Yes in tour, l'intervista: "Il prog rock ha cambiato la musica e si sente"

Musica
Gli Yes nella loro attuale formazione

Alla vigilia del The Album Series Tour 2020, che in aprile porterà la leggendaria band in Italia per tre date a Milano, Roma e Padova, Steve Howe degli Yes ha parlato dei loro live attuali e dell’eredità musicale dei loro anni d’oro.

di Marco Agustoni

Sono passati 50 anni da quando Steve Howe fece il suo ingresso negli Yes, subentrando alla chitarra a Peter Banks e traghettando con i suoi virtuosismi la band nell’Olimpo del rock progressivo. Eppure, a sentirlo parlare alla vigilia del The Album Series Tour 2020, che lo porterà a suonare l’intero album  Relayer assieme a una selezione di grandi classici con il resto della band il 28 aprile al Teatro Dal Verme di Milano, il 29 all’Auditorium della Conciliazione di Roma e il 30 al Gran Teatro Geox di Padova, l’entusiasmo e la voglia di salire sul palco sono gli stessi di allora. Ecco che cosa ci ha raccontato il chitarrista degli Yes nel corso di un’intervista esclusiva.

Dopo tanti anni a suonare dal vivo, come si prepara oggi per i concerti?
Proprio perché suoniamo da così tanto, da un certo punto di vista molte cose non necessitano di una preparazione, perché le abbiamo interiorizzate. Comunque credo che un artista abbia il dovere di dare il meglio di sé sul palco, per cui ho studiato nel tempo tutta una serie di tecniche per focalizzarmi il più possibile, durante uno show. E visto che ci teniamo a dare il massimo in ogni singolo concerto, dedichiamo comunque molto tempo alle prove e al raffinamento del nostro sound. E poi, ogni musicista ha i suoi rituali personali, prima di un live: quelli si mantengono sempre.

Cosa rende speciale Relayer, tanto da dedicarci una buona parte del set di questo tour?
Gli Yes sono più una band da album, che da singolo, per cui ha senso far vivere al pubblico l’esperienza di un disco completo: è come un viaggio sonoro attraverso le varie canzoni che lo compongono. E anche in questo caso, abbiamo lavorato molto per far sì che l’esperienza di ascolto di Relayer funzionasse al meglio.

Gli Yes sono una band da album, ma ci sono singole canzoni che, dal vivo, funzionano sempre bene?
Per fortuna ce n’è più di una! [ride] Comunque, come si diceva, non è che ci sia un singolo che spicca. Conta di più l’esperienza nel suo complesso.

Gli Yes hanno cambiato tanti membri nel corso degli anni: che cosa rende la band sempre la stessa, nel suo nucleo, nonostante tutti questi mutamenti?
È vero, ci sono stati tanti avvicendamenti alla line-up, negli anni. Ma per fortuna è sempre stata una trasformazione graduale, non c’è mai stato un vero e proprio shock con la band che cambiava completamente volto dall’oggi al domani. Questo ha consentito di mantenere una coerenza e soprattutto una continuità all’interno del cambiamento.

Nei vostri live vedete solo fan di vecchia data oppure vengono ad ascoltarvi anche i più giovani?
C’è un po’ di tutto, ovviamente con una buona componente di fan della prima ora. Ma non mancano i giovani, perché per quanto oggi il genere che facciamo non sia popolare, quando capita che dei ragazzi abbiano l'occasione di ascoltarlo, si rendono conto di apprezzarlo. Per cui sì, ci sono persone di tutte le età e soprattutto da ogni parte del mondo, perché la nostra musica non ha mai avuto successo solo in uno o in pochi paesi.

Ha l’impressione che ci sia, nella musica odierna, qualcosa con la stessa energia del prog rock?
Sì e no. Ma di sicuro, band come gli Yes, i Genesis e così via hanno avuto un effetto profondo sulla musica di oggi, e questo lo si può sentire chiaramente. Ed è qualcosa di cui sono orgoglioso.

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