Fudasca, a Sanremo con Tredici Pietro: "Vogliamo creare qualcosa di eterno"
Musica ©GettyDopo anni di esperienze e collaborazioni internazionali, Simone Eleuteri, in arte Fudasca, è arrivato sul palco dell’Ariston, insieme a Galeffi, per eseguire “Vita” con Tredici Pietro e Gianni Morandi nella serata dei duetti. “ È il punto massimo della canzone italiana, è stato un onore e una responsabilità. Lavorare con Pietro mi ha insegnato a tirare fuori le emozioni” . L’intervista
Originario di Genzano, in provincia di Roma, dove vive ancora oggi, a 29 anni Fudasca vanta prestigiose collaborazioni con artisti internazionali come Jay B (Corea del Sud), Powfu (Canada), Sody, Cavetown (Inghilterra), Rxseboy, Snøw (USA); e nazionali, fra cui Tredici Pietro. Il produttore infatti è uno dei nomi dietro l’album “Non Guardare Giù”, pubblicato da Tredici Pietro ad aprile 2025, e che include anche la canzone “Uomo che cade”, in gara al Festival di Sanremo 2026.
Con Tredici Pietro, Fudasca ha condiviso il palco dell’Ariston nella serata duetti per eseguire “Vita” di Lucio Dalla e Gianni Morandi. Arrivare al Festival della canzone italiana segna una tappa importante nella carriera musicale del producer, coerente con la sua ricerca di autenticità che nasce da una profonda analisi interiore.
C’è stato un piccolo malinteso prima dell’esibizione. Il tuo nome è stato storpiato più di una volta. Sui social hai scherzato ipotizzando di modificare il tuo nome d’arte. E’ una cosa che succede spesso?
Capita ma sicuramente ha vinto Carlo [Conti] con Fudusca - ride-. E poi Fadusca. Mentre ero sul palco non ci avevo fatto per niente caso ma poi lo hanno azzeccato l’ultima volta. Succede spesso. Una volta qualcuno ha tirato fuori Fanasca. Si presta bene anche ad altre storpiature come Cibasca, insomma, capita davvero tante volte.
A questo punto, spiegaci, qual è l’origine di questo nome d’arte?
Fudasca è l’acronimo di fuori dalla scatola. Mi piaceva perché era un concetto che richiamava una pagina Facebook: “Think outside the box” in cui dovevi vedere un’immagine da varie angolatura per poter cogliere diversi significati. Mi è piaciuto come concetto e ho detto proviamo a portalo nella musica per ascoltarla da diverse angolazioni. E’ un nome che per me è anche un promemoria: ricordati di guardare e ascoltare da diverse angolazioni.
La prima volta a Sanremo com’è andata?
Era un palco importante, quando siamo saliti sul palco abbiamo avuto tutti la sensazione di aver fatto un pezzo di storia. E’ stato un momento di storia per noi ma anche e soprattutto per Pietro [Tredici Pietro ndr.].
Vieni da un percorso che ti ha portato dalla tua cameretta ai Castelli romani a importanti collaborazioni nazionali e internazionali. Il Festival di Sanremo che tappa rappresenta dal punto di vista artistico?
Volevo farlo da tempo, in quanto italiano volevo fare qualcosa di rilevante in Italia. Questo sicuramente è il punto massimo, è una bella responsabilità ma anche un bel punto di arrivo. Per usare un paragone calcistico, è un po’ come la Champions League per un giocatore.
Sei salito sul palco dell’Ariston come Fudasca&Band, insieme a Galeffi, per accompagnare Tredici Pietro e Gianni Morandi che hanno cantato Vita. Che rapporto hai con questa canzone e che energia c’è stata con i tuoi compagni durante la serata?
E’ uno dei pilastri della musica italiana. Ho sempre ascoltato quasi solo musica internazionale ma se ti dovessi dire musica italiana sicuramente tra i nomi ci sarebbero Dalla e Morandi. Per me è stato un onore suonare questa canzone. Il rapporto con Gianni Morandi è fantastico, ci siamo incontrati a Bologna per la presentazione del disco di Pietro, ci ha accolto a casa sua, ci segue con grande entusiasmo. E’ un mostro sacro della musica e una grande persona.
Nella serata dei duetti, diversi dei concorrenti più giovani hanno deciso di confrontarsi con brani che hanno fatto la storia della musica italiana. Si potrebbe parlare di un ponte tra tradizioni musicali e nuove sensibilità? In che fase siamo della produzione musicale in Italia?
Sono d’accordo con l’idea del ponte. Secondo me c’è voglia di creare qualcosa di eterno e di nuovo, lo dico sempre anche a Pietro. Qualcosa che si scontri con i tempi moderni dell’andare virale, degli streaming, delle classifiche. Se vogliamo veramente fare la differenza come artisti dovremmo uscire dalla mentalità di fare musica per scalare le classifiche. L’idea alla base del progetto con Pietro è questa: fare musica per restare nel cuore delle persone. Le generazioni più giovani stanno mettendo insieme la consapevolezza di ciò che è stato con la voglia di lasciare qualcosa di memorabile. C’è tanta voglia di tornare ai suoni organici, analogici, accompagnata da un uso più consapevole di strumenti vecchi per integrare il passato e il nuovo.
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Da quanto collabori con Pietro?
Ci conosciamo dal 2021, quando abbiamo fatto Lentiggini con Alfa. Lavorare con lui è stimolante, lui è molto bravo a tirare fuori il meglio da ognuno. Ti carica perché lui è il primo a essere super carico e vuole persone così intorno a lui.
Con lui hai partecipato alla produzione del suo album “Non Guardare Giù” di cui fa parte anche il brano “Uomo che cade” portato a Sanremo. Mi racconti di più di questo progetto?
Io ho lavorato alla batteria e al basso. C’è tanta cultura musicale, è un mix di tanti generi perché ci hanno lavorato in tantissimi e molto specializzati. Penso a Galeffi e Montesacro che hanno ascolti più Beatles, cantautorali. Sedd e Vanegas hanno una base più elettronica, di sound design. Io ho quasi sempre ascoltato hip-hop e ho sempre studiato l’architettura delle batterie e del basso. Se dovessi usare una parola per descrivere questo disco direi cultura, anche se ormai la usiamo tutti.
In un post hai parlato di questo disco come di un momento in cui hai imparato molto più di quello che pensavi e non solo musicalmente. Puoi spiegarmelo meglio?
Sono una persona che non esterna molto le emozioni. Lavorando a questo disco ho dovuto fare i conti con questa cosa e metterci la verità vuol dire anche mettersi a nudo e accettare di essere fallibili, di essere umani, in controtendenza rispetto a una società che ci vuole sempre impeccabili e in mostra. Questo progetto è stato quasi una terapia di gruppo e l’insegnamento più grande è che ognuno può essere il cattivo nella storia di qualcun altro. Su di me ho capito che la musica è il mio modo per esternare le emozioni ma provare a farlo anche in altri modi fa riuscire meglio anche nella musica.
Ci sono cose o luoghi che ti aiutano di più quando cerchi l’ispirazione?
Io sono originario di Genzano e ho deciso di rimanere a vivere lì. Penso sia importante la vita di periferia per produrre musica originale, autentica. E’ vero che molta della musica si sta spostando verso le grandi città ma se da domani ci trasferiamo tutti nello stesso posto, frequentiamo gli stessi luoghi e le stesse persone, la produzione artistica non può che omologarsi. Per me Genzano è il perfetto compromesso tra la quiete delle aree limitrofe e il caos della città. Sono affezionatissimo ai Castelli romani, mi piace molto andare al lago quando voglio staccare, ai Pratoni del Vivaro dove mi sembra che tra l’altro Calcutta ha fatto la copertina di Evergreen. Frequento tanto anche Testaccio dove spesso incontro tutti i miei amici come Side, Ketama, Mauretto. Ma adoro gli spazi aperti. Siamo fatti per vivere negli spazi verdi e vicino all’acqua, non è un caso che certi posti ci diano un senso di distensione.
Pensi che nella tua generazione ci sia una voglia di tornare alla vita di provincia nonostante la forza accentratrice delle città?
Sì e direi finalmente. L’Italia è piena di sfaccettature, borghi bellissimi. Vedo parecchi amici che tornano a casa, penso a Brunori che ha scelto di restare in Calabria, penso a tanti amici della scena romana. Mi sembra anche che ci sia una ricerca di autenticità e di raccontare cose nuove, il processo è lungo e lento ma c’è una necessità di tornare a casa.