Birthh, l'album Senza Fiato: "Per me leggerezza è vivere il presente"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

La giovane artista toscana pubblica il suo primo progetto in lingua italiana ed è compiuto e identitario. Già annunciate molte date estive, il debutto sarà sul palco del Concertone del Primo Maggio. L'INTERVISTA

Dopo tre album in inglese la cantautrice e producer toscana Birthh ha pubblicato il suo atteso primo album in italiano, Senza Fiato (Carosello Records) che è il racconto di una vita divisa tra l’Italia e New York, ovvero la ricerca di una nuova identità in un mondo dominato da conflitti e tensioni. Il disco è co-prodotto interamente dalla stessa Birthh, all'anagrafe Alice Bisi, con Chef P, giocando ecletticamente con la melodia del cantautorato italiano, l’alternative-pop e le influenze urban internazionali che sono specchio dell’inarrestabile fermento di Brooklyn, quartiere di New York in cui lei ha trapiantato le proprie radici da diversi anni. È proprio a New York che ha preso forma la nuova fase artistica in italiano, tra sentimenti contrastanti e quelle tensioni emotive di chi lascia casa per raggiungere la lucente metropoli newyorkese, arena in cui tutto è possibile, in grado di lasciarti, nel bene o nel male, senza fiato. Il ritorno alla sua lingua madre diventa in Senza Fiato un atto pienamente compiuto e identitario. È una scelta maturata nel tempo, volta ad accogliere la grande sfida di una condivisione sincera e viscerale del proprio vissuto: le nuove canzoni attraversano paesaggi emotivi complessi, riflettendo l’esperienza di chi lascia casa per cercare altrove una versione più autentica di sé. Dopo le diverse esperienze live all’estero, Birthh torna in tour in Italia con oltre 14 appuntamenti nei principali festival estivi e col debutto al Concertone del Primo Maggio. Sul palco con lei Marco Pucci alla chitarra, Marco “Pizza” Martinelli alla batteria e Martina Tedesco al basso.

Alice partiamo dalla storia di Senza Fiato: come ci hai lavorato e che gestazione ha avuto?
E’ partito dal mio trasferimento a New York perché ho iniziato là ad ascoltare musica in italiano. Sono sempre stata esterofila come ascolti, ora la musica italiana mi piace. Sono stata oltre due anni senza rientrare per i visti e ho ripreso i classici da Lucio Battisti a Gino Paoli, tutti ascolti di mia mamma. E’ stata una esigenza mia, gli ascolti influenzano la scrittura e sono arrivata a un brano in italiano e con gioia mi è nata una bella voglia di provare a scrivere in italiano. Ho attraversato tre anni durante i quali ho ripreso confidenza con l’italiano, ho lavorato per immagini in termini poetici. I titoli in inglese sono nati di pancia.

Tre anni fa hai pubblicato Moonlanded, il tuo atterraggio sulla luna: dopo la recente spedizione spaziale che ci ha mostrato la luna come mai prima, ti senti ancora una selenita o stai guardando ad altri pianeti?
La luna se la guardo mi emoziona sempre, mi mette serenità la luna.

In Jumanji racconti un periodo pionieristico della tua vita, quando facevi anche la guardarobiera: ripensandoci oggi cosa ti ha lasciato e quella gavetta è un consiglio che daresti a chi oggi ha la tua età di allora?
Va molto a necessità, non la ho fatta per fare una esperienza nuova, avevo bisogno di lavorare per sostenere il valore di fare musica full time che è difficile ma bello. Sai, ho visto tanti concerti da guardarobiera e parlato con tante persone. Nel periodo più vivo della serata tu lavori meno e hai modo di osservare i meccanismi sociali, di vedere persone ubriache che ballano. Ciò detto vorrei che tutti potessimo vivere al mare facendo arte.

Little Rat è migrazione, è sospensione tra Stati Uniti e Italia: vista la drammatica situazione politica dei due paesi la tua prossima residenza sarà alle Canarie o a Capo Verde?
Non so dove vorrei stare se non sulle mie gambe. Il mio mondo interiore mi fa sentire più al sicuro rispetto al mondo esterno. Non c’è luogo speciale, mi sento connessa ovunque ed è una fortuna in questo momento storico.

Terminal è una canzone di amore struggente che col suo arrivederci mi ha ricordato l’omonima canzone di Umberto Bindi: oggi sai se sei una dolce metà o sulla punta della lingua c’è sempre un arrivederci?
Io so cosa sono se non sono una dolce metà. Io sono tutte le cose che mi piace fare, l’esperienza di ciò che amo mi completa.

Truman è identità: oggi quando ti guardi allo specchio sei in pace con te stessa? Soprattutto perché in Bene diventi come Sant’Agostino: dolce solitudo sola dolcitudo.
Dipende dai giorni, dalle stagioni e dal meteo. Il bello è che se mi guardo allo specchio non c’è mai la stessa risposta, non sempre sono contenta di essere me stessa.

Per vivere in leggerezza serve un Total Black consapevole o basta solo essere consapevole?
Non basta essere consapevoli, quello è anche un peso. La leggerezza per me è viversi il presente e goderselo e ballare mi aiuta.

L’Inferno contemporaneo è la forbice che si allarga tra i pochi ricchi e i tanti poveri?
Si, mi piace questa immagine.

Il Sogno è comprare quella casa così come è stata lasciata?
Il sogno è trovare un posto ancora più bello.

“Ho provato a essere migliore, non farmi comprare da una tentazione” canti in Jumanji: quale è l’ultima tentazione cui non hai saputo dire di no?
Volere stare bene a livello economico. Non dovere arrivare a fine mese con l’ansia. Poi volere essere vista come artista, avere uno spazio riconosciuto.
 

“In cerca di un tesoro in mezzo a tutta questa spazzatura” di Little Rat è la risposta della tua generazione a Fabrizio de Andrè e al suo “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori”?
Messa così ci sta. Quella immagine nasce perché all’inizio avevo scoperto che le falene si appiccano alle luci pensando che siano stelle. Significa cercare una cosa artificiale che sia infinito, significa cercare poesia nelle cose.

In Total Black trovi Dio dentro quelle casse e dentro quei bassi: che rapporto hai con la Fede?
Sono spirituale ma non in linea con i dogmi di molte chiese; però penso anche che la dimensione umana sia piccola che è parte di una più grande cui non avremo accesso in questa vita. Non so che c’è dopo la morte, credo nell’energia delle cose e che niente si crea o distrugge ma si trasforma. L’arte è energia interiore che si trasforma creando altra energia.

Inferno è “luce nei miei occhi, una bambina coi sogni”: sei una sognatrice? E se dovessi fare una somma da quasi trentenne sono più i sogni realizzati o quelli rimasti…sogni?
Sono una sognatrice patologica ma sono più quelli realizzati e per questo mi sento fortunata. Non ne ho molti ma sono presenti nella mia vita e sono il motore di tante cose che faccio.
 

Dieci anni fa hai debuttato con Born in the Wood: farai una special edition? Avrà uno spazio speciale nei tuoi concerti?
Ne sono consapevole. Lo ho scritto al liceo e per me quella persona non esiste quasi più. Non lo so. Scrivo le canzoni e poi mi stanco. Lo suonato per tre anni in tour ora ti dico che dipenderà dalla scaletta. A volte ho richieste di canzoni di quel disco e riesco anche a emozionarmi.

Hai trovato la strada che ti porta nel profondo ed è bella davanti a noi?
La ho trovata. Non necessariamente la bellezza dall’arte deve essere positiva, andare verso il profondono non è sempre piacevole ma è sempre bello.

Che accadrà nei prossimi mesi della tua vita artistica?
Debutto al primo maggio anche se solo con due canzoni, per altro già scelte. Mi muoverò full band nei Festival in estate con la speranza di un tour invernale. Saremo in quattro su palco. Ho una idea poi la definisco con le prove, deve essere accattivante, creare momenti di comunità sotto il palco. Ricerco le sonorità del disco ma suonate perché voglio trasmettere energia.

Approfondimento

Camillacosì: "Trasformo la mia sensibilità in emozioni da condividere"

Spettacolo: Per te