Paolo Santo Superstar, l'album: "Un mondo senza idee è un mondo senza pudore"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Il disco è un’opera concepita come un micromondo: ascoltando ognuna delle sette tracce, sembra quasi di trovarsi davanti a uno schermo, a un quadro. L'INTERVISTA

Si intitola Paolo Santo Superstar il primo album ufficiale di Paolo Santo, all'anagrafe Paolo Antonacci. Il progetto è stato anticipato dal singolo Torre di Babele ed è un’opera concepita come un micromondo: ascoltando ognuna delle sette tracce, sembra quasi di trovarsi davanti a uno schermo, a un quadro: ogni brano apre una scena, un passaggio, una visione. L’album gioca col prendere ispirazione dalla forma dell’opera rock, richiamando idealmente Jesus Christ Superstar, ma spostandone il centro verso una dimensione personale. Paolo Santo Superstar restituisce un ritratto in musica del cantautore e della sua visione artistica. 

Paolo partiamo dalla storia dell’album, quindi come lo hai costruito e come hai ragionato sulle tracce da inserire nel progetto?
Sette tracce sono ai limiti dell’Ep però ho concentrato le idee, voglio mettere la bandierina in un piccolo mondo da dividere in sette parti. Sette è il numero della creazione e nel mio microcosmo era giusto dividerli in sette pezzi, gli altri prenderanno un’altra forma in futuro. Sette è la nascita e la morte di un uomo, è scritto negli astri. Le canzoni hanno un effetto domino perché hanno senso in questo album e sono le pareti di un mondo. Il resto si vedrà.

Santo e Superstar ovvero tra il sacro e il profano: in cosa senti il tuo progetto un’opera contemporanea e in cosa una immagine religiosa?
Nella creazione stessa del mondo, essere fatti a sua immagine è già essere creatori dunque creare un mondo con il mio pensiero è già sacro. Non c’è niente pensato su una logica se non di esprimermi per il lavoro che faccio. Io esploro quello che mi rende unico e anche questo è sacro. Di contemporaneo ci sono io nel 2026 e che scrivo canzoni oggi. Chissà tra dieci anni che valore avranno, cosa resterà di contemporaneo del me di allora.

La reference ovviamente è al musical Jesus Christ Superstar: in cosa il musical e il film hanno segnato la tua idea di arte?
Se torniamo nel racconto della settimana, del sette, della creazione è naturale l’ispirazione ma l’idea è che la musica scandisca i momenti e amplifichi quello che è messo in scena sette atti. Io devo costruire un mondo, non sono le canzoni che mi definiscono ma i punti di vista. Il titolo è gigantesco, è essere creativi, è un qualcosa che mi è rimasto dentro da piccolo.

Aprire l’armadio e vedere il luccichio di oltre settanta dischi di platino dà vertigine? Servono gli occhiali da sole?
Serve anche la grande intelligenza di capire con chi sì è e cosa si è fatto: spesso si spreca la parola genio e hitmaker, bisogna ridimensionarsi. Ho fatto tante cose importanti ma stando al mondo attraverso le canzoni devo definirmi, mi fanno felice quei riconoscimenti ma li osservo anche con distacco.

Bolognese Spaghetti: sono più pericolose le ragazze della setta o quelle del campeggio in questo mondo dove i sentimenti passano attraverso le app di incontri e non attraverso le serenate?
Tra le sette e il campeggio…intanto ti dico che sono le prime frasi della Bibbia, sono sette parole. Temo più quelle del campeggio. Non so se mi mettono tristezza forse mi fanno passare la poesia. Sono un po’ disilluso ma non posso dire che mi fa tristezza perché dentro ci sono un amore e tre figli.

La Crisi dopo i 3 trasmette un senso forte di nostalgia: che storia ha? E perché hai accorciato la crisi che per definizione arriva al settimo anno?
Una parte di me era sicura che fosse del terzo, forse per esperienza personale. Così abbiamo dato uno spunto di riflessione nuovo.

“Non devi piangere mai, non devi piangere più” è il ritratto di una generazione che reprime i sentimenti e le paure? Che non sa guardarsi dentro?
Non lo so se lo credo, da quando scrollo il telefono vedo temi che trattano argomenti che prima era dura parlarne. Se è l’ennesima narrazione per farne un tema ti dico che non so se è la vita vera ma so che vedo persone che non hanno paura a esprimersi. Si è aperta la mia generazione e la terapia funziona.

“Solo due su dieci coppie sono certe di non credere al destino”: estraniando il concetto di destino dal verso, ti ritieni un fatalista oppure ognuno si costruisce il suo destino?
Il destino ognuno se lo costruisce reagendo alle cose imprevedibili che accadono: se succedono…succedono. Alcune cose succedono e basta altre sono le nostre reazione a quello che accade.

Invece entrando nelle dinamiche della coppia, quelle che hanno speranza di durare sono quelle che credono o non credono al destino?

Fondamentalmente valgono entrambe le ipotesi, è al centro che si rischia. Se ci credi non ti tiri indietro, se non ci credi stiamo insieme perché ci siamo scelti e non è stato il destino. I due estremi più speranzosi.
 

Se l’amore toglie la pazienza e l’spirazione, l’umanità dove deve cercare una sua stabilità e un suo afflato artistico?
Io guarderei ovunque, se cerchi pazienza e ispirazione nel mondo le trovi.

Quale è, secondo te, il confine del senso del pudore?
In società lo sappiamo, con se stessi è diverso: lì parlo di me che lo ho perso ed è fare cose senza avere idee. Se ti proponi al mondo senza idee non hai senso del pudore.

Citi i 300 di Leonida sempre in Torre di Babele: è il tuo modo in ritrarre un popolo che conosce il valore della Resistenza? Non in senso politico ma di sopravvivenza quotidiana.
Non era quello il mio messaggio ma la sensazione di resistenza mi piace. Chi sono io per dirti una cosa diversa? Mi stimola il confronto.

L’innocenza affettiva e adolescenziale di cui parli ne La Voglia è la tua idea di un amore libero, senza contraddizioni?
Esattamente ma non per questo meno crudele: era bello bello, era una fotografia con la grazia ma sul momento può fare esternamente male. E’ la bestialità dell’innocenza.

In Il Grande Incendio di via Rialto dici “e le frasi per portarti a letto”. Charles Bukowski scrisse il libro Scrivo Poesie solo per Portarmi a Letto le Ragazze: è una legge universale e atemporale?
Sì ma timidamente, la ho percepita fin da piccolo venendo da una famiglia legata alla musica. L’amore cortese della poesia da piccolo mi ha acceso, crescendo ho capito che funziona se ho scritto cose che, in primis, mi piacciono. Basta che la poesia sia la mia.

Mi spieghi la citazione di Pezzali e Repetto?
Detro una canzone c’è fonetica, melodia e a volte dico cose perché nella mia testa stanno bene…sia per la mente che per chi salta. Non c’è un meglio e un peggio.

“Chissà che cosa hai visto di notte, se non dormi” scrivi in Zombie: la notte è incubi o sogni? E in cosa, nel 2026, ti senti un dreamer?
La notte perfetta per me sarebbe un mix, una carrellata di film dell’orrore per arrivare a letto a fare dei bei sogni. L’orrore mi fa andare a letto sognando. Mi sento un dreamer e quindi penso di potere anche fare sognare. Il dreamer è chi ha idee.

Big Babol a parte, quando è l’ultima volta che ti sei ammalato per amore?
Mi ammalo facilmente per amore, la mia storia dura da quattro anni e non sono ancora in quella fase in cui le cose sono sane eppure io resto infuocato. La creatività è un atto amoroso, la nascita di una idea è complicata come l’amore, sono sempre ammalato di amore.

Che accadrà nelle prossime settimane della tua vita artistica?

Ho infinti punti di domanda. Non ho nessuna progettualità. Ho fatto un album e vediamo che succede, sono solo certo che la mia dimensione creativa mi fa stare meglio: è un mondo dove succede qualcosa grazie ai personaggi che lo popolano.

Approfondimento

Samurai Jay, l'album Amatore: "Non girarti, segui il tuo cammino"

Spettacolo: Per te