Febbre da cavallo compie 50 anni: perché il cult con Proietti e Montesano vince ancora

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Mezzo secolo fa, il 29 ottobre 1976, usciva nelle sale Febbre da cavallo di Steno. Accolto con freddezza dalla critica e con un discreto consenso di pubblico, il film con Gigi Proietti ed Enrico Montesano è rinato grazie alle tv private fino a diventare un cult senza tempo. Mandrake, Er Pomata e Felice puntano ancora su Soldatino tra Tor di Valle e piazza Margana, tra il whisky maschio senza rischio, la nonna finta morta, la truffa a Manzotin e l'arringa sul giocatore di cavalli. Genesi, cast, location, musiche, frasi celebri, curiosità e dove vederlo in streaming: la storia della commedia che ha inventato la mandrakata e ha insegnato a un'intera città a perdere con stile

Quello che devi sapere

Febbre da cavallo, Da Dostoevskij a Mandrake: anatomia del giocatore

Chi gioca ai cavalli è... come dire? Un misto, ecco, è un cocktail, un frullato de roba.» Mandrake (Gigi Proietti) in Febbre da cavallo (Steno, 1976)

Nell'ottobre del 1866, a San Pietroburgo, un uomo indebitato fino al collo detta a una stenografa ventenne un romanzo intero in ventisei giorni. Si chiama Fëdor Dostoevskij, il libro è Il giocatore, e se non lo consegna in tempo l'editore Stellovskij si prenderà gratis, per anni, i diritti delle sue opere. Il manoscritto arriva puntuale. La stenografa, Anna Snitkina, diventerà sua moglie e (raccontano i biografi) la custode dei rubli quando la roulette di Baden-Baden tornerà a sedurlo. Morale della favola: il giocatore si salva soltanto se accanto a lui c'è una donna che tiene la cassa.

Centodieci anni dopo la stessa parabola sbarca a Roma, sostituisce il samovar con il cappuccino, la roulette con la Tris e la tragedia con la risata. Si intitola Febbre da cavallo, e oggi compie cinquant'anni tondi.

Febbre da cavallo, 50 anni fa la partenza (con handicap)

Era il 29 ottobre 1976 quando il film diretto da Steno, distribuito dalla Euro International Film, usciva nelle sale italiane. Partenza in sordina, quasi un brocco al canapo. Eppure dentro c'era già tutto: Gigi Proietti (accreditato come Luigi, come gli era già accaduto in Brancaleone alle crociate) nei panni di Bruno Fioretti detto Mandrake, indossatore e aspirante attore dal «sorriso magico»; Enrico Montesano in quelli di Armando Pellicci detto Er Pomata, ex driver disoccupato con la brillantina nei capelli e l'ippica a memoria, autoproclamato «computer equino»; Francesco De Rosa nel ruolo di Felice Roversi, parcheggiatore abusivo e spalla perenne.

Il soprannome di Mandrake, peraltro, è un omaggio al mago in frac dei fumetti di Lee Falk, l'illusionista capace di ipnotizzare chiunque con un gesto della mano. Il Mandrake di Proietti ipnotizza soprattutto sé stesso, convinto ogni sabato che la prossima corsa sarà quella buona.

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Il cast di Febbre da cavallo: una commedia dell'arte al galoppo

Attorno ai tre moschettieri della scommessa si muove una compagnia di giro degna di Goldoni. C'è l'avvocato De Marchis di Mario Carotenuto, che avvocato non è e possiede un solo, disgraziatissimo cavallo, Soldatino. C'è Catherine Spaak nei panni di Gabriella, fidanzata di Mandrake e titolare del bar che lo mantiene. C'è Nikki Gentile, la Mafalda indossatrice e marchettara di lungo corso. C'è Ennio Antonelli, il macellaio Otello Rinaldi detto Manzotin, vittima designata delle truffe. C'è Gigi Ballista, il conte Dallara padrone dell'invincibile Bernadette. E c'è Marina Confalone, la Giuliana sorella di Pomata che nel quartiere chiamano «Tornado, il vento che uccide» per via di un alito capace di stendere un purosangue.

Maschere, appunto. Mandrake è un Arlecchino che si traveste da vigile e da driver francese; Pomata un Brighella con il patentino che all'occorrenza si improvvisa commissario di polizia; De Marchis un Balanzone di borgata. Steno lo sapeva bene: voleva un film corale alla maniera degli anni Cinquanta, popolato di caratteristi. Insomma, una commedia dell'arte con le scommesse al posto dei lazzi.

Dalla denuncia alla risata: com'è nato il film di Steno

A dirla tutta, Febbre da cavallo nasce serio. All'inizio degli anni Settanta Massimo Patrizi abbozza un soggetto drammatico sulla dipendenza dal gioco e lo propone a Roberto Infascelli, produttore di La polizia ringrazia (diretto proprio da Steno nel 1972) e padrino del poliziottesco di denuncia. Steno legge e declina. Il copione dorme in un cassetto fino alla fine del 1974, quando Infascelli lo risveglia virandolo verso la commedia all'italiana. Stavolta il regista ci sta. Non era però il primo della lista: Enrico Vanzina ha raccontato che il film doveva dirigerlo Nanni Loy, ammettendo di non ricordare perché avesse passato la mano.

Steno, al secolo Stefano Vanzina, di ippodromi non sapeva nulla. Sicché chiede al figlio Enrico Vanzina, che da ragazzo bazzicava le tribune, di aiutarlo a riscrivere la sceneggiatura di Alfredo Giannetti. La denuncia si dissolve come si scioglie il ghiaccio in un highball dimenticato al sole, e resta la poesia stracciona dello scommettitore.

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Gigi Proietti ed Enrico Montesano, due cavalli di razza

Per il protagonista, secondo la ricostruzione più diffusa, Infascelli sognava un mattatore affermato, Ugo Tognazzi o Vittorio Gassman. Tognazzi, peraltro, proprio nel 1975, l'anno in cui a Roma si giravano le scene di Febbre da cavallo, arrivava in sala con Amici miei di Mario Monicelli, consegnando all'Italia la supercazzola del conte Mascetti. Steno invece voleva un romano. Su suggerimento di Alberto Lattuada, che lo aveva appena diretto in Le farò da padre, la scelta cade su Gigi Proietti, allora più divo del palcoscenico che dello schermo. Gassmaniano dichiarato, l'attore porta sul set tutta la sua istrionica teatralità: il suo Mandrake recita perfino quando respira, e quando mente lo fa con la dizione di un Amleto.

Per Er Pomata arriva Enrico Montesano, già diretto da Steno in L'Italia s'è rotta, un attore capace di trasformare la parlata romana in partitura musicale. Tra i due nasce un'alchimia da coppia comica d'altri tempi, Totò e Peppino con le cartelle delle corse in tasca. Adolfo Celi, pensato in origine per l'avvocato, finisce sullo scranno del giudice. E Alberto Giubilo, voce storica dell'ippica italiana, si concede un cameo nei panni di sé stesso.

Dove è stato girato Febbre da cavallo: da piazza Margana a Tor di Vall

Le riprese partono il 20 giugno 1975 in piazza Margana, a due passi dal Campidoglio, e si chiudono ad agosto. Lì, in un angolo defilato, si trova il portone di casa Pellicci, assediato da Spartaco Er Ventresca, creditore con le mani «che paiono du' tritacarni». Nella vicina piazza d'Aracoeli c'è il Gran Caffè Roma di Gabriella. Tutte le corse, comprese quelle ambientate ad Agnano e a Cesena, sono girate all'ippodromo di Tor di Valle. La stazione di Napoli è in realtà Roma Termini, l'hotel dove Mandrake si spaccia per il driver Jean-Louis Rossini è il Westin Excelsior di via Veneto, l'ospedale dei medicinali sottratti è il Fatebenefratelli sull'isola Tiberina.

Leggenda vuole che, per far guardare agli attori tutti nello stesso punto durante una corsa, Infascelli si sia messo a correre per la pista con un bastone e una bandiera, cavallo umano a beneficio della macchina da presa. Roma, in fondo, non è uno sfondo ma la quarta protagonista, come Parigi per Truffaut o New York per Woody Allen. Soltanto più scalcinata.

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Whisky, rischi e fischi: le scene cult e le frasi celebri

Ogni romano (e non solo) conosce a memoria il carosello del Vat 69. Mandrake, chiamato a declamare lo slogan del whisky, inciampa in una catena di storpiature degna di un Raymond Queneau de noantri: fischio, raschio, vischio, teschio, persino «caschio». Sequenza in parte improvvisata, con una chicca da cinefili: a doppiare il regista dello spot, interpretato da Fernando Cerulli, è lo stesso Steno. Confesso di averla celebrata anche nel mio I Have a Drink, giacché nessuno ha mai spiegato meglio la sottile linea rossa tra il whisky maschio senza rischio e il rischio maschio senza whisky.

Poi c'è la nonna di Pomata data per morta, con tanto di camera ardente, per seminare i creditori e farsi rimborsare le medicine dal dottor Magalini. C'è la telefonata in falsetto al macellaio Manzotin a nome di un inesistente conte De Simone di Largo Arenula, con il resto di centomila lire da consegnare al figlio. C'è Mandrake travestito da vigile che multa un automobilista innocente snocciolando un codice della strada che nemmeno Kafka. Sono le mandrakate, cugine capitoline della supercazzola fiorentina: truffe geniali e un po' cialtrone che i romani chiamano ancora così.

La trama è un congegno a orologeria. La Tris di brocchi suggerita dalla cartomante a Gabriella (Soldatino, King e D'Artagnan) arriva, ovviamente, mentre Mandrake ha puntato sul superfavorito. Soldatino, rimasto senza biada per la ripicca del driver mai pagato, comincia a vincere, e la combriccola trama la super mandrakata al Gran Premio degli Assi: Mandrake al posto di Rossini sul sulky di Bernadette per farla perdere, Pomata alla guida di Soldatino. Come Truffaldino nel Servitore di due padroni, Mandrake deve servire il complotto e l'orgoglio insieme. Vince l'orgoglio: nella foga del testa a testa si dimentica di dover perdere. Il colpo fallisce come quello dei Soliti ignoti, solo che stavolta non c'è nemmeno la pasta e ceci a consolare la banda.

Le musiche di Bixio, Frizzi e Tempera

A scandire le corse e le disfatte c'è la colonna sonora firmata da Franco Bixio, Fabio Frizzi e Vince Tempera, che ne dirige l'esecuzione. Un trio da non sottovalutare: Bixio è figlio d'arte (il padre Cesare Andrea è l'autore di Parlami d'amore Mariù), Frizzi diventerà il compositore prediletto di Lucio Fulci, Tempera firmerà di lì a poco la sigla italiana di Ufo Robot Goldrake. E c'è una chicca di famiglia: la scena in cui Mandrake confessa a Mafalda di aver perso la Tris è costruita sulle note del Tango delle capinere, firmato da Bixio Cherubini e dallo stesso Cesare Andrea Bixio. Le lacrime del giocatore, insomma, hanno il ritmo di un tango d'antan.

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Dall'esordio in sordina al culto: la rimonta all'ultima curva

All'uscita il film non va oltre un discreto consenso di pubblico, e la critica lo tratta con sufficienza. Su la Repubblica del 2 novembre 1976 Renzo Fegatelli gli rimprovera di non far ridere, almeno per la prima ora. Nove anni dopo, nel 1985, Masolino D'Amico non lo nomina neppure nel suo saggio sulla commedia all'italiana.

Poi, come Soldatino digiuno di biada, il film comincia a vincere. Venduto a centinaia di televisioni private, nei primi anni Novanta (Steno è scomparso nel 1988) viene trasmesso a ripetizione da emittenti romane come T9 e Gold TV, spesso in cicli dedicati al regista. Come avrebbe ricordato Proietti, a forza di passaggi, senza che nessuno se ne accorgesse, diventò una specie di icona. Nascono i «febbristi», le battute passano di bocca in bocca come una combinazione vincente sussurrata al botteghino delle scommesse.

Anche i dizionari del cinema, nati quando il film era ormai di culto (il Mereghetti debutta nel 1993, il Morandini qualche anno dopo), finiscono per fare i conti con la sua fortuna, e Morandini lo promuove come commedia divertente, servita da un Proietti estroso. Nel 2001 Alberto Pallotta gli dedica un libro con la sceneggiatura integrale, nel 2002 arriva il sequel Febbre da cavallo - La mandrakata di Carlo Vanzina, con Proietti protagonista e Montesano in un cameo. Nel 2010 la consacrazione: la 67ª Mostra di Venezia lo ripresenta nella retrospettiva La situazione comica (1937-1988). Il segreto? Proietti lo riassumeva così: faceva ridere. Tutto qui. Che poi, a pensarci bene, è tutto.

Chi gioca ai cavalli è un cocktail: l'arringa di Mandrake e il finale

Il gran finale va in scena in tribunale. Mandrake, alla sbarra con Pomata, Felice, Mafalda e De Marchis, si lancia in un'arringa che è un trattatello di antropologia dello scommettitore: un cocktail, appunto, un frullato di minorato e milionario, di credulone e bugiardo, uno che muore, azzarda, spera e rimuore. Per chi scrive, una definizione da appendere sopra il bancone. Mallarmé avrebbe chiosato che un colpo di dadi non abolirà mai il caso.

Il colpo di scena, però, siede sullo scranno. Il giudice di Adolfo Celi (che undici anni prima, con la benda piratesca, offriva un Rum Collins a Sean Connery in Agente 007 - Operazione tuono) è a sua volta uno scommettitore incallito, e in aula sbotta con un perentorio «Piripicchio è figlio di Uragano e Apocalisse». Tutti assolti, il magistrato entra nella banda. Il demone del gioco, d'altronde, non conosce frontiere né gerarchie. Dall'altra parte del mondo, nel 1989, Hong Kong avrebbe incoronato Chow Yun-fat God of Gamblers nel film di Wong Jing: una divinità del tavolo verde in smoking impeccabile, che non sbaglia una carta. Mandrake invece è un dio minore, spettinato, indebitato e perdente. Proprio per questo ci somiglia di più.

E Gabriella? Rivela di aver giocato di nascosto la Tris vincente. Mandrake la sposa e, con il suo tacito consenso, scappa durante il viaggio di nozze per correre all'ippodromo di Cesena. Come Anna Snitkina con Dostoevskij, è la donna che tiene la cassa a salvare il giocatore, e insieme ad accettarne la febbre. Gigi Proietti se n'è andato il 2 novembre 2020, nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Mandrake no. Cinquant'anni dopo è ancora lì, al canapo, in attesa del prossimo Gran Premio.

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Dove vedere Febbre da cavallo in streaming

Chi volesse festeggiare il compleanno con una visione, secondo JustWatch al momento in cui scriviamo trova Febbre da cavallo in abbonamento su Paramount+, anche tramite Amazon Channel, mentre è disponibile a noleggio e all'acquisto su Amazon Prime Video e Apple TV. Per i collezionisti c'è la versione restaurata in DVD e Blu-ray pubblicata da Videa nel 2016, in occasione dei quarant'anni.

Se fosse un cocktail

Si chiamerebbe Tris di Mandrake. Base di blended scotch, possibilmente Vat 69 in omaggio al carosello più sgangherato del cinema italiano; vermouth rosso, per la Roma papalina dell'Aracoeli; liquore al caffè, tributo al bar di Gabriella; qualche goccia di bitter all'arancia, per l'amaro delle Tris perse. Mescolato e non agitato, a ritmo di trotto, servito in un tumbler basso. Guarnizione d'obbligo: tre ciliegie al maraschino infilzate sullo stesso stecchino, Soldatino, King e D'Artagnan, rigorosamente nell'ordine d'arrivo. Il whisky è maschio, il rischio pure. Ma la vita è troppo breve per bere male. E per non giocare, almeno una volta, la Tris della cartomante.

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