Light Blue Festival, Nico Arezzo: "Sincero, delicato e gentile: rispetto chi mi ascolta"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Ospite dell'ultimo giorno della rassegna siciliana il cantautore ha portato sul palco il suo album Non c'è Fretta e la sua storia. L'INTERVISTA

Ha giocato in casa Nico Arezzo al Light Blue Festival, la tre giorni di musica indipendente che si è chiusa domenica scorsa Realmonte -Baia di Capo Rossello in provincia di Agrigento sotto la regia di quel direttore artistico curioso e illuminato che è Salvatore Zoppo. Si intitola Non c'è Fretta l'ultimo album dell'artista sicilaino e nasce in uno spazio in cui fermarsi non è rinuncia ma ascolto. La lentezza diventa una scelta. Rallentare significa sottrarsi alla pressione di dover essere sempre all’altezza, produttivi, leggibili. In questo spazio emergono tutte le fragilità, e la paura di essere dimenticati perde peso e diventa libertà. Il disco osserva il confine tra controllo e abbandono, tra trattenere e lasciare andare, senza cercare risposte definitive. La Sicilia affiora come corpo vivo e silenzioso, una presenza che aspetta e resta anche quando chi parte cambia. Dialetto, immagini di vita quotidiana e riferimenti culturali parlano di appartenenza e distanza, di un’identità che non si perde ma si trasporta. Tradizione e contemporaneità convivono senza gerarchie, tra scrittura cantautorale, sperimentazione ed elettronica. Accanto alla dimensione privata, troviamo uno sguardo lucido aperto sul presente: la denuncia di un sistema che spesso svuota la musica del suo valore umano. Qui l’ironia diventa difesa, il rumore resistenza, la voce collettiva una richiesta di dignità. Non c’è fretta è un album che non chiede urgenza ma presenza, invita ad abitare il tempo e ad ascoltare con attenzione. A volte, il senso arriva solo quando si smette di cercarlo.

Il tuo album Non c’è Fretta è un disco di resistenza emotiva, racconta di momenti di vita che evolvono ma non si arrendono: cosa ti ha spinto verso questa interpretazione dell’animo umano?

Credo sia una consapevolezza: se noi facessimo quello che vogliamo in modo più lento riuscirebbe comunque ma la lentezza è un problema per il contesto che viviamo, siamo immersi nella corsa che impongono gli altri o che ti imponi tu perché vedi gli altri. E’ importante comprendere che si può stare bene anche senza correre.

Il tuo, come abbiamo già accennato, è un progetto che incita alla lentezza e a prendersi le proprie libertà in una società sempre più costrittiva: ti senti un eretico moderno?
Non so cosa mi sento, associarmi a qualcosa non saprei…io voglio solo essere sincero, delicato e gentile con chi mi ascolta. Sono un ragazzo cui piace ricevere gentilezza e che la propone.

Nei testi si respira anche tanta Sicilia: oggi che canti nella tua isola, da modicano, c’è una emozione speciale?
Sì e si percepisce perché io di solito fornisco spiegazioni dal palco proprio per la difficoltà linguistica e in Sicilia non lo faccio, non ce ne è bisogno dunque c’è già una emozione nel pre brano. Questa sensazione mi arriva potente.

Nell’Intro canti “adesso sono io l’isola dentro un mondo nuovo”, tra fine Cinquecento e inizio Seicento scrisse che “nessun uomo è un’isola”. Ci trovi una similitudine? Per altro in Non c’è Fretta parli di isole di polvere, quindi è un concetto ricorrente quello dell’isola.
E’ un modo di tornare a casa, di tagliare le distanze, sto girando tanto e vedo posti meravigliosi ma in termini di bellezza la Sicilia primeggia. E’ immersa nei mari e trasmette una sensazione simile all’idea di essere fuori posto e poi ha il senso del desiderio nel dna. E’ un rifugio che quando stai lontano accorcia la distanza.

Quando pensi a quel bambino che “raccoglieva cavi pur di stare sul palco” e che spiava nei camerini provi tenerezza per il te di allora?
Non tenerezza ma un gigante sorriso, non è un lavoro semplice né rilassante il mio, non c’è una pausa: di solito non mi faccio complimenti ma in questo caso una carezza me la concedo.

Quell’aereo di carta caricato di troppe valige dove è atterrato?
Ci sono viaggi che si ha una voglia infinita di provare ma ogni tanto capita che se non si è soli e non è chiaro dove andare, in quel caso abbiamo sbagliato stazione. Poi magari ci si ritrova in altre stazioni o incontri qualcuno per caso fai un po’ di strada insieme e poi ti dividi. Sulla rotta di quell’aereo c’erano idee diverse.

Sancu parte in italiano e in maniera anche conturbante con la frase “nella mia testa ti ho già morso ogni centimetro zone di cui mi limito ad immaginarne il sapore” e poi prosegue in siciliano: il dialetto arriva dove la lingua ufficiale si perde?
Probabile e credo sia proprio così, senza riflessioni mi è venuta naturale come evoluzione, è stata sincera: se le parole mancano è il dialetto che va a scavare sottoterra e spuntano cose interessanti almeno per la scrittura.

Mi ha incuriosito la panchina che introduce Vorrei mi Offrissi la Colazione perché mi ha fatto pensare a Eduardo De Filippo che disse “metti due persone su una panchina e hai già un sceneggiatura”: è l’osservazione il volano dei tuoi testi?
Senza ombra di dubbio e la mia osservazione si concentra su dettagli microscopici. C’è una panchina a Bologna e quando ho bisogno di staccare e guardare quello che succede in modo silenzioso mi rifugio lì. E’ successo che chi lo sapeva veniva a trovarmi e condividevamo del tempo sempre troppo dialogare. Le cose microscopiche sono fondamentali, io ho fatto una canzone su uno spazzolino che tiene in mano una relazione.

Quale è la tua colazione tipo?
La granita di pistacchio. Ma a Bologna devo ripiegare su cappuccino e cornetto.

Davvero conosci Fausto Papetti? E anche le sue copertine pruriginose?
Vale più la seconda! Mio nonno collezionava vinili e per una Natale che sono tornato a casa ho curiosato e ho trovato quelli di Papetti: ho apprezzato la sua genialità, tipo la copertina con una macchina sopra un seno.

‘U piscispada è una delle tre cover che ti hanno chiesto alla sagra del Mandorlato di Cologna Veneta e dunque la hai inserita nel disco?
No, è un brano che mi accompagna da sempre, me lo faceva sentire mio padre che suonava. E’ poi è una storia di mare bellissima.

Anche Eugenio Piange: perché oggi è ancora così complicato mostrarsi fragili e vulnerabili? Quando è l’ultima volta che hai pianto?
Piango costantemente, è uno sfogo che ho scoperto essere utile; mi viene facile con determinate persone e conferma il valore che loro hanno nella mia vita. Ognuno nel suo mare si sente a suo agio e toccare cose delicate può portare lacrime: il pianto va sdoganato, come la risata e il respiro. Poi capisco che da un punto di vista ispirazionale la tristezza è più interessante, offre tante chiavi di lettura.

Cosa ha di speciale la Baita di Moccone sulla Sila? Cosa rappresenta quel corpo legno?
La Baita è un mondo diverso rispetto al nostro, lì si ferma tutto, mangio se ho fame, dormo se ho sonno, è un isolamento, tutto moltiplicato e non è facile gestirlo. Corpo legno è una carezza a quel posto per quello che mi ha dato. Quando dico “prima che il buio mi chiuda gli occhi” significa che non vorrei andarmene ma devo farlo.

Infine che accadrà musicalmente in questo tuo agosto?
Concerti fino ottobre poi prendo un po’ di fiato. Di data in data incontrerò tanti amici che verranno a trovarmi, si è creata una bella una rete e di questo sono contento.

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