La canzone è molto introspettiva, racconta di ciò che si vive, di ciò che prima spezza e poi permette una ricostruzione
IL VIDEO E' INTRODOTTO DA UN TESTO ORIGINALE DELL'ARTISTA
Sono Jennifer, in arte Jey, sono una cantante lirica, ma questo non mi è mai bastato. Echi d’Ombra infatti è una canzone che nasce da questo peso che mi porto dietro da anni: il conflitto tra ciò che sono fuori e ciò che sento dentro. Per tanto tempo ho vissuto come se avessi due voci separate: quella più cruda, più rap, che parla con sincerità brutale del mondo che mi circonda; e quella lirica, più fragile, più pura, che invece si apre verso qualcosa di più grande, quasi sacro. Ho sempre pensato che queste due parti non potessero stare insieme, che dovessi scegliere. Poi ho capito che era proprio questa divisione a farmi soffocare.
Echi d’Ombra è nata in un momento di forte disorientamento. Sentivo il peso della società che cade a pezzi, della violenza sottile che ci circonda, della frenesia che ci divora. La prima immagine che ho scritto è stata: “La strada è buia, la folla è in festa”. Sono due mondi che convivono, e io mi ci trovavo schiacciata in mezzo. Da lì è iniziato un viaggio interiore che mi ha portata a chiedermi più volte: “Ma cosa c’entro con tutto questo io?”. Una domanda che sembra piccola, ma che in realtà è immensa. È la domanda che ti costringe a guardarti allo specchio. Il rap, nel brano, rappresenta la mia voce più concreta, più tagliente. È quella che osserva gli uomini trasformarsi in belve, la società che idolatra il successo e abbandona il pensiero, il male che cresce dal caos. Ma la verità è che questo pezzo non parla solo del mondo: parla di me, di ciò che ho visto, di ciò che mi ha spezzata e poi ricostruita.
La parte lirica, invece, è arrivata come un pugno allo stomaco. Non volevo farla. Era troppo nuda, troppo dolorosa. Ma è uscita da sola, ed è proprio quella che dice: “Gli innocenti pagheranno per il male dei potenti…ed il mondo brucerà.” Questa parte è la mia confessione più vera. È la voce che non giudica, non accusa, non racconta: semplicemente sente. È la voce che appartiene alla luce, ma una luce consapevole, che brucia. È quel grido che nasce quando capisci che la realtà esterna e quella interna sono la stessa cosa, due facce della stessa ferita.
Nel videoclip realizzato da Davide Matterazzo ho scelto un’estetica minimalista e intensa: in bianco e nero, girato in studio, perché volevo togliere tutto ciò che non serve. Volevo che rimanesse solo il messaggio, solo io, senza filtri, senza distrazioni. Nel video interpreto due versioni di me stessa: il rap, vestita di nero, con il cappuccio, immersa nell’ombra, come una parte che osserva il mondo e ne porta il peso; la lirica, vestita di bianco, completamente esposta alla luce, fragile ma potente proprio per quella vulnerabilità. Le luci e le ombre non servono a nascondere, ma a rivelare. Quando entro nella parte rap, la luce è tagliente e netta, quasi violenta. Quando passo alla parte lirica, invece, si apre, mi avvolge, mi espone. È stato strano guardarmi così: una parte di me chiusa, l’altra esposta. Ma era necessario. Molti mi chiedono perché ho scelto un video così semplice. La verità è che volevo mostrare il conflitto senza distrazioni. Viviamo in un mondo che brilla troppo, che copre tutto con immagini e rumori. Io volevo fare l’opposto: togliere tutto, lasciare solo il vero. Forse chi ascolterà Echi d’Ombra ci sentirà la propria voce, la propria lotta. Forse si riconoscerà nel sentirsi troppo pieno e troppo vuoto allo stesso tempo. Se succederà, il brano avrà fatto il suo lavoro. Io, nel mio piccolo, posso solo essere sincera. Senza maschere, senza scappare.