Jey, dalla lirica al rap passando per rock e reggaeton: il 1° EP Dies Irae della soprano

Musica
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

Credits: ufficio stampa di Jey (NextPress Media)

Dal Conservatorio al rap, passando per rock, trap e reggaeton. Con il suo primo EP Dies Irae, Jey costruisce un ponte inedito tra canto lirico e musica urban, trasformando fragilità, rabbia e rinascita in un racconto sonoro potente e contemporaneo. L'INTERVISTA

Soprano da un lato, rapper dall'altro: Jey rompe i confini tra lirica e urban con Dies Irae, l'EP da cui nasce il lyrical rap italiano. 

C'è chi sceglie una strada e la percorre fino in fondo. E poi c'è chi decide di costruire un sentiero nuovo, facendo dialogare mondi apparentemente inconciliabili. È il caso di Jey, nome d'arte del soprano Jennifer Turri, che con il suo EP d'esordio Dies Irae (che potete ascoltare integralmente in fondo a questo articolo), uscito il 22 maggio scorso su tutte le piattaforme digitali per Redgoldgreen Label, dà vita a un progetto capace di unire la profondità del canto lirico all'energia del rap, attraversando rock, pop urbano, trap e influenze reggaeton.

 

Anticipato dal singolo Echi d'ombra (che potete ascoltare nel video in alto, in testa a questo articolo) , prodotto da Dr. Testo, il disco rappresenta la sintesi più autentica dell'identità artistica di Jey: un dualismo creativo che trova equilibrio tra tecnica vocale accademica e linguaggi contemporanei. Al centro del progetto c'è l'essere umano, raccontato nella sua continua oscillazione tra luce e oscurità, fragilità e forza, caduta e rinascita.

 

Il titolo dell'EP richiama il celebre Dies Irae, la sequenza medievale attribuita a Tommaso da Celano che descrive il Giorno del Giudizio. Un riferimento che diventa metafora di un percorso interiore fatto di confronto con le proprie ombre, con il dolore e con il senso di inadeguatezza che spesso accompagna l'esperienza umana. Ma nel racconto di Jey non c'è compiacimento del buio: ogni ferita diventa occasione di trasformazione, ogni crisi apre alla possibilità della ricostruzione.

Un viaggio emotivo attraverso sonorità diverse

La musica accompagna questo viaggio emotivo attraverso sonorità diverse ma perfettamente integrate. Jey definisce il proprio linguaggio "lyrical rap", una formula che fonde la solennità della lirica con l'immediatezza dell'hip hop, l'intensità del rock e la modernità dell'urban contemporaneo. La voce diventa il filo conduttore che attraversa ogni traccia, assumendo di volta in volta il ruolo di confessione, grido, liberazione o carezza.

 

Dietro questo progetto c'è un percorso artistico di altissimo livello. Nata a Faenza nel 1998, Jennifer Turri si laurea con lode in Canto Lirico al Conservatorio Rossini di Pesaro e prosegue la sua formazione all'Accademia Lirica di Osimo. Ha collaborato con importanti realtà del panorama operistico italiano, tra cui il Rossini Opera Festival, il Teatro della Fortuna di Fano, il Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno e il Coro Cherubini diretto dal Maestro Riccardo Muti. Nel 2021 riceve inoltre il prestigioso Premio Maria Callas all'Arena di Verona, riconoscimento che certifica il suo talento nel panorama lirico nazionale.

Una passione per il rap parallela alla carriera classica

Parallelamente alla carriera classica, Jey ha sempre coltivato una profonda passione per il rap e per le sonorità urban e black, una passione che oggi trova piena espressione in Dies Irae. Le produzioni firmate da Rick Freak, VirtuS, Dr. Testo, Ed Mars e Simon Bayle contribuiscono a costruire un universo sonoro cinematografico e narrativo, dove ogni brano rappresenta un capitolo di una storia più ampia.

 

Da Echi d'ombra e Fili di lacrime, che incarnano il crossover più evidente tra lirica e rap, fino a Basta Amore, dal carattere pop rock liberatorio, passando per Metropoli, che intreccia rap, soul e canto lirico, e Diavolo, che esplora l'incontro tra rap e R&B. A chiudere il viaggio è Kick 'n' Shine, brano reggaeton dal forte impatto pop rap che rappresenta la liberazione finale dopo il percorso di consapevolezza e rinascita.

Dies Irae si presenta così come un'opera coraggiosa e profondamente personale, capace di superare le barriere tra generi musicali e linguaggi espressivi. Un progetto che racconta la complessità dell'essere donna e dell'essere umano oggi, senza rinunciare né alla profondità né alla leggerezza, trasformando la vulnerabilità in una forma di forza.

 

Abbiamo incontrato Jey per chiederle come è nato questo suo nuovo progetto. Ecco cosa ci ha raccontato.

Intervista a Jey

Dies irae è un titolo fortemente evocativo e legato alla tradizione sacra: cosa ti ha spinto a scegliere proprio questa immagine per il tuo debutto discografico?

Ho scelto Dies irae perché rappresenta perfettamente il momento di trasformazione che racconta l’Ep. Tradizionalmente è il “giorno dell’ira”, del giudizio, ma per me non è qualcosa di esclusivamente negativo. È il momento in cui si è costretti a guardarsi dentro, a fare i conti con le proprie ombre, le proprie paure e le proprie contraddizioni. Tutti i brani del progetto attraversano questa fase di confronto interiore e cercano una forma di rinascita. Inoltre il richiamo alla tradizione sacra dialoga naturalmente con il mio percorso nella musica lirica, creando un ponte tra il mio passato e il mio presente artistico.

 

Il progetto nasce dall’incontro tra lirica, rap, rock e sonorità urban: come hai costruito un’identità artistica così ibrida senza perdere coerenza narrativa?

In realtà non ho costruito un’identità a tavolino. Ho seguito ciò che sentivo autentico. Ho sempre percepito un filo invisibile che collega tutti i generi musicali, al di là delle etichette. La coerenza non nasce dal genere utilizzato, ma dall’intenzione con cui racconti qualcosa. In Dies irae ogni brano può avere un linguaggio musicale diverso, ma tutti parlano dello stesso viaggio emotivo e della stessa ricerca personale. Credo che la mia identità stia proprio nella libertà di attraversare mondi differenti mantenendo viva la trasformazione.

 

In che modo la tua formazione accademica al Conservatorio e l’esperienza nei teatri lirici hanno influenzato la scrittura e la produzione di questo EP?

La formazione accademica mi ha dato strumenti tecnici molto importanti, ma soprattutto mi ha insegnato il valore dello studio e della disciplina. L’esperienza nei teatri mi ha fatto comprendere quanto la voce possa essere uno strumento narrativo oltre che musicale. Anche quando scrivo rap o utilizzo sonorità urban porto con me quell’attenzione all’interpretazione e all’intensità emotiva. Non considero la lirica una parte separata del mio percorso: è una radice che continua a nutrire tutto ciò che faccio oggi.

 

Luce e oscurità sono elementi centrali del racconto: quanto c’è di autobiografico in questo dualismo?

C’è moltissimo di autobiografico. Ogni brano nasce da esperienze, emozioni e riflessioni che ho vissuto realmente. La luce e l’ombra rappresentano due aspetti che convivono costantemente dentro di noi: la speranza e la paura, la forza e la fragilità, la rinascita e la caduta. Nel tempo ho capito che non si tratta di eliminare una delle due parti, ma di imparare a farle convivere. Questo è uno dei messaggi più importanti dell’intero Ep.

 

L’uso della voce lirica nel contesto urban e rap è un elemento distintivo del tuo progetto: è stato più un vantaggio espressivo o una sfida di adattamento?

Vantaggio? Per niente, ogni volta che fai qualcosa di diverso e come nel mio caso azzardi a immettere un linguaggio sonoro diverso sai che sarai svantaggiato rispetto a chi invece studia e imita il mercato. Questo Ep è stato una sfida ma non di adattamento, una ricerca di identità, di connessione.

 

Il concept dell’EP parla anche di vulnerabilità e fragilità emotiva: quanto è stato difficile esporsi in modo così diretto all’interno di un linguaggio musicale contemporaneo?

È stato difficile, ma necessario. Viviamo in un’epoca in cui spesso si cerca di apparire forti, perfetti o invulnerabili. Per me la musica ha senso soltanto quando riesce a raccontare qualcosa di vero. Espormi significava accettare il rischio di mostrarmi nelle mie fragilità, ma anche creare uno spazio di condivisione. Credo che molte persone si riconoscano non nella perfezione, ma nelle ferite che impariamo a trasformare.

 

Brani come Echi d’ombra e Fili di lacrime mostrano un forte crossover tra mondi diversi: come hai trovato il punto di equilibrio tra tecnica classica e scrittura urban?

Non ho ancora trovato un vero e proprio equilibrio ma il concetto dell’Ep, il significato sta proprio nella sperimentazione e nella ricerca di un’identità, quindi ora come ora mi preoccupo solo di trovare naturalezza. All’inizio mi sentivo quasi fuori posto, come se dovessi scegliere una sola identità ma credo che il vero equilibrio non consista nel dividere i linguaggi, ma nel lasciarli dialogare. Volevo che la tecnica lirica restasse una parte viva del racconto e che il linguaggio urban mantenesse tutta la sua autenticità e immediatezza. Il punto d’incontro è arrivato quando ho smesso di pensare ai generi e ho iniziato a concentrarmi esclusivamente sulle emozioni che volevo trasmettere.

 

In Basta Amore e Kick ‘n’ Shine emergono invece sonorità più leggere e pop: che ruolo ha la leggerezza all’interno di un progetto così cupo e introspettivo?

Per me la leggerezza è essenziale. È una conquista. Dopo aver attraversato dolore, rabbia e smarrimento, arriva un momento in cui si sceglie di respirare e guardare avanti. Basta Amore rappresenta una liberazione emotiva, mentre Kick ‘n’ Shine è quasi una celebrazione della capacità di rialzarsi. Senza questi momenti il racconto sarebbe incompleto, perché la rinascita ha bisogno anche di energia, movimento e leggerezza.

 

Hai collaborato con diversi producer con sensibilità molto differenti: come hai gestito la direzione artistica per mantenere una visione unitaria?

Ogni producer ha portato il proprio linguaggio e la propria sensibilità, ed è proprio questa diversità ad aver arricchito il progetto. Il filo conduttore è sempre stato il concept dell’Ep e la volontà di raccontare un percorso preciso. Anche quando cambiavano le sonorità, l’obiettivo emotivo del brano rimaneva chiaro. Credo che la vera unità di Dies irae non stia nell’omogeneità musicale, ma nella coerenza del messaggio.

 

Guardando al futuro, Dies Irae è un punto di arrivo o l’inizio di un percorso di definizione ancora più chiaro della tua identità artistica?

Lo considero soprattutto un punto di partenza. Questo Ep rappresenta il momento in cui ho deciso di mostrarmi per quella che sono, senza cercare di rientrare in una definizione precisa. Mi ha aiutata a comprendere meglio la mia identità artistica, ma sento che c’è ancora molto da esplorare. Se c’è una cosa che ho imparato durante questo percorso è che la trasformazione non finisce mai, e probabilmente sarà proprio questa continua evoluzione a guidare i miei prossimi lavori.

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