Nayt, l'album io Individuo: "Sono maiuscole e minuscole che spostano attenzione"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Il cantautore romano torna con un album introspettivo, che indaga profondamente il quotidiano e l'umanità. E aggiunge che non è il Rap ad avere un problema con l'universo femminile ma la società. L'INTERVISTA

io Individuo è il decimo album di Nayt e arriva a un anno e mezzo di distanza da Lettera Q. Già dal titolo si presenta come una riflessione profonda e senza filtri sui vari aspetti che vanno a costituire l’identità di un individuo, con le sue diverse sfaccettature.

Nei 13 pezzi che lo compongono, io Individuo propone un’analisi dell’individuo all’interno della società, con le sue contraddizioni, i suoi limiti e i suoi punti di conflitto. Una riflessione necessaria, perché solo ponendo l’attenzione su certi meccanismi — della collettività, dell’industria discografica e dei singoli individui — è possibile far nascere un dialogo e, così, una possibile evoluzione.

È un’esplorazione del rapporto tra individualità e collettività, il femminile, l’industria discografica di cui lo stesso Nayt è parte, e la società in generale: sempre nell’ottica di favorire un dialogo, una spinta ad approfondire oltre la superficialità che il mondo attuale propone di continuo.

Musicalmente, Nayt unisce urban e cantautorato, rimanendo sempre coerente con sé stesso ma superando i confini di entrambi i generi, anche grazie a una scrittura diretta e sincera che lo caratterizza e con cui riesce a dare voce alla profondità, all’inquietudine e alle contraddizioni dell’essere umano.

William, prima di parlare di Io Individuo, facciamo un passo indietro al tuo Sanremo e al tuo sesto posto: soddisfatto?

Sono uscito dall’esperienza felice e soddisfatto di aver portato il mio e di aver sfruttato una finestra come Sanremo con una musica e una poetica in cui credo. Sono felice per il riscontro di Prima Che: è un pezzo complesso. Non avevo aspettative, ero lì pronto a vivermi quello che accadeva: è stato entusiasmante. Non solo io non mi sono snaturato, ma come me lo fanno in molti. Sono contento che quello che ho portato non mi abbia penalizzato in termini di riscontro e apprezzamento, anzi: ho comunicato che l’importante è un percorso giusto e un’identità musicale chiara.

Nell’album ci sono degli interludi: qual è il loro messaggio?

Dicono tutto quello che c’è da dire. Mi piace potermi esprimere anche attraverso voci e storie di altri, lo faccio da tempo. Nel primo la voce è di mia madre, nel secondo quella di un mio mentore con cui ho tanti scambi: qui si parla di devozione e di contraddizioni che riguardano noi, la collettività, la società e anche me.

Come sei arrivato a Io Individuo?

Continuando a scrivere notavo che la parola “individuo” tornava spesso, rappresentando il conflitto e le difficoltà riscontrate nel riuscire a sentirsi parte di una collettività. Il disco indaga su questo e la domanda esistenziale è: come si fa a stare e restare insieme? Poi approfondisco relazioni affettive, sociali, professionali, amicali, familiari. Uso la minuscola su “io” e la maiuscola su “Individuo” proprio per spostare l’attenzione.

In Stupido pensiero c’è il featuring con Elisa: come è nata questa collaborazione?

Ci siamo visti in studio una mattina presto e siamo rimasti fino alle tre di notte lavorando al pezzo, partendo da zero. È stata un’esperienza incredibile, ha dato al disco quel qualcosa che mancava. I feat ci sono nei miei album solo se ha senso che ci siano e, come sai, li faccio in modo centellinato. Elisa è maestra di vita e musica e questo è uno dei pezzi di cui sono più fiero di tutto il mio repertorio.

Punto di Incontro è un brano evocativo e collettivo già dal titolo.

Nell’album c’è una sequenza di brani — Un Uomo, Origini e poi Punto di Incontro — che è un percorso che fa parte della mia vita negli anni. Rimetto in discussione cosa significhi essere un uomo ogni giorno, per capire da dove veniamo e andare alla radice. Punto di Incontro sembra parlare a una donna ma in realtà parla al mondo femminile: non c’è una risposta o una soluzione, è un tendere verso. Non ci sono rimpianti né giudizio in quello che scrivo; se capita, faccio un passo indietro, cambio prospettiva e finisco per giudicare me. Parlo da solo, esprimo un senso di lontananza e cerco di avvicinarmi e comprendere.

È stata emozionante la fase di scrittura?

Le emozioni si evincono. È un disco di ricerca, dunque non ho una risposta: quello che tu ascolti e che ti suscita qualcosa è quello che ho provato anche io. Fai le tue riflessioni, perché se ne parlo io me la canto e me la suono.

So che non ami i selfie e che te li chiedono incessantemente: come ti poni?

È una cosa venuta fuori a Sanremo, ma a volte c’è chi ci ricama sopra dei titoli. Magari è vero, ma quello che non mi piace è mettermi su un piedistallo e assecondare un meccanismo in cui l’artista diventa un pupazzo e il selfie si trasforma nell’affiancarsi a un simbolo di successo. Preferisco che l’attenzione non sia su di me ma sulla musica e, al massimo, sugli altri. Se pongo una domanda, la risposta la attendo da chi mi ascolta. L’ambiente di crescita e dialogo lo costruiamo insieme: io senza il pubblico non andrei da nessuna parte.

I palazzetti potrebbero essere un piedistallo?

Non salgo su un palco per farmi bello: metto in scena uno show e racconto la musica. Viviamo in una società di contraddizioni e le segnalo alla fine del disco, ma qui non ci sono: al primo posto c’è solo la musica.

Cosa mi dici dell’estetica dell’album, a partire dalla cover?

Fauna e flora le affronto dal punto di vista visivo già dallo scorso disco, che aveva i fiori al centro. I visual mostrano animali diversi che interagiscono tra loro o si trovano in spazi solitari: è un modo per ricordarci l’animale che siamo. Cerco di andare sotto la superficie di certi meccanismi, con la possibilità — spero — di riuscire a vederci per quello che siamo.

Nei testi emergono riflessioni sulle generazioni e sull’età: è un tema che ti turba?

La mia generazione — ho 31 anni — è in un punto in cui ha una grande potenzialità: fare da ponte tra chi nasce con la tecnologia in mano e genitori che si sono trovati improvvisamente nel mondo digitale. Noi siamo cresciuti in uno spazio dove la tecnologia non c’era: io a 10 anni ero nella camera di mia madre con lo stereo e i suoi CD, a seguire la musica attraverso la numerazione delle tracce. Ora il processo di fruizione è diverso. Allora c’era una complessità diversa, traslabile in molti ambiti extra-musicali. Noi siamo il ponte tra queste macro-generazioni. Ne parlo in Esistere: come fai a scegliere e a capire chi sei? In Italia stai male, è un lusso restarci, ma è talmente bella che è difficile anche andarsene. Invito a prendere consapevolezza e usare le proprie risorse per fare cose positive.

Preascoltando Io Individuo ho sentito anche delle fragilità.

Non so se sto trovando qualcosa. Da Raptus, uscito nel 2015, sono passati 11 anni: ho più consapevolezza delle risorse che ho come persona e come uomo e le metto in musica. Ho un vocabolario più chiaro, una tecnica espressiva e di scrittura più complessa ma anche più fruibile. È vero però che non si finisce mai di scoprire nuove sfumature in questo percorso di ricerca. Il movimento continua.

Infine, ti chiedo se tra il rap e le donne il rapporto resta problematico.

È la società che ha un problema nel modo in cui racconta le donne.

Approfondimento

Sanremo 2026, Nayt con Prima che. Testo e recensione

Spettacolo: Per te