Il personal trainer che sfida la cronofobia a colpi di rock: Papi·On e l'album Euforia
Musica Immagini dall'ufficio stampa di Papi On
Il primo disco dell'artista e personal trainer bergamasco intreccia disciplina fisica, identità personale e accelerazione contemporanea in un concept pop rock costruito attorno al tema della cronofobia. Sei brani raccontano la condizione di chi vive costantemente “ON”, tra iperstimolazione, controllo emotivo e trasformazioni legate alla paternità. Il disco diventa così un’indagine sul tempo come pressione e come responsabilità affettiva. L'INTERVISTA
Nel contesto di una contemporaneità dominata da velocità, reperibilità continua e sovraccarico informativo, Papi·On costruisce con Euforia un progetto che parte dal corpo per arrivare alla dimensione emotiva e identitaria. Personal trainer di professione, l’artista trasferisce nel linguaggio musicale la stessa logica che guida l’allenamento fisico: progressione, disciplina, consapevolezza del limite.
Il disco si sviluppa come un concept pop rock in cui la struttura sonora — chitarre incisive, andamento ritmico teso, dinamiche tra apertura e compressione — riflette una condizione esistenziale precisa: quella di un individuo costantemente attivato, incapace di spegnersi del tutto, ma allo stesso tempo alla ricerca di un equilibrio interno.
Al centro del progetto si colloca il concetto di cronofobia, inteso come percezione alterata del tempo nella società contemporanea, dove la sovrastimolazione rende difficile distinguere tra urgenza reale e pressione percepita. In questo scenario, la dimensione privata — e in particolare la paternità — diventa un elemento di frattura e riorganizzazione: il tempo non riguarda più solo l’individuo, ma le relazioni e ciò che si considera essenziale.
Euforia non propone una fuga dal presente, ma una forma di permanenza consapevole al suo interno. È un lavoro che si muove tra tensione e controllo, tra impulso e struttura, cercando nella musica uno spazio di elaborazione più che di evasione.
Abbiamo incontrato Papi On per chiedergli come è nato il progetto. Ecco cosa ci ha raccontato l’artista.
Intervista a Papi·On
Sei un personal trainer prima ancora che un musicista: in che modo il lavoro sul corpo ha influenzato la tua scrittura musicale e la costruzione di Euforia?
Allenare le persone mi ha insegnato una cosa fondamentale: il limite non è un muro, è qualcosa che puoi spostare, ma devi conoscerlo. Con la musica ho fatto la stessa cosa. Non sono partito da un’idea artistica, sono partito da una necessità. Una canzone, poi un’altra, senza sapere dove sarei arrivato. Come in palestra: piccoli step, ma continui. La disciplina non mi ha tolto libertà, me l’ha resa possibile.
Nel tuo progetto ricorre spesso il concetto di “essere ON”. Quando hai capito che questa condizione non era solo fisica, ma anche esistenziale?
All’inizio era solo fisico. Energia, movimento, lavoro. Poi ho capito che non riuscivo a spegnermi neanche quando volevo, soprattutto di notte. Lì ho capito che non era solo una condizione del corpo, ma qualcosa di più profondo. Essere “ON” è diventato il mio modo di stare al mondo, nel bene e nel male.
Euforia sembra nascere da una tensione continua tra controllo e perdita di controllo: quanto è importante per te il concetto di disciplina dentro questa tensione?
Per me la disciplina è l’unico modo per non farmi travolgere. Perché io tendo all’eccesso: pensieri, emozioni, ritmo. Se non avessi una struttura, andrei fuori controllo. Quindi sì, dentro Euforia c’è questa tensione: la voglia di lasciarsi andare e il bisogno di tenere tutto insieme.
La paternità appare come uno spartiacque emotivo e narrativo nell’album. Cosa ha cambiato davvero nel tuo modo di percepire il tempo?
Mi ha cambiato completamente la percezione del tempo. Prima era qualcosa che riguardava me. Adesso riguarda chi amo. E questo, invece di tranquillizzarmi, mi ha reso più sensibile, quasi più fragile. Da lì nasce anche la cronofobia: il pensiero che il tempo non sia infinito per le persone che contano.
Parli di cronofobia e di sovrastimolazione del presente: ti senti più un osservatore critico della contemporaneità o qualcuno che la sta ancora combattendo dall’interno?
Non mi sento un osservatore distaccato. Sono dentro questa cosa. La vivo ogni giorno. Quindi sì, forse la sto ancora combattendo. La musica non è la soluzione, è il modo che ho trovato per non subirla passivamente.
Il punto tra “Papi” e “On” è un elemento identitario molto forte. È più una barriera, un respiro o uno spazio di equilibrio?
È un punto centrale. Per me rappresenta un equilibrio che sto ancora cercando: da una parte l’uomo che vuole esserci davvero come padre, compagno, figlio… dall’altra la mia natura, che è sempre “ON”, sempre in movimento. Quel punto tiene insieme queste due cose. Poi è anche qualcosa di più intimo, quasi un codice privato, che appartiene a me e alla mia vita personale. E allo stesso tempo è un punto come nella scrittura: può essere una pausa… ma anche una fine.
Il rock per te nasce in famiglia, quasi come linguaggio originario. In che momento hai capito che poteva diventare una forma di racconto personale?
Il rock per me non è stato una scelta estetica. È qualcosa che ho sempre respirato. Ma è diventato personale nel momento in cui ho smesso di ascoltarlo soltanto e ho iniziato a usarlo per dire cose mie. Lì è cambiato tutto.
Nei brani convivono urgenza, fuga e bisogno di protezione. Se dovessi scegliere, Euforia è più una corsa o un rifugio?
Direi una corsa. Ma non è una fuga. Non sto scappando da qualcosa, sto cercando di vivere tutto fino in fondo, anche quando è scomodo o difficile. Se fosse un rifugio, sarebbe più facile. Invece Euforia per me è proprio il contrario: è esporsi, non nascondersi.
C’è un filo che lega il lavoro sul corpo alla gestione delle emozioni. Ti consideri più qualcuno che si allena per resistere o per sentire di più?
All’inizio avrei detto per resistere. Poi però ho capito che allenarmi mi ha insegnato anche a sentire di più. Il corpo ti obbliga ad ascoltarti, a capire quando stai spingendo troppo, quando stai evitando qualcosa. Quindi oggi direi entrambe le cose: mi alleno per reggere… ma anche per essere più consapevole di quello che sento.
Se dovessi spiegare Euforia a tuo figlio tra vent’anni, cosa vorresti che rimanesse davvero di questo disco?
Vorrei che capisse che non ho avuto paura di essere me stesso. Che non ho scelto la strada più comoda, ma quella più vera. E che anche nei momenti di confusione, ho provato a trasformare tutto in qualcosa che avesse senso.
Dopo Euforia, che sembra già un progetto molto identitario e strutturato, in che direzione immagini il tuo percorso artistico?
Non lo so con precisione, e credo sia giusto così. Euforia è molto identitario, ma non voglio diventare prigioniero di quello che ho appena costruito. So che continuerò a partire da cose vere. Poi la forma può cambiare.