Motta, l’album Suona Vol. 1: “Libertà è non essere schiavi delle situazioni”

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

Credit Pepsy Romanoff

Il cantautore pubblica un disco libero, psichedelico, dall’attitudine punk, in cui la dimensione del live e dello studio di registrazione si fondono l’una con l’altra

Motta torna con Suona! Vol. 1, il suo nuovo album, nonché prima uscita di Sona Music Records, la sua etichetta discografica appena nata, che si occuperà di curare alcuni particolari progetti, che seguiranno parallelamente la carriera dell’artista. Si tratta di un disco libero, psichedelico, dall’attitudine punk, in cui la dimensione del live e dello studio di registrazione si fondono l’una con l’altra. La particolarità di questo esperimento artistico, nato e prodotto insieme a Cesare Petulicchio e Giorgio Maria Condemi, è quella di dare vita a un album che suona come se fossimo a un live e a quattro imperdibili concerti: il 7 e 8 novembre all’Hacienda di Roma e il 27 e 28 novembre al Base di Milano; sul palco con lui Cesare Petulicchio, Giorgio Maria Condemi e Roberta Sammarelli). Lì il cantautore e i suoi compagni di viaggio porteranno in scena canzoni che prenderanno forma come succederebbe solo all’interno di uno studio di registrazione. Per rendere possibile l’esperimento, l’artista ha chiamato con sé alcuni dei migliori musicisti della scena alternativa italiana e internazionale: Roberta Sammarelli, Cesare Petulicchio, Giorgio Maria Condemi, Kazu Makino, Teho Teardo e Maria Chiara Argirò. Altro appuntamento il 17 novembre al Teatro Ariosto di Reggio Emilia.

Francesco partiamo dalla storia di Suona Vol. 1 e dalla tua prospettiva di vita di studio. Come è nato il progetto?
Con Cesare Petulicchio e Giorgio Maria Condemi, che hanno prodotto con me il disco, ci conosciamo da dieci anni. All’epoca partimmo da dieci date e arrivammo a 120. Come spesso capita negli anni, il disco veniva riarrangiato non per modernizzarlo ma per renderlo più simili a me. Abbiamo fatto concerti in trio dopo anni con la band allargata e lo considero la fine di questo processo: li abbiamo fatti in orari e zoni particolari, come dice David Byrne ogni canzone ha il suo luogo. Ci siamo fermati in studio e ci siamo approcciati al progetto come se si trattasse di un disco nuovo, ci sono canzoni che hanno cambiato gli accordi. Ho ascoltato i consigli di persone di cui mi fidavo, è stato illuminante rispetto pure alle idee che ho per il futuro.

Tu interpreti la musica come libertà: c’è un confine dietro il quale la musica non è libera?
Sì, quando diventi schiavo di quello che fai e io non mi ci sento in questa situazione. O anche quando ti metti a rifare le stesse cose.

Suona è una canzone d’amore intensa oltre a essere il solo inedito: è stata una scelta naturale oppure avevi altri brani candidati all’apertura del progetto?
Soprattutto nella fase post tour invernale c’è stata una produzione, è venuta Maria Chiara Argirò in studio non per una session ma per un incontro tra persone che si stimano. Può anche non succedere nulla, stavolta invece sono successe belle cose.

Hai pubblicato La Fine dei Vent’anni nel 2016 che avevi trent’anni. Domani ne compi 38…stai lavorando alla fine del decennio successivo?
Quel disco lì è giusto che sia stato fermato in quel momento. La scelta non è stata casuale, ci permettevano di divertirci. Impossibile come idea e comunque non mi interessa. Di certo parlerò di come cambiano inquietudini e problemi rispetto a quando hai 25 anni.

Roma Stasera è anche lei una canzone del 2016: quasi dieci anni dopo resta una città di sogni bruciati oppure ti sei rappacificato e non hai più le tasche piene di denti spezzati?
Oggi sono cresciuto e meno dedito a cedere a una città malata che mi serviva per un racconto reale. Esco di meno, vivo meno quello che ho raccontato.

Chi sono oggi le anime perse? Sono sempre quelle che hanno paura di amare o di non riuscire ad amare oppure sono più leopardiane, sono quelle cui una siepe nasconde l’infinito?
Entrambe. Perso è anche chi sa mettersi in gioco come recita la canzone. Racconto di una relazione finita perché non c’è la possibilità di amare, il mondo schiaccia tutto.

Se continuiamo a Correre è spaesamento e immobilismo, penso ai versi “non è cambiato niente, e niente cambierà se continuiamo a correre” che mi ricordano quando si corre da fermi. La crescita sociale, umana, artistica è la grande illusione di un’epoca dove tutto cambia perché nulla cambi?
Nel mio vissuto personale i momenti dove mi sono fermato e ho avuto paura mi hanno permesso i cambiamenti. Un approccio moderno annienta la possibilità di mettersi in gioco, devi essere sicuro di quello che fai a dispetto del giudizio della gente e io faccio musica per arrivare alle persone. Le cose vanno raccontate.

“Da soli in mezzo a tutta questa gente che rimane sola”: è questa la fine che ci meritiamo per tutto il male che ci stiamo facendo e stiamo facendo alla natura? Un futuro solitario e distopico?
Vedere tanta gente insieme e sola colpisce e io la ho scritta nel 2011 in occasione della mia prima volta a New York: lì ho percepito questa sensazione e parliamo di una città avanti rispetto al mondo. Questo insieme è un manifesto di solitudine.

Alla fine possiamo dire che quel riverbero che inganna l’idea di felicità lo abbiamo esorcizzato?
No. Però è sempre bene capire quando cerchi di mascherare delle cose. I riverberi ci sono e non devono essere una maschera.

Cosa puoi anticiparmi del tour? So che a Milano sarai al centro della scena, nei teatri tradizionali ti muoverai comunque tra il pubblico?
Cerchiamo di farlo a Milano e Roma, vedremo, rispecchia lo spirita punk. Nei teatri ci inventeremo altro, sono nato facendo busking e mi tornerà quell’esperienza. Sono concentrato sui live, al momento non ho ancora ragionato sul volume 2 di Suona.

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