La mafia non è più quella di una volta - La recensione del film

E' stato presentato ieri l'ultimo dei tre film italiani in concorso al Festival di Venezia. Si tratta del film fi Franco Maresco, La mafia non è più quella di una volta. LEGGI LA RECENSIONE DEL FILM

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Finisce in polemica La mafia non è più quella di una volta, ultimo film in concorso di questa 76^ edizione della Mostra di Venezia, nonché terzo e ultimo rappresentante del drappello di lungometraggi tricolori. Finisce nientemeno che con una nota del consigliere per la stampa e la comunicazione della Presidenza della Repubblica che recita così: “Tra le cose che il Presidente della Repubblica non può fare vi è, ovviamente, quella di commentare i processi e le sentenze della Magistratura”.

Ma come si è arrivati a questo cortocircuito politico-cinematografico? Il film di Franco Maresco – già papà con l’ex sodale Daniele Ciprì di mitiche trasmissioni tv come Cinico tv e di film scandalosi come Totò che visse due volte – era stato presentato come ideale seguito di Belluscone. Una storia siciliana, proiettato proprio qui a Venezia nel 2014: un’esilarante docu-fiction sulle fortune siciliane dell’ex Cavaliere oltre che dissacrante spaccato antropologico della Palermo sottoproletaria in equilibrio tra i tributi alla mafia e l’amore per i cantanti neomelodici.

Cinque anni dopo, Maresco torna a occuparsi di quel mondo, scegliendo però una precisa circostanza cronologica e un differente punto di vista: la circostanza cronologica è il 25° anniversario della morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; il punto di vista è quello della fotografa ottantenne Letizia Battaglia, definita dal New York Times: “Una delle undici donne che hanno segnato il nostro tempo”.

La fotografa palermitana viene tampinata implacabilmente dalla cinepresa di Maresco che la insegue dappertutto, persino nei camerini, dove la donna (è la spiazzante prima scena del film, che già ne preannuncia approccio e stile) gli confessa impunemente che accetterà di partecipare al film solo a condizione che in futuro ne gireranno un altro, in cui lei dovrà però interpretare una “vecchia bottana”! 

Ma la segue soprattutto in una ricognizione antropologica nei quartieri più popolari di Palermo, dove essi apprenderanno con agghiacciato sconcerto che per la popolazione del capoluogo siciliano i due “eroi dell’antimafia” sono tutt’altro che eroi e che non meritano più di tanto di essere commemorati.

A questo sconsolante sondaggio antropologico, fa seguito il malcelato disappunto della Battaglia per le celebrazioni di quel duplice evento luttuoso, che si risolvono in canti e balli da sagra paesana.

Da qui in poi, il quarto lungometraggio in solitaria di Maresco procede in precario equilibrio tra i pedinamenti della colta e ironica Battaglia e le incursioni in un mondo che è socialmente e politicamente ai suoi antipodi, quello di Ciccio Mira, scalcagnato organizzatore di feste rionali, che fu già al centro del racconto di Belluscone.

Da allora Mira ha attraversato un’odissea di rovesci economici e guai giudiziari, senza però perdere il sanguigno entusiasmo che lo porta oggi, un po’ inopinatamente, a organizzare un evento denominato “Neomelodici per Falcone e Borsellino” nel degradato quartiere dello ZEN.

È in questo subplot del suo docudrama che il regista palermitano rimesta nel torbido di un mondo squallido e turpe, nel quale è ancora proibito dire “Abbasso la mafia”. Ed è forse qui che emergono alcune ambiguità di un progetto che sembra talvolta autocompiacersi nel rappresentare il miserabilismo cialtrone di questa parte di città (e di Paese, inteso come nazione), che ancora non si sente libero dal giogo criminale e culturale di Cosa nostra.

Ed è ancora qui che inciampa Maresco, quando indulge in un lungo racconto (con tanto di ricostruzione tramite disegni animati) dei presunti rapporti giovanili tra Ciccio Mira e il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella; da cui scaturisce la polemica di cui dicevamo all’inizio. “Perché Mattarella non commento la sentenza del 2018 sui rapporti tra Stato e Mafia?” Domanda il regista: “Perché è un siciliano vero – risponde Ciccio Mira – e i veri siciliani stanno in silenzio” Un peccato veniale, tuttavia, quello di Maresco, se si pensa che questa affermazione è pronunciata dalla bocca di un personaggio che fino a qui ci era stato raccontato come quello che è: un imbonitore megalomane e ignorante, ancora affezionato alla “mafia di una volta”. Oppure, per dirlo con le parole della sua nemesi narrativa, Letizia Battaglia: “Un cretino”.

Questi gli eventuali difetti di un film che è peraltro ricco di invenzioni esilaranti che hanno strappato al pubblico in sala risate e applausi scroscianti. Un’ironia che – come capitava ai tempi di Cinico Tv – promana, molto spesso, direttamente dalla voce del regista, che commenta tutto quanto vi abbiamo detto col suo solito tono: ironico, scettico, feroce, pessimista, sarcastico e disincantato. E ovviamente cinico.