici, pensando a queste zone, credo diano una impronta importante, ho vissuto più di dieci anni lontani ma il richiamo è stato potente. I passi migliori nel mio percorso li ho fatti da quando sono tornata qui, si respira energia positiva: pensi a una cosa e credi che puoi farla e ci provi. Anche con le istituzioni ho un dialogo diretto e continuo. Però mi è rimasto un po’ di animo nomade.
Oggi c’è sovrabbondanza di concerti: è per te tema di riflessione?
Il discorso concerti mi fa porre domande perché la maggior parte di chi vive di musica non accede a questo mainstream e ci domandiamo quello che facciamo dove andrà? Forse un giorno ci si stancherà di questa omologazione.
Temi l’Intelligenza Artificiale?
Non sono contraria ma sono una sostenitrice dell’intelligenza emotiva, quella artificiale può essere un supporto: non sostituisce il pensiero. Siamo circondati di contenuti di cui non ci frega nulla, che non sono importante per le nostre vite. E comunque il futuro non si può prevedere.
Ti senti un po’ utopista e un po’ eretica?
Mio marito dice che ho un difetto: mi piacciono le cose belle, me lo ha detto mentre stavo ascoltando Marò, la cantautrice portoghese. Sono una grande sognatrice ed è bello perché senza sogni la vita è un po’ amara. Se non li realizzo ci vado vicino. Mi muovo per piccoli o grandi obiettivi. Zénta mi ha proiettato già sul successivo progetto.
Arriverà dunque un Zénta atto secondo?
Avrà un altro titolo, ho iniziato a scrivere in dialetto santarcangiolese. La poetessa Annalisa Teodorani con la quale ho condiviso Zénta si è detta la persona più felice del modo. Mi fa da tutto mio padre Giacarlo, che lo conosce benissimo e nella vita fa l’elettricista; il primo singolo uscirà il 21 ottobre e sarà il ponte tra Zénta e quello che verrà, sarò in studio da gennaio.
Nei tuoi testi c’è molto amore eppure viviamo un’epoca in cui la canzone d’amore sembra estinta.
Viviamo in un’epoca narcisista, temi di cui non si parlava in passato oggi sono dibattito di quotidianità, cito per tutti la parità di genere e il desiderio di colmare il gender gap. Vorrei essere vista in positivo e fare convivere bene il mio privato e il mio lato professionale.
Zénta è un lavoro quasi alchemico, è un bel lavoro di squadra: volgendoti indietro cosa (ri)vedi?
E’ stato un lavoro impegnativo, a un certo punto devi chiudere il progetto, io dico che un mixaggio non finisce mai ma si abbandona. Il produttore Gianluca Morelli è stata una presenza importantissima, abbiamo condiviso parti di pensiero dell’album e per la prima volta ho fatto qualche concessione a idee altrui. Ho scelto persone che trattassero bene la mia musica e avere messo un po’ da parte il mio lato dispotico e del senso di controllo ha avuto effetti positivi sul disco e su dime. Zénta mi rappresenta. In futuro vorrei spingere sull’acceleratore nell’indagare strade nuove per me. Vorrei sperimentare con la voce e lo sentirai già nel singolo. Vorrei essere testimone di come il dialetto può convivere con la contemporaneità.
C’è un album non tuo che ti ha emozionata?
Lux di Rosalia mi è stato di grande ispirazione. Prima di Zénta credevo che la canzone bastasse a se stessa ora voglio indagare i suoni. Facendo un passo indietro ti cito Creuza de Ma di Fabrizio De André che è il papà di tutti noi, ha fatto quello che nessuno aveva mai osato azzardare. In dialetto canti ovunque, è un paradosso ma è la cosa più universale del mondo. Daniele Maggioli che ha cantato in Voula ha usatp riminese e santarcangiolese, per fare un esempio.
Che accadrà nelle prossime settimane della tua vita artistica?
Riceverò la Targa Mei il 4 ottobre per il mio progetto legato all’Emilia Romagna. Poi ci sarà il nuovo singolo che rappresenterà l’uscita da Zénta e una suggestione sul futuro. Arriva anche il libro sulla spettacolo, uscirà il 21 ottobre: si intitola Làsa Andé ed è illustrato da Massimo Modula con la prefazione di Moni Ovadia e I’intro di Lia Celi. Infine portiamo Zénta a scuola, al liceo musicale con indirizzo scientifico Albert Einstein di Rimini, dipartimento lettere e musica; salirò sul palco del teatro Galli il 7 dicembre con 70 ragazzi e i riarrangiamenti di Davide Tura.
Insomma come ti rapporti con la fortuna?
Mi sento fortuna molto fortunata ma me la sono guadagnata. Sai sentirsi in credito è l’inizio della fine, meglio dunque essere debitori.