Lo Straniero di Ozon è al cinema: Camus, i Cure e l’arte del tradimento fedele

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Paolo Nizza

Paolo Nizza

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 François Ozon porta sul grande schermo  L’étranger, tratto dal romanzo di Albert Camus. Girato in bianco e nero con Benjamin Voisin e Rebecca Marder, il film racconta l’enigma di Meursault, l’indifferenza di fronte alla morte e il peso di un sole che acceca. Tra memoria coloniale, riflessione filosofica e sguardo contemporaneo, Ozon chiude con Killing an Arab dei Cure, restituendo al testo tutta la sua potenza poetica e politica

Il ritorno dello straniero

A più di ottant’anni dalla pubblicazione, L’étranger di Albert Camus — Nobel per la letteratura nel 1957 — continua a risuonare con la stessa potenza di un enigma irrisolto. Tradotto in ogni lingua e dialetto immaginabili, rimane uno dei tre romanzi francofoni più letti al mondo insieme a Il piccolo principe; in Francia, solo nella versione tascabile, ha sfiorato i dieci milioni di copie vendute. Dopo Luchino Visconti nel 1967 — una produzione italo-francese orchestrata da Dino De Laurentiis con Marcello Mastroianni e Anna Karina, girata quando persino Ingmar Bergman aveva accarezzato e poi abbandonato l’idea di portarlo sullo schermo — è François Ozon a raccogliere la sfida. Lo fa presentandolo in concorso a Venezia 82, con un film rigoroso e poetico che sceglie il bianco e nero come linguaggio estetico e morale. Dal 2 aprile è finalmente al cinema anche in Italia, distribuito da Lucky Red.

Ozon ha confessato di essere entrato nel progetto quasi per caso: stava lavorando a una sceneggiatura originale a trittico, in cui uno dei segmenti ritraeva un giovane dei nostri giorni, disilluso, isolato dal mondo, che non trova alcun senso nella propria vita. Avrebbe dovuto interpretarlo Benjamin Voisin, il suo attore feticcio da Estate ’85 (2020). Quando il progetto non si è potuto realizzare, alcuni amici gli hanno consigliato di sviluppare quella storia in un lungometraggio. «Ho riletto Lo straniero, che non rileggevo dall’adolescenza. Ed è stato un vero choc: il romanzo aveva conservato tutta la sua forza», racconta il regista. Poi ha scoperto che i diritti cinematografici erano liberi — sorpresa non da poco — e si è tuffato nell’impresa.

Nelle pieghe del romanzo ritrovava anche una parte rimossa della sua storia familiare. Il nonno materno era giudice istruttore a Bône (oggi Annaba) in Algeria, e nel 1956 era sfuggito a un attentato durante la guerra d’Algeria, episodio che aveva accelerato il ritorno della famiglia nella Francia continentale. Portare Camus al cinema significava dunque fare i conti non solo con la letteratura, ma anche con una memoria personale e collettiva che pesa ancora come un macigno sui rapporti tra Francia e Algeria.

Un racconto di sole e silenzio

La trama è nota, eppure continua a sorprendere. Algeri, 1938. Meursault (Benjamin Voisin), un modesto impiegato sulla trentina, partecipa al funerale della madre senza versare una lacrima. Il giorno dopo inizia una relazione con Marie (Rebecca Marder), collega vivace e solare. La quiete quotidiana viene però sconvolta dal vicino Raymond Sintès (Pierre Lottin), che lo trascina nei suoi loschi affari fino a quando, in una giornata di sole implacabile su una spiaggia, accade un tragico evento.

Camus aveva scritto che Meursault è condannato perché «non vuole stare al gioco», che è estraneo alla società nella quale vive, che erra marginalmente nei sobborghi della vita privata, solitaria, sensuale. Ozon restituisce questa estraneità con inquadrature statiche, ritmi lenti, corpi immersi in un bianco e nero rarefatto che sembra sospendere il tempo. Rinuncia alla spettacolarità e punta alla nudità del gesto, alla verità dei silenzi. Pochissimi movimenti di macchina da presa: una mise en scène raffinata e quasi ascetica.

La scelta del bianco e nero non è solo economica, anche se lo è pure: non avevano i mezzi per ricostruire Algeri in modo realistico. «Estetico perché il bianco e nero apporta una forma di purezza, di bellezza, di astrazione», spiega Ozon. «Oggi le immagini sono spesso aggressive, sature di colori. Volevo che fossimo immersi nelle sensazioni, nell’osservazione, in una forma di semplicità.» Una scelta che Ozon aveva già compiuto in Frantz (2016), ambientato nel 1919: il bianco e nero dà al racconto una dimensione quasi metafisica, come un’aura che separa lo sguardo di Meursault dal mondo che gli sta attorno.

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Benjamin Voisin e Rebecca Marder: il gelo e il sole

Benjamin Voisin si confronta con il ruolo di Meursault cercando un equilibrio tra opacità e tensione fisica. Non interpreta, ma abita l’assenza. Per aiutarsi, Ozon gli ha regalato il libro di Robert Bresson Note sul cinematografo, spiegandogli che un attore deve essere un modello, non un interprete. «Meursault è il mio ruolo più fisico!» ha dichiarato l’attore con una certa ironia: recitare l’assenza è più estenuante di saltare, picchiare, correre. Il suo Meursault osserva senza partecipare, mangia, fuma, risponde quando interpellato, fino a diventare spettatore della propria vita.

Ozon lo confronta a un cineasta: «Guarda attorno a sé, vede dei personaggi, degli attori. Gli altri interpretano la loro vita. Lui no, non recita, non mente mai. La vita è un palcoscenico teatrale che lui non calca. Ma vede la bellezza del mondo e anche la sua violenza.» Voisin ne è la perfetta incarnazione: lo stesso Ozon gli aveva rivelato che la scelta originale di Visconti per quel ruolo non era Mastroianni, ma Alain Delon — il giovane Delon di Frank Costello faccia d’angelo o de L’Eclisse di Antonioni. Benjamin Voisin, nel 2025, è forse l’equivalente generazionale di quella silhouette.

Accanto a lui, Rebecca Marder dona profondità a Marie Cardona, personaggio poco definito nel romanzo. Nel film diventa incarnazione della vita e della sensualità, contrappunto luminoso all’indifferenza del protagonista. «Volevo che ci si innamorasse di lei, al contrario di Meursault, che resta indifferente», spiega il regista. Marie non è soltanto una graziosa dattilografa: è consapevole della pericolosità di Sintès, tenta di influenzare Meursault, gli fa dei rimproveri. Nei film di Ozon, come sempre, le donne sanno quello che gli uomini non vogliono sapere.

Il cast si completa con Denis Lavant — scelta obbligata per Salamano, un uomo anziano che ha un volto su cui si può leggere la sua storia e che assomiglia al suo cane, un Charlot invecchiato e rovinato — e con Pierre Lottin nei panni di un Raymond Sintès beffardo e scaltro. «Per me, è Gabin negli anni ’30», dice Ozon, anche se il risultato finale ricorda più un Robert Le Vigan: affascinante e inquietante in parti uguali. Swann Arlaud e Christophe Malavoy completano un ensemble di rara compattezza.

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Un film di memoria coloniale e filosofia

Ozon intreccia più livelli: l’adattamento letterario, la memoria coloniale, la riflessione filosofica. L’Algeri degli anni ’30 vive attraverso immagini d’archivio, a evocare un paradiso perduto e una convivenza impossibile tra comunità separate. Per il regista era essenziale contestualizzare la storia: Camus scrive Lo straniero nel 1939 e lo pubblica nel 1942, in piena colonizzazione francese dell’Algeria. «Questo fatto doveva essere presente nel film», dice. «Volevo mostrare come la Francia vedeva e parlava dell’Algeria: una visione idealizzata della colonizzazione.»

Ozon sceglie anche di ampliare la figura di Djemila, sorella dell’uomo ucciso, che nel romanzo non ha nemmeno un nome. Qui ha voce e volto, è presente per testimoniare che nel processo non si parla mai di suo fratello, eppure è lui quello assassinato. «Mostravo che due mondi vivevano fianco a fianco senza vedersi, in maniera parallela. Non si mescolavano, né per la strada, né sulla spiaggia». Il regista formula persino l’ipotesi che Camus, inconsapevolmente, in questo romanzo annunciasse le prime avvisaglie della guerra d’Algeria.

Il processo, cuore della seconda parte, non diventa trattato filosofico ma teatro di corpi e voci. Ozon rifiuta la lezione didascalica, preferendo una dimensione sensoriale e poetica. Nei momenti chiave utilizza la voce di Camus come voice over, fondendo la potenza della parola letteraria con la forza del cinema. Due passaggi del romanzo lo sconvolgono particolarmente: la descrizione del momento dell’omicidio sulla spiaggia, e il monologo finale di Meursault che si apre alla «dolce indifferenza del mondo». Entrambi vengono restituiti nella loro integrità poetica.

Il film ha ricevuto anche la benedizione di Catherine Camus, figlia dello scrittore, che preserva l’opera del padre con amore e determinazione. Ozon è andato a Lourmarin, ha visto la stanza di Camus, il suo studio, la vista dalla terrazza dove scriveva. Catherine ha letto la sceneggiatura e gli ha detto cose importanti sulle circostanze della scrittura del libro, su alcune ispirazioni, su dettagli biografici. Il suo giudizio è stato inequivocabile: «Un viaggio magnifico attraverso l’opera perfettamente rispettata di mio padre. Bravo François e grazie.»

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La musica: da Fatima Al Qadiri ai Cure

La colonna sonora porta la firma della compositrice kuwaitiana Fatima Al Qadiri, già autrice delle partiture per Atlantiques di Mati Diop (2019). Ozon l’ha scelta dopo lunghe conversazioni: lei aveva bisogno di comprendere le sue intenzioni, il suo punto di vista sul mondo arabo, su come avrebbe trattato l’invisibilizzazione dell’Arabo. Dopo aver ricevuto le sue rassicurazioni, si è impegnata con passione, apportando la sua sensibilità orientale e creando una musica accattivante che mescola elettronica e strumenti classici. Il suo intervento conferisce al film un tono ipnotico e inquieto, sospeso tra due mondi.

Ma è nei titoli di coda che Ozon compie la scelta più radicale: far risuonare Killing an Arab dei Cure. La canzone fu scritta da Robert Smith da adolescente, ispirandosi proprio a Lo straniero — un piccolo poema punk nato da una lettura scolastica e trasformato in una delle tracce più celebri e fraintese della storia del rock alternativo. Spesso accusata ingiustamente di razzismo, censurata e rimaneggiata nei live degli anni ’90, ritrova qui la sua collocazione originaria: eco musicale di Camus, condensazione sonora dell’omicidio sulla spiaggia e della vertigine dell’assurdo. Smith aveva già concesso a Ozon l’uso di In Between Days per Estate ’85; questa volta la coincidenza ha fatto tutto: il musicista aveva appena rivisto il film di Visconti e ha accettato immediatamente, «contento che quel pezzo, mal compreso da alcuni all’epoca, fosse reinserito nel contesto del libro di Camus».

Per chi scrive, che considera i Cure una delle poche band capaci di trasformare il dolore esistenziale in bellezza assoluta, questo finale è un gesto di rara intelligenza cinefila. Ozon e Smith si ritrovano su Camus senza premeditazione: la circolarità perfetta di due arti che si rispecchiano.

Tradire per essere fedeli

Il film non è un adattamento filologico, ma un dialogo con un classico. Ozon lo tradisce per restituirne la verità più profonda: l’impossibilità di essere ridotto a un’unica interpretazione. «So che in ogni adattamento c’è necessariamente una parte di tradimento che bisogna accettare. È come la traduzione. La lingua letteraria e quella cinematografica non sono le stesse.» Camus sfugge, e anche il film lascia lo spettatore con più domande che risposte.

Ozon ha 122 minuti per dimostrare che il romanzo più celebre di Camus non è un monumento da contemplare, ma una ferita che continua a sanguinare. Ci riesce. L’étranger non è un film sul nichilismo: è un film sulla libertà brutale di chi si rifiuta di recitare la commedia sociale. In questo, come notava Ozon stesso, Meursault è il personaggio più cinematografico che esista: osserva, non partecipa, aspetta. Finché, nella scena finale della rabbia con il cappellano, diventa finalmente attore della propria vita.

Dura 122 minuti e ne vale molti di più. Da non perdere.

Se L’étranger fosse un cocktail

Sarebbe un Dry Martini lasciato sotto il sole d’Algeri. Elegante, cristallino, quasi metafisico nel suo rifiuto di ogni ornamento superfluo. La ricetta è essenziale come la prosa di Camus: gin, Vermouth dry, niente altro. Nessuna guarnizione che consoli, nessun retrogusto dolce che addolcisca la realtà. Come scriveva Dorothy Parker — la più martinista delle scrittrici americane — «Amo i Martini, ma due al massimo. Tre, e sono sotto il tavolo. Quattro, e sono sotto il cameriere». Meursault ne berrebbe uno solo, in silenzio, fissando il mare.

Il Dry Martini, come Meursault, sembra semplice e trasparente, eppure porta in sé l’eco dell’assurdo: ghiaccio che si scioglie troppo in fretta, luce che acceca, alcol che brucia. Non consola, non addolcisce, ma rivela la nudità delle cose. Come ricordava Nick Charles — il più etilico e stiloso dei detective hollywoodiani — in L’uomo ombra di W.S. Van Dyke (1934), «un Dry Martini va sempre preparato a ritmo di valzer». C’è una grazia in quel ritmo, una forma di eleganza malinconica che Ozon conosce bene.

Un brindisi al paradosso della vita, alla dolce indifferenza del mondo che Camus evocava e che Ozon, oggi, ci restituisce in immagini. Forse siamo tutti colpevoli, tutti condannati, eppure siamo ancora qui, ineluttabilmente umani. In alto i calici, dunque. E che il sole, su quella spiaggia, non smetta mai di accecare.

Scheda del film

Lo Straniero (L’étranger) • Francia, 2025 • Regia e sceneggiatura: François Ozon • Con: Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin, Denis Lavant, Swann Arlaud, Christophe Malavoy, Nicolas Vaude, Jean-Charles Clichet • Fotografia: Manu Dacosse • Musica: Fatima Al Qadiri • Montaggio: Clément Selitzki • Durata: 122 minuti • Distribuzione italiana: Lucky Red • In sala dal 2 aprile 2025

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