Bluvertigo all’Alcatraz di Milano, un ritorno tra arte e resistenza. Recensione del live

Musica
Paolo Nizza

Paolo Nizza

©Getty

All’Alcatraz di Milano i Bluvertigo tornano con un concerto sold out che va oltre la semplice reunion. Sul palco Morgan, Andy, Livio Magnini, Sergio Carnevale e Lele Battista costruiscono un live stratificato, tra suoni, visioni e lunghi momenti di riflessione. Più che un concerto, una vera dichiarazione: un racconto sull’essere umani oggi, sospesi tra memoria analogica e presente digitale. Un ritorno potente che non guarda indietro, ma prova a dare un senso al tempo che stiamo vivendo.

Il Grande Gatsby era in platea, Bluvertigo in concerto all’Alcatraz di Milano: recensione

Forse a Milano, all’Alcatraz, la sera del 14 aprile 2026, c’era anche il Grande Gatsby nascosto tra il pubblico.
Invece della luce lontana sulla baia di East Egg, contemplava il palco. Guardava e ascoltava i Bluvertigo. Insieme agli altri esseri umani — età media, per anagrafe, mezzo secolo — aveva capito che il passato può tornare. E che si può ancora essere umani, anche adesso.

Un concerto che si apre con Decadenza è già una dichiarazione.
E poi c’è Morgan: un equilibrio instabile tra visione e contraddizione, quasi un Jedi e un Sith insieme. Con il nuovo taglio di capelli ricorda Thomas Jerome Newton L'uomo caduto sulla Terra interpretato da David Bowie nel film di Nicolas Roeg, l'alieno che  paradossalmente, appare più umano degli umani.

Perché questa non è una reunion nata per nostalgia o per convenienza — e non ci sarebbe nulla di male, se fosse così. È un incontro di anime, un ritorno mosso da un’urgenza reale.

Sembrano i sopravvissuti de Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah: fuori tempo massimo, feriti, ma ancora pronti a rientrare in scena. Non per vincere, non per dimostrare qualcosa.
Solo per esserci.
Solo per dire, ancora una volta: “Why not”.

Non a caso, nel backstage, Marco Castoldi sfoggiava uno stiloso cappello nero da cowboy

Andy e Morgan - ©Getty

Alcatraz sold out: pubblico, generazioni e atmosfera del concerto

L'Alcatraz era pieno. Pieno di quella particolare qualità di pieno che si ottiene quando il pubblico non è lì per abitudine, non è lì perché era sul feed di Instagram, ma perché ha scelto di esserci. L'età media della platea era, come ha fatto notare lo stesso Morgan con la sua consueta franchezza, intorno ai cinquant'anni. E non era un dato da nascondere: era il punto.

Perché questa reunion non era pensata per tutti. Era pensata per chi ha vissuto quegli anni, per chi ha tenuto i dischi dei Bluvertigo come oggetti di culto, per chi sa ancora a memoria il testo di L.S.D. La sua dimensione e lo canta con quella leggerezza malinconica che hanno solo le canzoni che ti hanno cambiato. Per chi, in sintesi, ha il privilegio di essere figlio dell'analogico e capace di sopravvivere al digitale. Ma questa volta non è stata una missione suicida: è stato un sogno che si avvera, un desiderio che si realizza.

Approfondimento

Lory Muratti e Andy Bluvertigo specchiano le coscienze ne La Caduta

2271367830 - ©Kika Press

Bluvertigo live: suono, arrangiamenti e identità musicale del 2026

Il suono dei Bluvertigo nel 2026 è robusto, stratificato, potente, sporco al punto giusto. Quel mix irripetibile tra rock ed elettronica, con quei richiami agli anni Ottanta che non suonano come citazioni ma come cicatrici. I brani, spesso allungati rispetto alle versioni originali, diventano vere esplorazioni sonore. Il palco trasuda energia: assoli di chitarra e di basso, il pianoforte — ca va sans dire — e il sax di Andy che accompagna tutto con quella grazia obliqua che è da sempre il suo marchio.

Non manca nemmeno l'ironia: si scherza sul fiato che è poco («ci vorrebbe la bombola dell'ossigeno»), e a un certo punto Morgan e Andy camminano sul palco in modo spiritosamente incerto e robotico — quello che Castoldi stesso ha battezzato, con tempismo perfetto, il Momento Biden. Senza essere mai stucchevoli o banali, si ride anche sulla pantomima del bis: il gruppo finge di andarsene, il pubblico urla «fuori! fuori!», e puntualmente la richiesta viene esaudita.

Approfondimento

Sanremo 2026, Morgan: "Non sarò sul palco con Chiello"

La band: muscoli, cuore e un quinto elemento

Uno degli aspetti più sorprendenti della serata è stata la qualità musicale complessiva. Le parti strumentali sono quasi muscolari nel senso migliore del termine: potenti senza essere esibizioniste, tecniche senza essere fredde. Una band compatta in cui anche le digressioni solistiche restano al servizio del gruppo.

Livio Magnini alla chitarra è la rivelazione della serata. Finalmente valorizzato — lo ha detto persino Morgan, con quella mescolanza di vergogna tardiva e meraviglia sincera che è il suo marchio di fabbrica — intreccia i suoi riff con i synth di Andy creando trame sonore che avrebbero meritato un disco. Sergio Carnevale alla batteria è la struttura portante: preciso, coinvolto, capace di suonare, come dice Morgan, «con il cuore». E poi c'è Lele Battista — La Sintesi — il quinto elemento: polistrumentista, cantante, gestore dell'elettronica, collante invisibile e indispensabile di un ensemble che senza di lui probabilmente si sfilaccierebbe

Sergio Carnevale - ©Getty

Il primo intervento: i cinquantenni come «chosen ones» dell'era digitale

Tra Forse e L.S.D. La sua dimensione, Morgan si ferma. Prende il microfono. E per qualche minuto il concerto diventa un comizio, una confessione, un pamphlet. Il tema: essere cinquantenni oggi è un privilegio, non una sconfitta. L'argomentazione è semplice e provocatoria — chi ha cinquant'anni è l'ultima generazione ad aver conosciuto il mondo analogico e insieme la prima ad aver costruito quello digitale, quindi la più lucida, le guide morali, «i veri chosen ones» — ma suona come una verità parziale che vale la pena di ascoltare.. Poi il discorso vira sull'intelligenza artificiale: l'IA sta facendo bullismo sistemico, i ragazzi sono nati in cattività. A seguire il  momento più bello della serata: le scuse. Morgan si scusa con i suoi compagni di band, uno per uno. Livio, che non aveva mai capito davvero. Sergio, a cui deve chiedere perdono per anni di incomprensioni. Andy, su cui potrebbe scrivere un'enciclopedia. E Lele, che ha superato il maestro ma lo chiama ancora tale. «Ritrovarli per me significa salvezza» dice Morgan, e la parola salvezza — così grande, così assoluta — suona stranamente giusta.

Il secondo intervento: essere umani è un atto politico

Il secondo monologo di Morgan arriva prima di (Le arti dei) miscugli ed è più filosofico, più ambizioso. Parte dall'arte — «l'irregolare è requisito di base, perché dalle cose più storte nasce l'arte» — per arrivare alla politica, passando per i rettiliani (sì, i rettiliani: Morgan è un titano dell'iperbole), un battibecco con uno spettatore e una dichiarazione finale contro ogni guerra.

Il nucleo è però una riflessione seria: «essere umani» non significa essere degli esseri umani — ovvio — ma significa essere umanità. E vuol dire, di conseguenza, che la guerra non nasce dagli esseri umani ma da chi non è umano. In quella sala, la sera del 14 aprile, suona come quello che è: un atto di resistenza. Una scelta di campo. Il tour si chiama «Essere Umani» e Morgan quella sera ha fatto capire che non è un titolo poetico: è un programma

Scaletta Bluvertigo 2026: tutte le canzoni del concerto all’Alcatraz

Quattordici brani più tre bis. Si apre con Decadenza — giusta, inevitabile, quasi liturgica — e si chiude con Altre F.D.V.. Nel mezzo: Il Dio denaro, L’assenzio (The Power of Nothing), Sono = sono, La comprensione, Forse, L.S.D. La sua dimensione, Sovrappensiero, Complicità (Here Is the House) dei Depeche Mode, (Le arti dei) miscugli, L’eretico, So Low – L’eremita, Cieli neri, La crisi.
Poi il bis: Zero, Fuori dal tempo, Altre F.D.V.

Una traiettoria che attraversa i tre album — Acidi e basi (1995), Metallo non metallo (1997), Zero (1999) — e restituisce tutta la natura ibrida dei Bluvertigo: rock, elettronica, parola, visione.

Ci sono momenti in cui anche il cuore più arrugginito si scioglie. Succede con Complicità, quando il concerto si fa improvvisamente intimo, quasi sospeso, e le parole tornano a pulsare come una memoria fisica.

E poi Cieli neri: sullo schermo scorrono immagini tratte da Screen Play di Barry Purves, tra suggestioni teatrali e ombre in movimento. Il risultato è ipnotico, una fusione di suono e visione che trasforma il live in esperienza.

I video scorrono con colori vividi, quasi lisergici. I richiami retro — dai marziani di Space Invaders alle geometrie digitali — dialogano con le luci, che in alcuni passaggi fondono suoni e immagini in una dimensione astratta, sospesa tra analogico e digitale.

Alla fine i componenti del gruppo si abbracciano.
Spunta una sciarpa della Palestina.
Ci si è persi. Ci si è ritrovati.

Non nostalgia: un concerto vivo

Alla fine, quando le luci si riaccendono e Milano torna a essere solo Milano, resta addosso una sensazione difficile da scrollarsi di dosso.
Non è nostalgia. Non è nemmeno entusiasmo.
È qualcosa di più scomodo: la consapevolezza.

Che il tempo non si recupera, ma si può attraversare meglio.
Che le persone, se vogliono, possono ritrovarsi davvero.
E che certe musiche — quelle che non cercano di piacere ma di restare — non invecchiano: cambiano forma, come cambiamo noi.

Non importa se arriverà un’altra crisi, se continueremo a muoverci sovrappensiero, se entrati negli “anta” ci sentiamo ancora Meno di zero — per citare il romanzo epocale di Bret Easton Ellis.
Forse ci siamo sempre sentiti così.
E allora, accompagnati dal sax di Andy, vale la pena restare dentro questa decadenza, conservarne anche le bottiglie vuote. Perché, in fondo, siamo noi i nostri stessi demoni.

I Bluvertigo non sono tornati per ricordare chi erano.
Sono tornati per dire che cosa significa esserlo ancora, adesso, in un mondo che sembra aver dimenticato come si fa.

E allora no, non era una reunion.
Era una dichiarazione.
Un atto di resistenza.
Quasi una lezione.

All’uscita fa capolino Gatsby.
Non guarda più una luce lontana: la attraversa.
Perché «così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato».
Ed è una cosa bellissima.

Tour estivo 2026 «Essere Umani»: le prossime date

La reunion non finisce qui. Il tour estivo «Essere Umani» porta i Bluvertigo in giro per l'Italia tra luglio e settembre 2026. Ecco le date: 16 luglio – AstiMusica, Piazza Alfieri (Asti); 18 luglio – Rock in Roma, Ippodromo delle Capannelle (Roma); 19 luglio – Anfiteatro delle Cascine Ernesto De Pascale (Firenze); 23 luglio – Noisy Naples Fest, Mostra d'Oltremare (Napoli); 24 luglio – Riverock Festival, Rocca Maggiore (Assisi); 31 luglio – Piccolo Parco Urbano, Bagheria (PA); 12 settembre – Kozel Carroponte, Sesto San Giovanni (MI).

Andate a vederli. Non per i ricordi. Per capire cosa sta succedendo adesso.

Spettacolo: Per te