Giuseppe D'Alonzo presenta il singolo Senza un Perché: il video

Musica

Il brano nasce da un viaggio tra Stati Uniti e Canada e dall'impatto con una società americana più provata da una crisi identitaria

IL VIDEO E' INTRODOTTO DA UN TESTO ORIGINALE DELL'ATISTA

Senza un perché nasce dal mio ultimo viaggio tra Stati Uniti e Canada. Rispetto ai bei ricordi di anni fa, ho trovato una società americana più “dura”, provata da una crisi quasi identitaria, come se il capitalismo non fosse più il mantra, come se il sogno americano non fosse più per tutti ma solo per pochi e il prodotto di tutto questo

amaro disimpegno fosse ben visibile negli angoli delle strade di una Seattle che è stata scaraventata dagli anni magici del Grunge, il Seattle Sound, a una città fantasma abitata da poveri zombie abbandonati al loro amaro destino. Downtown è impressionante, interi grattacieli sfitti, altri adibiti a ricoveri per i senzatetto in cerca di un po' di pace. Pensare che questa è la città di Amazon, Starbucks, Microsoft, Boeing… e vederla ridotta così mi ha colpito duramente.

Vedendo questi giovani penzolare letteralmente per strada perché, sì, il fentanyl ti piega la schiena, mi ha ispirato questi teneri versi che descrivono un amore puro, profondo, fragile, come fragili sono questi poveri ragazzi risucchiati da quel vortice quasi sempre a causa di un potente antidolorifico prescritto da un medico senza scrupoli. Ragazzi che non si sono persi un po' per gioco e un po' per pazzia come accadeva spesso con l’eroina, ma davvero senza un perché. Non a caso in alcuni versi ho utilizzato delle parole che sembrano far comparire davanti agli occhi una persona quasi malaticcia, “tremavi in piedi” è quello che pensavo quando vedevo quei poveri angeli abbandonati che a volte si reggevano l’uno sull’altro, come accade per le case di carta.

“A volte avevi timore a dirmi che senza di me tremavi in piedi, avevi bisogno di sentirmi lì, ti succedeva così…” e sempre alla fine di ogni strofa detta o sottesa la frase “senza un perché” a rimarcare questa inerzia della società e questa innocenza dei ragazzi. I grattaceli evocano le vertigini che l’inesperienza della giovane età produce e conduce la vita dei più emotivi in labirinti di paure e insicurezze, mostri che con il passare del tempo diventano goffi compagni di viaggio. Anche in questo caso una scelta allegorica per i grattacieli di una una downtown “malata” che stride con una periferia ricca, in cui la gente vive, lavora, fa sport, ma non si reca più nella decadente city a fare shopping, aperitivi e cenare, tutto è molto insicuro, a parlar con loro sembra quasi una zona “infetta” di cui vergognarsi.

Ho cercato a lungo un volto che potesse veicolare con forza questo messaggio di

rabbia e allo stesso tempo di dolcezza, l’ho trovato in Giulia Alvear Calderon attrice e

ballerina professionista italo-ecuadoriana. Piccoli indizi riportano alle dipendenze, gli sguardi ispirano a volte dolcezza ma spesso rabbia, rancore, quasi odio per tutto quanto ha dovuto subire. Dall’altra parte della cinepresa la società che la riprende, la giudica, la incita e la ghettizza quando, suo malgrado, esce fuori da quella dorata periferia e si ritrova scaraventata sulle strade di Downtown. Il saluto finale come distacco da tutto questo, nel bene o nel male, dal fentanyl pochi si salvano, ma chi ce la fa in genere ne salva molti altri. Il Videoclip è stato girato tra il lago di Albano e Castel Gandolfo dal videomaker Lorenzo Marsella.

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