Il video, introdotto da un testo originale dell'artista, è stato girato nel deserto di Varzaneh, nei pressi di Esfahan, per indicare che bisogna accettare la magnificenza di quelle infinite distese di sabbia per poterci vivere dentro o attraversarle come hanno fatto nei secoli tanti popoli e innumerevoli carovane
Zahed è una poesia di Hafez, forse il poeta oggi più amato in Iran ma che, in vita, sì è
dovuto misurare con le rigidità e le ipocrisie dei religiosi più retrivi. Nel mio nuovo
cd, Non siamo sufi, pubblicato da Squilibri, ho voluto mettere in musica le sue poesie
assieme a quelle di altri tre grandi autori della tradizione persiana, Rumi, Omar
Khayyam e Saadì, per evidenziare una verità affidata alle pagine più significative
della tradizione sufi, richiamata già nel titolo del CD: il rifiuto di ogni appartenenza
rigidamente intesa è il presupposto necessario per vivere in libertà e in armonia con il
mondo. Le musiche sono originali ma ho voluto che fossero eseguite con gli strumenti della tradizione in modo da rievocare le sonorità più pertinenti a quei versi, cantati in farsi ma tradotti in italiano nei testi per facilitarne la comprensione ai lettori.
L’album è un omaggio alla mia stessa formazione ché mi sento come sospeso tra due
culture diverse: sono nato ad Esfahan, una delle grandi città d’arte iraniana, ma sono
arrivato poco più che ventenne in Italia, mi sono dunque formato nella ricchezza della
tradizione persiana ma ho poi avuto modo di confrontarmi con le molteplici
suggestioni raccolte lungo la mia permanenza in Occidente. E io sono profondamente convinto che Oriente e Occidente possano incontrarsi ma non ho che la musica per dimostrarlo.
La musica e la pittura, a dire il vero, che allo stesso modo si ritrova in questo corposo
libretto che accompagna il disco, come è solito fare -splendidamente- il mio editore,
Squilibri, che cura in modo particolare anche la grafica dei suoi lavori, contrassegnati
spesso dall’abbinamento di musica e pittura. E così è anche nel mio caso, con la
riproduzione dei miei quadri in cui ho ripercorso antichi rituali di danza e musica
presenti nella letteratura persiana, cercando allo stesso tempo di plasmare figure e
colori in modo che possano trascendere particolarità storiche e parlare una lingua
universale. Molti di questi quadri appartengono a una delle mie creazioni più care, la
pittura sonora, nata da suggestioni derivate in parte dalla lettura di un’opera di
Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, e in parte dallo studio del Radif, il repertorio di
musica tradizionale persiana: quadri che possono anche suonarsi alla stregua di
qualsiasi altro strumento a corde.
Il video è stato girato nel deserto di Varzaneh, nei pressi di Esfahan, per indicare che
bisogna accettare la grandezza e magnificenza di quelle infinite distese di sabbia per
poterci vivere dentro o attraversarle come hanno fatto nei secoli tanti popoli e
innumerevoli carovane. Il silenzio imponente del deserto e la solitudine in cui ci si
ritrova richiama però anche le condizioni in cui il brano è stato composto, essendo
stato realizzato, al pari di tutti gli altri brani, “in solitaria” durante il primo lockdown.
Ed è stato per me motivo di grande conforto, in quei mesi, misurarmi con testi poetici
che incoraggiano ad andare avanti nel proprio cammino malgrado l’incredulità degli
uomini e le avversità del momento.