Marco Mengoni, la recensione del concerto di Torino

Musica

Fabrizio Basso

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Marco Mengoni debutta a Torino con l'Atlantico Tour. Due ore di musica, parole, impegno, allegria, melanconia, coraggio, un viaggio nella storia e nell'anima di un artista che, poco o tanto, ci rappresenta tutti. La recensione

(@BassoFabrizio
Inviato a Torino)


Non poteva che aprirsi con un pugno al cuore l’Atlantico Tour di Marco Mengoni. Di bianco vestito, con un telo a coprire le scenografie, a Mengoni è bastata una canzone per frantumare l’ansia. Certo il brano è Muhammad Alì, non un lato B qualunque, ma non fa molta differenza. Lui è carico, il Pala Alpitour è carichissimo. Dubbi? Per chi li avesse si sciolgono dopo Voglio e con le prime parole: “Da tempo mancavo da un palco, è la prima volta e sono pronto”. Si vede che ha voglia di scatenarsi, con Ti ho voluto bene veramente dietro di lui luci e fumo creano uno scenario quasi alpino, omaggio, forse inconsapevole, a quelle Alpi che biancheggiano maestose a pochi chilometri dal palazzetto. Chitarra acustica per l’attacco di In un giorno qualunque, in una versione di una dolcezza infinita: è la conferma che si possono rendere unici giorni qualunque come trasformare in giorni qualunque giorni che potrebbero essere unici. Dietro di lui immagini metropolitane con bus griffati e ideogrammi orientali. Con Dove si vola si entra nell’insondabile universo delle aspettative, cosa ti aspetti da me, cosa mi aspetto da te. La voce vola e quei desideri si librano con lei. E’ ancora nostalgia con Sai che dove “sono tornato a vedere quel posto dove pioveva col sole” e c'è quella coppia che era davvero felice con poco. Sinuosi i suoi movimenti in Atlantico e poi arriva Pronto a Correre che parte con un acuto che legittima l’”hai detto che non vuoi più camminare” a fianco a me, parole che segnano, parole che scandisce a braccia larghe; e quando canta “grazie per avermi fatto male non lo dimenticherò” a sottolineare la forza delle parole ci sono laser che punteggiano il Pala Alpitour. La scena bianco e nero è i colori dell’anima, quella bella e quella ambigua. Il palco si svuota e arriva un monologo a cartoon, mentre Marco rifiata e cambia camicia, che spiega quanto ognuno di noi è la somma delle sue esperienze e lo motiva questa figura che sembra uscita da un Carosello degli anni Settanta.

Clima rilassato, da club, per La ragione del mondo: sembra essere assorbiti in una dimensione vintage ma le parole sono di una attualità sconcertante. Pochi secondi di buio, un grazie al pubblico e poi una canzone che nasce da “un augurio che mi ha bussato nella testa nel cuore di una notte. Un augurio, una buona sorte, una buona vita. Facevo un percorso musicale di ascolto che partiva più o meno da qui…” e il suo qui è il latineggiante Buona Vita. Dopo un brano così allegro e ottimista non potevano che arrivare le Parole in Circolo, uno iato gospel ed ecco Proteggiti da Me e quel “se solo avessi capito che era tutto sbagliato” e quindi Dialogo tra due pazzi che ha una linea sottile fantastica, quella di chi parla due lingue. E’ una festa che accompagna La Casa Azul e, prima che arrivi Onde, Mengoni dice ai fan che li vede ballare poco, che li vuole fare sudare. E’ ipnotico il rosso e il verde delle onde che tinteggia il Pala Alpitour, sembra una surfata psichedelica. Marco Mengoni sembra ballare la capoeira, è indemoniato e il pubblico ora sì che fa vibrare gli spalti. Ed eccoci in compagnia di Amalia che ha la melanconia di poesia di Jorge Amado. Il monologo Mondo Loon racconta di quello che siamo stati da ragazzini con i nostri desideri e che ora abbiamo la paura di invecchiare e l’ansia di non trovare quello che vorremmo. Difende il mare e la certezza che non sappiamo più goderci niente. Non ci sorridiamo più e ci guardiamo con sospetto: meglio allontanarli gli altri e considerarli nemici e invece ogni persona che incontri combatte una battaglia di cui non sai nulla: sii gentile.

Un boato di gioia e forza interiore accoglie Guerriero con le sue suggestive immagini, poi si va a Mille Lire, unità di misura superata ma che resta sempre un punto di riferimento per tanti argomenti, che siano pratici o più filosofici. Si scivola verso il finale ed ecco il primo e unico medley dell’Atlantico Live: con maestria e magia Mengoni si mette al pianoforte e accenna LEssenziale. Poi chiede di spegnere tutte le luci, tutti i telefonini, per vivere un momento senza tecnologia e arrivano unite come in una sequenza cromosomica 20 Sigarette, Le cose che non ho e Non Passerai. E’ sempre al pianoforte quando invoca la necessità di Essere umani e soprattutto il coraggio di crederci. Di questi tempi non è facile farsi responsabili di parole così forti, così nette. Bravo Marco. Rosseggia il videowall su Credimi ancora: sembra di essere in un film di fantascienza, due livelli ma una realtà, quella del credere. Che poi sia in se stessi o in un’altra persona non fa differenza, quel che conta è la fiducia. Esaltante il finale rock, quasi metal. Ora sì che è standing ovation, il Pala Alpitour è sedotto e Marco carica per il gran ballo finale. Si comincia con Io ti aspetto e le mani levate verso l’alto: ora il palco sembra un veliero e lui corre da una parte all’altra avvicinandosi fascinosamente al pubblico. I saluti sono in t-shirt. L’attesa per il finalone è minima e in due atti. Il primo è L’Essenziale: dopo l’accenno al pianoforte non poteva mancare la versione integrale di questo brano che ormai è un inno e tutti cantano in perfetta armonia. L’arrivederci è una festa, è una enorme Hola: laser rossi screziano il Pala Alpitour, Marco si siede al piano...canta “non mi capirai mai né domani né ora….come fai a vivere se intorno al cuore hai il Muro di Berlino”. Tutte le parole, quelle che hanno accompagnato per due ore l’Atlantico Tour, confluiscono nell’Hola perfetta. Quell’onda sulla quale solo chi è padrone di se stesso sa scivolare a cuore e mente aperti.

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