I 50 anni di "Pensieri e Parole", il flusso di coscienza di Battisti e Mogol

Musica

Giuseppe Pastore

Il 4 maggio 1971 usciva il 45 giri che conteneva il brano passato alla storia della musica italiana per la sua struttura particolare e inconfondibile, le due melodie distinte e un testo (di Mogol) fortemente autobiografico

“Che ne sai tu di un campo di grano?”: senza dubbio, una delle domande più famose della nostra cultura popolare, magari insieme al “Lui chi è?” di Renato Zero o a “Quanta fretta ma dove corri, dove vai?” di Edoardo Bennato. Se la ponevano – insieme a tante altre – Lucio Battisti e Mogol cinquant'anni fa, il 4 maggio 1971, data di uscita di Pensieri e parole, capolavoro di tecnica musicale e di scrittura, di profondità e di introspezione, scarna e complicatissima al tempo stesso, una delle più stupefacenti montagne russe del panorama della musica leggera italiana.

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Pensieri e parole era il lato A del decimo 45 giri di Lucio Battisti (sull'altra faccia del disco c'è la meno nota Insieme a te sto bene, bizzarro incontro tra un giovane ingenuo e una prostituta di cui non riesce ad accettare fino in fondo il ruolo e il mestiere: non spiegarmi chi sei perché/vai sempre bene per me). Uscì in un periodo di grazia persino per un genio come Battisti, a metà strada tra Emozioni (che aveva visto la luce il 15 dicembre 1970) e La canzone del sole, che sarebbe sorta a novembre e in breve tempo sarebbe diventata una specie di inno nazionale. Pensieri e parole rappresenta la sintesi hegeliana tra la semplicità quasi adolescenziale della seconda e la cripticità della prima, un fitto e gelido reticolo di sensazioni incomunicabili (“capire tu non puoi”). La canzone è fondata su due melodie distinte che rappresentano appunto “i pensieri e le parole” di due innamorati in un momento decisivo della propria relazione, probabilmente destinata a finire con una separazione, con tutto il pathos e la drammaticità che ne conseguono: cinquant'anni fa, con dibattiti morali e legislativi ancora molto accesi sul divorzio, le separazioni erano viste e vissute in modo molto traumatico, specialmente se ci andavano di mezzo dei bambini (come nella celebre Piange il telefono di Domenico Modugno, 1975, che pigiava a fondo sul pedale dello strappalacrime). È proprio questo il punto di partenza del testo di Mogol, autobiografico come molte altre opere del grande paroliere: in quei mesi Mogol si trovava nel mezzo di una dolorosa separazione causata dall’incomunicabilità che c’era con sua moglie: “c’era l’affetto, ma non riuscivamo più a comunicare”, si legge nell'autobiografia del 1999 curata insieme a Giammario Fontana. Anche il rimanente flusso di coscienza del Battisti “pensante” affonda le radici nell'infanzia, nell'adolescenza e nella gioventù di Mogol, come per esempio il “viaggio in Inghilterra” e l'amore “israelita” citati nella seconda parte del testo. “Questo è un ricordo anche divertente e riguarda un viaggio che ho fatto in Inghilterra per motivi di studio”, rievocò Mogol. “Ero ospite di una famiglia ebraica, il cui capofamiglia mi voleva bene, provava molta tenerezza nei miei confronti fino al punto di portarmi in un loro circolo, facendomi passare per un ebreo. Lì trovai una fidanzata e molti amici. Successivamente, in occasione di una famosa festività ebraica che non conoscevo, tradii le mie vere origini religiose con una domanda sbagliata. Da quel momento mi ritrovai senza amici e senza fidanzata”.

La copertina di "Pensieri e parole"

Così anche tutte le altre frasi trovano una corrispondenza nella vita di Mogol: il “cinema di periferia” è il cinema milanese in via Pacini dove il piccolo Giulio trascorreva le domeniche pomeriggio, “la nostra ferrovia” era il limite del “territorio conosciuto” da Mogol, che si fermava a una via nei pressi della stazione di Lambrate; e anche “il bambino che rubava” del primo verso è un riferimento a un'infanzia di giochi e frutta rubata negli orti. Un testo così tortuoso, complicato anche da immaginare in musica, viene interpretato in maniera mirabile da Battisti, all'apice del suo virtuosismo, qui aiutato anche dalla geniale trovata delle due melodie che si fondono, si impastano, si sovrappongono generando un effetto fortemente drammatico – il che, tra le altre cose, fa di Pensieri e parole una canzone impossibile da eseguire dal vivo da un solo interprete. Tre giorni prima dell'uscita del disco, il 1° maggio 1971, Battisti risolse il dilemma della messinscena sdoppiandosi in una memorabile esibizione a “Teatro 10”, il varietà del sabato sera dell'allora Primo Canale, condotto da Alberto Lupo: a destra dello schermo un playback in primo piano a fortissima saturazione, a sinistra in piano medio “dal vivo”.

Di Pensieri e parole esiste anche una seconda versione meno diffusa, da 5 minuti e 14 secondi, con l'aggiunta di una parte orchestrale realizzata dall'arrangiatore Gian Piero Reverberi e dallo stesso Battisti. Da cinquant'anni è patrimonio collettivo di un intero Paese ed è stata omaggio di numerosi omaggi e cover, sincere e appassionate come la versione jazz di Mia Martini o quella più calligrafica di Massimo Ranieri (che insieme a Fiorello replicò quella famosa esibizione televisiva del 1971), fino a citazioni più ironiche come quella in Rapput di Claudio Bisio e Rocco Tanica. “Che ne sai tu di un campo di grano?” è una domanda che unisce le generazioni, come solo le grandi canzoni sanno fare.

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