Festival del cinema di Venezia: i vincitori degli ultimi 20 anni

Leone d'Oro Festival di Venezia 1999-2018
La forma dell'acqua - The Shape of Water

Dal 28 agosto al 7 settembre si svolge la 76esima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Ecco le pellicole premiate con il Leone d’Oro al miglior film dal 1999 al 2018.

Festival di Venezia 2019: scopri lo Speciale

Da mercoledì 28 agosto a sabato 7 settembre, sul Lido si svolgerà la 76ª edizione del Festival del Cinema di Venezia, con la tradizionale abbuffata di prestigiose prime visioni e con la conseguente parata di star sul red carpet.


Difficile dire, all’alba del via, chi si aggiudicherà quest’anno il Leone d’Oro al Miglior film. L’ultimo italiano a riuscire nell’impresa è stato Gianfranco Rosi nel 2013, con il suo acclamato documentario Sacro GRA, peraltro anche l’unica pellicola di casa nostra a vincere l’ambito premio negli ultimi 20 anni: ecco quali sono gli altri film, dalla Cina agli USA, passando per Russia e Filippine, ad avere centrato il prestigioso obbiettivo dal 1999 in poi.

1999 – Non uno di meno di Zhang Yimou (Cina)

In uno sperduto villaggio della Cina rurale, una ragazzina di 13 anni viene incaricata di una breve supplenza in una scuola elementare. Finito questo periodo, verrà ricompensata, ma solo se il professore di ruolo al suo ritorno ritroverà tutti quanti gli alunni. Proprio questa “clausola” costringe la ragazza a un difficoltoso viaggio, quando uno dei suoi giovani studenti viene mandato dalla famiglia a lavorare in città.

2000 – Il cerchio di Jafar Panahi (Iran)

Otto storie si intrecciano, in maniera apparentemente casuale, in questa pellicola gestita in maniera magistrale dal regista iraniano Jafar Panahi. Ma nulla è per caso e al termine del film il cerchio si chiude e tutte queste vicende di donne alle prese con la rigidità della società in cui vivono assumono un senso comune.

2001 - Monsoon Wedding – Matrimonio indiano di Mira Nair (India)

Un matrimonio combinato, due famiglie entrambe benestanti, ma molto differenti: la prima è rimasta in India, la seconda è emigrata in Texas, negli Stati Uniti. Mentre fervono i preparativi, si intrecciano diverse vicende di passione e sentimenti (ma anche abusi).

2002 – Magdalene di Peter Mullan (Irlanda)

Peter Mullan, attore scozzese che si è concesso qualche fortunata scappatella da regista e sceneggiatore, scrive e dirige con maestria la storia di tre ragazze che, negli anni ’60, vengono ritenute colpevoli di vari peccati e mandate per questo a vivere nel convento della rigida madre Bridget. Qui subiranno innumerevoli soprusi, ma anche grazie alla loro amicizia non perderanno mai la speranza di uscire dalla loro prigione.

2003 – Il ritorno di Andrei Zviagintsev (Russia)

Nel crudo film di Zviaginstev, due giovani fratelli crescono senza padre, fino a che un giorno il genitore scomparso non fa ritorno e, con il consenso della madre, porta i due in quella che dovrebbe essere una gita di pesca. Mentre uno dei due sembra desideroso di riallacciare un rapporto con l’uomo che conosce a malapena, il secondo è invece diffidente nei confronti di questo tentativo di riconciliazione.

2004 – Il segreto di Vera Drake (Regno Unito)

Vera Drake è una donna che, nell’Inghilterra degli anni ’50, pratica aborti clandestini con il solo scopo di aiutare ragazze in difficoltà. Un giorno, però, una delle sue “pazienti” ha una complicazione e il segreto viene a galla, con drammatiche conseguenze. Eccezionale Imelda Staunton nel ruolo della protagonista, tanto che a Venezia è stata insignita della Coppa Volpi per la Miglior interpretazione femminile.

2005 – I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee (USA)

Ang Lee dirige Heath Ledger e Jake Gyllenhaal nei panni di due cowboy che devono convivere con quello che, per il contesto in cui vivono, è un torbido segreto: nonostante siano entrambi sposati, hanno una relazione che si protrae negli anni. Oltre che strapremiato (in aggiunta al Leone d’oro ha ricevuto tre premi Oscar e quattro Golden Globe), il film è stato anche un successone al botteghino, diventando uno dei cult del periodo.

2006 – Still Life di Jia Zhangke (Cina)

Han Sanming arriva nella cittadina di Fengjie, destinata a essere abbandonata per il progetto di costruzione della mastodontica Diga delle Tre Gole, alla ricerca della moglie, che lo ha abbandonato anni prima portandosi via la figlia. In contemporanea, Shen Hong cerca il marito che era sparito tempo addietro.

2007 – Lussuria – Seduzione e tradimento di Ang Lee (USA/Cina/Taiwan)

Passano solo due anni e Ang Lee riesce ancora nell’impresa di portare a casa il premio più ambito del Festival di Venezia. Siamo nella Shanghai degli anni ’40, occupata dai giapponesi. Una studentessa si fa coinvolgere nel piano di assassinio del direttore dei servizi segreti del governo fantoccio messo in piedi dal Giappone: perché la missione vada a buon fine, è necessario che la ragazza seduca l’uomo, di cui però finirà per innamorarsi.

2008 – The Wrestler di Darren Aronofsky (USA)

Il ritorno alla gloria di Mickey Rourke è di quelli che non si dimenticano facilmente. Nella pellicola di Aronofksy, l’ex divo del cinema, reso a stento riconoscibile dagli interventi di chirurgia estetica subiti nel tempo, è un ex divo del wrestling prossimo alla bancarotta e costretto a esibirsi in match e contesti di bassa lega per tirare a campare.

2009 – Lebanon di Samuel Maoz (Israele)

Grazie ai virtuosismi di scrittura e di regia, il film di Maoz funziona alla perfezione pur svolgendosi esclusivamente all’interno di un carro armato in cui convivono forzatamente quattro soldati non poi così esperti. Il mondo di fuori è mostrato solo in maniera sporadica attraverso il mirino del cannone e penetra all’interno del mezzo solo durante le poche visite attraverso il portellone.

2010 – Somewhere di Sofia Coppola (USA)

Stephen Dorff è Johnny Marco, una star di Hollywood che vive all’interno dello Chateau Mormont, il celebre e lussuoso hotel di Los Angeles, completamente alienato rispetto al “mondo reale”. Almeno fino a che non irrompe nella sua vita la figlia undicenne Cleo (una giovanissima Elle Fanning), di cui si dovrà prendere cura.

2011 – Faust di Aleksandr Sokurov (Russia)

Con il capitolo conclusivo della sua tetralogia sul potere, il russo Sokurov reinterpreta alla sua maniera la storia del dottor Faust goethiano, disposto a stringere un patto col diavolo pur di realizzare i propri desideri.

2012 – Pietà di Kim Ki-duk (Corea del Sud)

Il regista cult Kim Ki-duk, già premiato a Venezia nel 2004 con il Leone d’argento alla regia per Ferro 3 – La casa vuota, racconta la storia di un uomo brutale che lavora per conto di uno strozzino, menomando gli indebitati senza rimorso. La pietà nei confronti delle sue vittime affiorerà solo nel momento in cui una donna gli si presenterà sostenendo di essere la madre che lo aveva abbandonato 30 anni prima, ancora in fasce.

2013 – Sacro GRA di Gianfranco Rosi (Italia)

Rosi riesce nell’impresa di vincere il Leone d’oro con un documentario, in quella che è a tutti gli effetti una prima volta per il Festival di Venezia. Il sacro GRA del titolo non è altro che il Grande Raccordo Anulare che circonda Roma, raccontato attraverso le storie di chi vi abita.

2014 - Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza di Roy Andersson (Svezia)

Lo svedese Andersson confeziona un perfetto esempio di slow cinema con questa pellicola che mette in scena una serie di piccole scene al limite del nonsense, che nonostante la loro stravaganza riescono però a offrire interessanti spunti di riflessione sulla società contemporanea.

2015 – Ti guardo di Lorenzo Vigas (Venezuela)

Armando è un uomo che gestisce un negozio di protesi dentarie, che fuori dal lavoro adesca ragazzi per portarli nella sua abitazione, dove però si limita a guardarli. Un giorno entra nella sua vita Elder, un ragazzo di strada che in principio sembra interessato solamente al tornaconto economico di frequentare quell’uomo stravagante.

2016 – The Woman Who Left – La donna che se ne è andata di Lav Diaz (Filippine)

Primo film filippino a venire premiato con il Leone d’oro al Festival di Venezia, la pellicola di Diaz racconta di Horacia, una donna imprigionata per un crimine che non ha commesso. Uscita di prigione, questa scopre che il marito è morto e il figlio è scomparso. Dietro la sua ingiusta incriminazione c’è però un uomo che lei conosce molto bene.

2017 – La forma dell’acqua – The Shape of Water di Guillermo del Toro (USA)

Guillermo del Toro conferma l’ottimo momento del cinema messicano confezionando una “classica” love story… ma alla sua maniera. Protagonisti sono infatti un’inserviente muta di un centro di ricerca militare negli USA della Guera Fredda e un misterioso uomo pesce rinvenuto in Amazzonia. Il loro amore impossibile contempla un’unica possibilità: la fuga. Oltre al Leone d’oro, quattro Oscar e due Golden Globe.

2018 - Roma di Alfonso Cuarón (Messico)

Dopo del Toro, la palla passa all’amico Cuarón, che con estrema perizia registica racconta in bianco e nero di una famiglia che vive il trauma dell’abbandono da parte del capofamiglia, il tutto raccontato attraverso lo sguardo della fedele domestica di casa. Anche in questo caso, successone anche agli Oscar e ai Golden Globe (rispettivamente tre e due statuette).