È Davide Petrella, in arte Tropico, il protagonista della nuova puntata del ciclo di interviste dedicate ai principali interpreti dello spettacolo. Ospite del vicedirettore di Sky Tg24 Omar Schillaci, l’artista si racconta partendo dal suo ultimo lavoro discografico “Sole disperati nel mare meraviglioso”, un album in cui convivono malinconia e speranza, due elementi fondamentali della sua scrittura
È Davide Petrella, in arte Tropico, il protagonista della nuova puntata di “Stories”, il ciclo di interviste ai principali interpreti dello spettacolo di Sky TG24. Ospite del vicedirettore della testata Omar Schillaci, con la regia di Paolo Bonfadini, l’artista si racconta in “Tropico – Di musica, Napoli e altre storie” tra musica e ricordi personali. In onda lunedì 6 aprile alle 21:00 su Sky TG24, sabato 11 aprile alle 12:30 su Sky Arte, ed è sempre disponibile on demand.
Tra solitudine, Napoli e rinascita: l’anima sospesa di Tropico
Al centro dell’intervista anche il suo ultimo lavoro discografico, “Sole disperati nel mare meraviglioso”, un album in cui convivono malinconia e speranza, due elementi fondamentali della sua scrittura. “La solitudine è una cosa con cui faccio molto i conti durante la mia vita”, racconta Tropico. “Ho tanti testi che girano attorno a questo argomento, in senso sia buono che disperato. Mi piace scrivere cose che hanno una sospensione: può finire bene, può finire male”. Nel suo immaginario artistico c’è sempre Napoli, città che considera inesauribile fonte di ispirazione: “Napoli è una città gigantesca, piena di sfumature. È una miniera d’oro per chi fa arte. Invito sempre i miei amici musicisti a venirci, perché è una città che invade la tua creatività e ti lascia sempre uno spunto”. Un disco nato anche da un periodo complicato: “Gli ultimi due anni sono stati parecchio tossici, ci sono state separazioni importanti sia sul piano umano che su quello professionale. Quando alcune persone che hanno fatto un pezzo di strada con te se ne vanno, è difficile. Però io sono uno di quelli che quando sta scomodo diventa molto produttivo”.
La storia artistica di Davide Petrella comincia nella periferia nord di Napoli, a Marano, dove cresce con la famiglia fino ai venticinque anni. “È una zona complessa, ma ha tirato fuori tanti artisti napoletani. Evidentemente c’è un capitale umano potente”. I genitori lo hanno sempre sostenuto, anche se all’inizio non era facile immaginare la musica come lavoro: “Hanno iniziato a crederci davvero quando ho scritto una canzone per Gianna Nannini. Lì hanno pensato: allora lo sta facendo sul serio”. La passione nasce prestissimo: da bambino scriveva filastrocche sugli animali e coltivava già l’amore per le rime. Poi arriva la prima vera esperienza musicale con la band Le Strisce, una lunga gavetta fatta di concerti e chilometri in furgone: “Ci siamo fatti almeno dieci anni alla vecchia maniera: carica e scarica strumenti, suonare per due lire, a volte neanche quelle. All’epoca maledicevo quella fatica, oggi la benedico: senza quei dieci anni non sarei qui”. Proprio dopo quell’esperienza prende forma anche il progetto Tropico. In un primo momento Petrella pubblica musica con il suo vero nome, ma presto si accorge che il pubblico fatica a distinguere tra la carriera di autore e quella di artista. Decide allora di cambiare identità artistica e nasce Tropico, nome scelto quasi per caso durante un viaggio a Cuba. Il progetto trova la sua vera direzione con una canzone in particolare: “Quando è arrivata ‘Non esiste amore a Napoli’ ho capito che era la strada giusta. Le persone mi hanno fatto capire che qualcosa era cambiato e che quello era il progetto su cui dovevo continuare”. Nel frattempo, la sua carriera di autore cresce fino a portarlo a firmare alcune delle canzoni più amate della musica italiana
Approfondimento
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Da “Logico” a “Due vite”: Tropico tra hit e riti scaramantici
Tra le collaborazioni più importanti c’è quella con Cesare Cremonini, con cui negli anni nasce prima un rapporto umano e poi artistico. “Con Cesare c’è un’alchimia speciale. Siamo proprio due matti e lui è uno dei pochi che regge i miei ritmi”. Proprio con Cremonini nasce anche “Logico”, scritta in un weekend e poi diventata uno dei brani simbolo del suo repertorio: “È stata la prima canzone mia che ho sentito cantare da uno stadio intero ed è stata un’emozione fortissima”. E poi il successo di “Due vite”, scritta insieme a Davide Simonetta per Marco Mengoni e vincitrice del Festival di Sanremo: “È stato un bel momento, arrivato in maniera spontanea. Sapevamo che la canzone era forte, ma vincere il Festival è un’altra cosa”. Per Tropico scrivere canzoni è una necessità assoluta: “Io sono il demone delle canzoni. Non riesco a pensare alla mia vita senza fare dischi”. Una passione che vale sia per i suoi progetti sia per quelli degli altri artisti con cui collabora. E anche il suo metodo di lavoro è molto netto: “Non metto mai le canzoni nel cassetto. Se qualcosa non funziona, la butto via e non la recupero più”. Una dedizione totale che, ammette con ironia, può rendere complicato stargli vicino: “Sul lavoro sono molto esigente e vivo la musica in maniera totalizzante. Spero di compensare la fatica di starmi accanto con l’amore che riesco a dare”. E se la musica non fosse diventata il suo destino? Il sogno alternativo sarebbe stato un altro: “Mi sarebbe piaciuto sentirmi dire: che bravo calciatore”. Da ragazzo giocava a calcio nel ruolo di mediano, quello che sta in mezzo al campo a legare il gioco. Un ruolo che, in fondo, non è così lontano da quello che ha scelto nella musica: stare tra gli artisti, legando mondi diversi e trasformando storie in canzoni. Ma nel ritratto emerge anche il lato più personale e ironico. Prima dei concerti, racconta, entra in gioco una vera e propria liturgia scaramantica: “Sono molto scaramantico, soprattutto quando si tratta dei live. Non posso suonare senza i calzini bordeaux, e poi prima di salire sul palco tutti devono mangiare una mandorla… tutti tranne uno, sempre lo stesso”. Con il tempo il rituale si è arricchito di nuovi elementi: “C’è chi deve avere una banana, chi ha la foto di un gin tonic sul telefono mentre noi lo beviamo davvero. È diventata una piramide di piccole scaramanzie”. Tra le passioni quotidiane invece ce n’è una molto concreta, i gelati. “Se un gelato non è buono mi arrabbio proprio”, confessa ridendo. “Sono un grande fan dei gelati alle creme, non alla frutta. E il gusto con cui testo una gelateria è la mandorla”. Una passione che nasce anche dal fatto che cerca di mantenersi in forma: “Vivo spesso a dieta perché mi piacciono il buon cibo e il vino. L’unico sgarro che mi concedo davvero sono i gelati”. E quando le aspettative sono troppo alte e il risultato non è all’altezza, la reazione è immediata: “Se arrivo in una gelateria pieno di aspettative e il gelato è cattivo mi arrabbio di brutto, mi sembra che la vita non abbia senso”. E alla domanda finale su cosa vorrebbe essere di più, la risposta è semplice: “Più paziente. Sulla musica non lo sono affatto. Sono molto severo con me stesso, ma è una cosa che sto cercando di imparare da adulto”.