Michael J. Fox, l'inguaribile ottimista: dal successo con Ritorno al Futuro alla malattia

Cinema

Stefania Bernardini

©Ansa

Quasi tutti lo ricordano come il Marty McFly della trilogia di Zemeckis o come Alex di Casa Keaton. Quattro Golden Globe, una carriera in ascesa poi la scoperta di avere il Parkinson e l'attivismo nella ricerca. Una delle star più amate di Hollywood compie  60 anni tra salite e discese, ma con la capacità costante di rialzarsi anche nei momenti più bui

Un ragazzino piccolino, sveglio e dallo sguardo furbo che ha fatto sognare adolescenti (e non solo) di diverse generazioni portandoli a viaggiare nel tempo, insieme allo stravagante scienziato Doc. Questa è l’immagine che molti hanno di Michael J. Fox, il Marty McFly di Ritorno al futuro. Attore simbolo degli anni ’80, prima interpretando il ruolo del primogenito della simpatica famiglia della serie Casa Keaton e poi come protagonista della trilogia di Robert Zemeckis, nel 2021 taglia il traguardo dei 60 anni. Nel mezzo, una vita di salite e discese, tra una carriera in ascesa, la scoperta di avere una grave malattia e la lotta per combatterla, fino al ritorno nel mondo dello spettacolo e all’impegno per la ricerca. Vincitore di quattro Golden Globe, due Screen Actors Guild Awards e cinque Emmy Awards, una laurea honoris causa conferitagli dall’Istituto Karolinska, una delle più importanti istituzioni di educazione universitaria in medicina al mondo, Michael J. Fox non è soltanto uno dei più apprezzati interpreti di Hollywood, ma anche un esempio di forza e resilienza che lo ha portato a superare ostacoli senza mai perdere l'allegria e l'ottimismo.

Il successo degli anni ’80 e ’90

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Michael J. Fox è in realtà lo pseudonimo di Michael Andrew Fox. L’attore è nato a Edmonton, in Canada, il 9 giugno del 1961. Dopo una partecipazione, a 15 anni, in una serie televisiva canadese come co-protagonista di Leo and Me, a 18 anni si trasferisce a Los Angeles per continuare la carriera nel mondo dello spettacolo. Quando si iscrive alla Screen Actors Guild, gli fanno notare che un Michael Fox era già esistito e non poteva registrarsi con lo stesso nome. Qui l’idea della J. Il nome Michael A. Fox, in inglese sarebbe significato Michael la volpe, la J quindi viene scelta in onore di un altro attore Michael John Pollard, anche se alle volte, la star di Ritorno al futuro ha scherzato che la lettera stesse per Jenius o Jenuine, genio o genuino. La fama a Hollywood arriva presto con il debutto in tv, nel 1982, come uno dei protagonisti della serie Casa Keaton. Il regista Robert Zemeckis lo scopre invece nel 1985 quando lo vuole per il ruolo di Marty McFly in Ritorno al futuro. Sono i due ruoli, diventati iconici, che gli danno la notorietà mondiale e lo fanno annoverare tra i giovani interpreti più promettenti del periodo. Negli anni ’80 prende parte anche alle commedie Voglia di vincere e Il segreto del mio successo e, sebbene conosciuto come attore di film comici, dà anche ottime dimostrazioni di versatilità in pellicole drammatiche come Vittime di guerra di Brian De Palma con Sean Penn. Si narra che il rapporto tra Fox e Penn non sia stato idilliaco e che, al termine delle riprese, Michael abbia lasciato un biglietto nel camerino del collega con scritto: “Lavorare con te non è stato un piacere, ma è stato un onore". Negli anni ’90 prosegue l’ascesa professionale dell’interprete, mentre arriva la diagnosi della malattia di Parkinson. È il 1991 e l’attore, sul set di Doc Hollywood - Dottore in carriera, si accorge che le sue mani tremano senza che riesca a controllarle. Gira comunque pellicole di rilievo come Sospesi nel tempo di Peter Jackson, Il presidente - una storia d’amore di Rob Reiner, Mars Attacks! di Tim Burton e prende parte alla sit com Spin City. Nel 2000 ha già ricevuto 4 Golden Globes, tre come miglior attore di una commedia per Spin City (rispettivamente nel 1998, 1999 e 2000) e uno nella medesima categoria nel 1989 per Casa Keaton, ma la malattia costringe Fox a ritirarsi parzialemente dalle scene.

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Scoperto di avere il Parkinson nel 1991, l’attore rende pubblica la sua malattia solo nel 1998. Dopo un iniziale momento buio in cui la star cade nell’alcolismo, decide di smettere di bere e comincia ad accettare solo ruoli poco impegnativi in film e serie Tv non abbandonando mai completamente il cinema, ma non essendone più protagonista come in precedenza. In questi anni Michael J. Fox comprende quanto la sua immagine pubblica possa essere utile per sensibilizzare sulla malattia. Fonda così la “The Michael J. Fox Foundation” per la ricerca contro il Parkinson e sulle cellule staminali. Al suo fianco c’è sempre la moglie Tracy, sposata nel 1988 e dalla quale ha avuto 4 figli. Nell’autobiografia “Lucky Man”, l’attore ha raccontato che “nella nostra relazione preferiamo enfatizzare gli aspetti comici piuttosto che quelli drammatici”. Nel 2006 è al centesimo posto tra gli uomini più influenti della Terra della classifica del Time. Nel 2010, per il suo impegno nella ricerca, la Karolinska Institutet di Stoccolma, l’istituto che si occupa di assegnare i premi Nobel per la Medicina, gli conferisce la laurea Honoris causa e poco dopo la University of British Columbia lo ha insignito con un dottorato in legge, proprio mentre Fox era tornato a recitare nel ruolo di un avvocato in “The Good Wife”. Nella serie interpreta un personaggio affetto da discinesia tardiva e acatisia, condizione vissuta da lui stesso a causa di alcuni farmaci che prende contro il Parkinson. Sempre nel primo decennio 2000 scrive un’autobiografia sulla sua malattia, torna in Tv con il programma Michael J. Fox: Adventures of an Incurable Optimist (Michael J. Fox: le avventure di un inguaribile ottimista) e lancia un video appello per la promozione della ricerca sulle cellule staminali. Nel 2013, poi, è protagonista di una serie Tv sulla sua storia personale: The Michael J. Fox Show.

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In vent’anni con la sua fondazione Michael J.Fox ha raccolto quasi un miliardo di dollari e scritto quattro autobiografie per raccontare la malattia. In “No Time Like the Future: An Optimist Considers Mortality”, si legge: “La mia più grande paura è stata pensare che il pubblico, se avesse conosciuto la mia malattia, non sarebbe più stato capace di ridere”. Portare allegria e sorrisi sembra essere sempre stato l’obiettivo principale dell’attore che non ha mai perso la voglia di scherzare e di rialzarsi, neanche quando la salute gli assesta un secondo e terzo colpo. Dopo il Parkinson, nel 2018, Michael J. Fox rischia la paralisi per un tumore benigno alla schiena e viene sottoposto a un intervento chirurgico. L’operazione va bene, la riabilitazione per imparare nuovamente a camminare anche, fino a quando la mattina delle riprese per un cameo in un film di Spike Lee, l’attore cade in cucina e si rompe il braccio. “Quello fu definitivamente il mio momento più buio. Persi la testa. Mentre aspettavo l’ambulanza mi chiesi: Può andare peggio di così?”, ha raccontato. Michael J. Fox è comunque riuscito a recuperare la sua positività che nell’autobiografia descrive come “la gratitudine che consente all’ottimismo di diventare sostenibile”, a 59 anni si è fatto il primo tatuaggio, una tartaruga marina con delle cicatrici, lo scorso anno ha annunciato l’addio definitivo alle scene ma dichiarando di “non sentire alcuna tristezza”. E anche se l’attore va in pensione, resta la persona, quell’inguaribile ottimista amato in tutto il mondo.

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