Carlo Monni, come un grillo nell’uragano: il poeta anarchico amico di Benigni. Recensione
Cinema
Introduzione
Presentato il 16 ottobre 2026 alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Storia del Cinema, Carlo Monni, come un grillo nell’uragano è il documentario di Romeo e Valentino Conte dedicato all’attore e poeta di Campi Bisenzio. Avviato dal padre, scomparso nel 2024, e completato dal figlio, intreccia le voci di Benigni, Benvenuti, Haber e degli amici con il repertorio di Berlinguer ti voglio bene e Non ci resta che piangere. Un viaggio nel talento anarchico di un poeta contadino, tra letteratura, teatro, rinunce e fragilità raccontate con garbo: un artista profondamente toscano e capace di parlare a tutti
Quello che devi sapere
Carlo Monni, come un grillo nell’uragano, la recensione
A Firenze, lungo la linea T1 della tramvia, c’è una fermata che si chiama Cascine - Carlo Monni. Migliaia di pendolari la sentono annunciare ogni giorno dalla voce metallica del vagone, e chissà quanti, tra uno sguardo al telefono e l’altro, si domandano chi fosse quel signore il cui nome è rimasto appeso a un parco. Ugo Chiti, nel documentario, una risposta la offre, ed è di quelle che restano addosso: Monni era «una sorta di divinità pagana delle Cascine», con «la sua pancia fuori a indorarsi nel sole», le sue camminate, il suo modo di muovere la testa. Un dio minore e campestre, insomma, di quelli che gli antichi collocavano ai margini dei boschi e che i fiorentini, più prosaicamente, incrociavano al bar.
Carlo Monni, come un grillo nell’uragano, presentato alla 21ª Festa del Cinema di Roma nella sezione Storia del Cinema, restituisce a quel nome sulla pensilina un corpo, una voce e soprattutto una poetica. Poco più di settantacinque minuti per raccontare l’attore nato a Campi Bisenzio nel 1943 da una famiglia contadina e scomparso a Firenze nel 2013: il Vitellozzo di Non ci resta che piangere, certo, ma anche, e forse prima di tutto, un uomo che non ha mai davvero distinto il palcoscenico dalla vita.
Il merito dei Conte è riuscire a riproporre il talento anarchico, inclassificabile, sorprendente di Monni. L’alternanza fra le testimonianze e i frammenti delle sue esibizioni permette di misurare sullo schermo ciò che gli amici raccontano: il salto improvviso dalla battuta alla poesia, la presenza fisica capace di occupare una scena, una cultura letteraria che affiora nei momenti più inattesi. Il montaggio tiene insieme queste incursioni e conserva il piacere della scoperta. Così la familiarità del volto lascia progressivamente spazio alla sorpresa per l’artista.
Il grillo nell’uragano e la poesia di Vincenzo Cardarelli
Il film si apre con un cartello che riporta una citazione di Vincenzo Cardarelli. Il poeta di Corneto Tarquinia, tra i fondatori della Ronda, si paragona al grillo nell’uragano e alla cicala sorpresa dai primi freddi d’autunno. Nel suo immaginario c’è anche l’uomo che, steso sul letto, confessa di oscillare «come un ago calamitato». Scelta tutt’altro che casuale. Cardarelli era uno degli autori che Monni amava dire a memoria, insieme a Dino Campana e a Robert Frost, come ricorda Benigni con l’aria di chi ha ascoltato quelle letture cento volte. Per tacere di Folgore da San Gimignano e Cecco Angiolieri, che Monni sapeva a memoria come altri sanno la formazione della Fiorentina. Il grillo e l’ago calamitato contengono già una possibile chiave del documentario: una creatura piccola e sonora dentro una tempesta più grande di lei, e una bussola inquieta che non smette di cercare il nord.
Il grillo, d’altronde, è animale squisitamente toscano. Canta nei campi della piana, appartiene alla tradizione della Festa del Grillo alle Cascine, di nuovo loro, e nell’universo collodiano è la coscienza che parla, inascoltata, a un burattino. Monni, che Geppetto lo interpretò davvero sul palco accanto a Massimo Ceccherini e Alessandro Paci, ne sarebbe stato contento.
Romeo e Valentino Conte, un film tra padre e figlio
Dietro la macchina da presa c’è una storia che va narrata con pudore. Il progetto nasce da Romeo Conte, regista formatosi tra moda, sfilate ed eventi e approdato al cinema con La crepa, presentato a Venezia nel 1997. Romeo scrive soggetto e sceneggiatura, avvia le riprese, poi muore nel 2024. A completare il lavoro è il figlio Valentino, che firma anche il montaggio con Patrizio Gioffredi. Il risultato è un film nato a quattro mani e segnato, durante la lavorazione, dall’assenza di uno dei suoi autori. A Romeo il documentario è dedicato. Anni di lavoro, molte ore di interviste e un problema di abbondanza: Valentino, intervistato da La Nazione, ammette che con il materiale scartato «potremmo fare altri tre film su di lui».
Valentino, a posteriori, ha riconosciuto tra il padre e Monni affinità sorprendenti: le origini contadine, una vena artistica che debordava dal mestiere, un carattere indipendente, scomodo, generoso e sanguigno. Non sapremo mai quanto Romeo le avvertisse. Ma lo spettatore le percepisce, e il documentario ne guadagna una seconda corrente sotterranea, quasi un dialogo tra due assenze, che lo rende più intimo di un semplice omaggio.
Benigni, Benvenuti, Haber: il coro degli amici
Cinquantadue. Tante sono le persone che i Conte hanno intervistato, e il coro è di prim’ordine: attori celebri e teatranti di provincia, comici e poeti, amici di una vita, compagne di stagioni brevi, perfino i ristoratori che ricordano, con un misto di sgomento e ammirazione, la sua leggendaria voracità. Ci sono Vauro e Giovanni Veronesi, Lucia Poli e Marco Messeri, Sergio Forconi e Francesco Ciampi, gli amici di sempre come il Grezzo. Ma il filo rosso è Benigni, che alla proposta dell’intervista, racconta il regista, rispose con un entusiasmo disarmante: «Quando si fa?». Benigni apre definendo Monni «una leggenda, più grande della vita», e più avanti aggiunge che «la sua vita era più grande di se stesso». Alessandro Benvenuti ne parla come di «una persona entrante», qualcuno che «dovevi accogliere». Alessandro Paci va dritto al punto: «Io penso sia stata la miglior persona che abbia mai conosciuto». E poi, con un sorriso, ricorda il capitolo sentimentale: «Il Monni ha avuto le donne più belle in assoluto», spiegando la cosa con «il fascino dell’artista».
Le definizioni più preziose, però, sono quelle che provano a cogliere il segreto dell’attore. Antonio Petrocelli osserva che Carlo «era in grado di passare dal sublime alto al sublime basso con una facilità e con un’eleganza che raramente si trova negli attori», e che «si è disegnato una vita di polvere e poesia», senza costruzione alcuna. Alessandro Haber, parimenti, ne loda la credibilità assoluta e conia un paradosso degno di un aforista: «Lui era pieno di imperfezioni, ma tutte queste imperfezioni erano talmente anche perfezioni». Benigni, infine, scioglie l’apparente contraddizione del personaggio: «Veniva dai contadini, poteva sembrare grosso, grave, ma invece era leggerissimo, sensibilissimo».
C’è poi un aneddoto che da solo vale il biglietto. Benvenuti racconta il provino a Cinecittà per un primo piano stretto: Monni lo affronta «con una tale intensità, una tale elettricità» che era difficile metterlo a fuoco, finché, a forza di vibrare, «è come se fosse scomparso dall’inquadratura». Ugo Chiti, dal canto suo, chiarisce che Carlo «non si provinava»: lo sceglievi e basta. Ecco, il grillo nell’uragano è esattamente questo, un corpo che vibra tanto da sottrarsi all’obiettivo.
Da Onda libera a Non ci resta che piangere: i film di Carlo Monni
Il repertorio è il secondo pilastro del film, e qui i Conte hanno fatto un lavoro di scavo notevole. Si parte da Onda libera (1976-1977) di Beppe Recchia, il programma che doveva chiamarsi Televacca e che per quattro sole puntate scompigliò la compostezza della televisione di Stato sulla Rete 2: una finta televisione pirata che, con Benigni, interferiva con i programmi ufficiali trasmettendo «da una stalla di Capalle», frazione di Campi Bisenzio, mucche comprese. Benigni, con un orgoglio che non cerca scuse, ricorda che quella trasmissione era uno dei quattro pilastri del palinsesto del 1976, accanto a Carmelo Bene, Eduardo De Filippo e Dario Fo. Il percorso attraversa Vita da Cioni (1978) di Giuseppe Bertolucci, Berlinguer ti voglio bene (1977), Chiedo asilo (1979) di Marco Ferreri, L’altro teatro (1980) ancora di Bertolucci, Tu mi turbi (1983), naturalmente Non ci resta che piangere (1984) di Benigni e Troisi, Caruso Pascoski (di padre polacco) (1988) di Francesco Nuti, Benvenuti in casa Gori (1990) di Alessandro Benvenuti, Tutti giù per terra (1997) di Davide Ferrario.
Non mancano il teatro televisivo, con L’uomo, la bestia e la virtù (1991) di Carlo Cecchi, e lo spettacolo Fermi tutti, questo è uno spettacolo (Pinocchio) (1998) di Massimo Ceccherini e Marco Limberti. E poi la stagione più recente e meno nota, quella del cinema indipendente toscano che in Monni aveva trovato un nume tutelare: Bozzone ti vogliamo bene (2005) di Tommaso Santi e Paolo Toccafondi, Dal paradiso (2006) e Gli intrepidi 3: La tortuga (2012) di Giovanni Cioni, La banda del brasiliano (2010) e Sogni di gloria (2014) del collettivo John Snellinberg, fino al gustoso Saluti e baci da Champs sur le Bisence (2014) di Bruno Santini e Fabrizio Nucci. Il titolo riprende il nome con cui Monni stesso nobilitava la sua Campi, ribattezzata Champs sur le Bisence ai tempi delle case del popolo, con la stessa disinvoltura con cui, a sentire Benigni, cantava i sonetti di «Scespire». E c’è una piccola scoperta per gli appassionati: Gli intellettuali e l’alluvione, un’intervista inedita del 2010 in cui Monni parla con la sua voce, senza mediazioni.
È soprattutto in questo passaggio fra opere celebri e materiali meno conosciuti che il repertorio acquista forza critica. I ruoli popolari aprono una porta; le esibizioni teatrali e le parole di Monni allargano continuamente la stanza. Il film mostra quanto poco basti a quell’uomo per spostare il tono di una scena, e quanto rimanga da conoscere oltre i personaggi che sappiamo citare a memoria.
Bozzone e Berlinguer ti voglio bene: il bruco e la farfalla
Il cuore del film batte però attorno a Berlinguer ti voglio bene, che Benigni definisce senza mezzi termini «una pepita d’oro». Lì Monni è Bozzone, forse il personaggio che meglio ne riassume la doppia anima, rustica e lirica, ruvida e dolcissima. In una settantina di film i ruoli memorabili non mancano, eppure è questo a restare scolpito. Il documentario ripropone la celebre poesia recitata da Bozzone nel film di Bertolucci, quella sulla natura che insegna come si possa nascere bruchi per diventare farfalle, salvo constatare che «noi», razza tra le più strane, bruchi siamo nati e bruchi restiamo. Una sorta di contro-Ovidio della piana fiorentina, in cui la metamorfosi è promessa e subito negata, con una chiusa sboccata sulla miseria che fa ridere e gelare insieme.
Riascoltata oggi, quella poesia suona come un autoritratto involontario. Perché Monni, a dispetto dei versi che recita, la metamorfosi l’ha compiuta eccome, senza però mai rinnegare il bruco. Petrocelli ricorda la sua abilità nelle ottave improvvisate, la tradizione dei poeti estemporanei toscani, e Benigni la sua capacità di passare da Dante a Campana. La definizione di poeta contadino trova qui la propria genealogia.
C’è poi la stagione d’oro della commedia fiorentina, quella in cui, mentre Napoli rispondeva con la Smorfia e Troisi e Roma con Verdone, Firenze schierava la sua pattuglia di toscanacci per dare nuova linfa a una commedia italiana alla ricerca di nuove voci. Benigni, i Giancattivi con Benvenuti, Nuti e Athina Cenci, più tardi Pieraccioni e Ceccherini: Monni attraversa tutti quei set da comprimario, eppure, rivisti oggi, molti di quei film si ricordano soprattutto per i suoi pochi minuti in scena. Un caratterista, si direbbe, se la parola non fosse troppo stretta per lui.
Carmelo Bene, Fellini e il prezzo della libertà
Il suo percorso passa anche da La Cena delle beffe di Sem Benelli, portata in scena da Carmelo Bene nel 1974 con Gigi Proietti. Un’esperienza che aiuta a misurare l’ampiezza del suo mondo teatrale. Guardandolo, viene da pensare che Fellini avrebbe potuto trovargli un posto perfetto nel proprio cinema: quel corpo smisurato, lo sguardo vulnerabile, il senso del meraviglioso che sopravvive dentro la materia più terrestre. È una suggestione, un incontro immaginato che il documentario rende irresistibile.
Poi c’è il poeta contadino capace di citare autori del Cinquecento sconosciuti ai più, mentre dal bucato arriva una sorpresa assai meno letteraria: cinquecento euro ritrovati nella tasca dei suoi calzoni. Un aneddoto che fa sorridere e restituisce qualcosa del suo rapporto disordinato con il denaro. La memoria di Monni aveva priorità tutte sue.
Lo raccontano anche i tanti no della sua carriera, le rinunce a produzioni e ingaggi che avrebbero potuto fruttargli compensi molto elevati. Il documentario lascia emergere il prezzo concreto di quell’indipendenza, insieme al piacere ostinato di scegliere dove stare. La sua libertà si riconosce nelle occasioni lasciate andare, nella fedeltà a un modo di vivere e di lavorare che poteva risultare scomodo persino a chi lo amava.
Stornelli, ottave e canzoni: musica e versi
Anche la colonna sonora segue la stessa logica di contaminazione. Accanto alle musiche originali di Massimo Martellotta si ascoltano Ti sento nel vento di Manolo Strimpelli, il rap Atroalla di Carlo Monni, un brano dalle Quattro stagioni di Vivaldi e Full Nocturne Ride di Florian Gravouil. L’alto e il basso, di nuovo, come nella formula di Petrocelli.
Ma la vera musica del film è quella che esce dalla bocca di Monni. Sul palco dei teatrini di provincia, tra stornelli, quartine e ottave improvvisate, si riallacciava a una tradizione di teatro popolare vecchia di secoli, dove la cultura medievale colta e quella plebea si mescolano senza gerarchie, in un territorio non lontano dal Mistero buffo di Dario Fo. E poi ci sono i frammenti irresistibili in cui si appropria delle canzoni di Gino Paoli, Lucio Battisti, Paolo Conte e Franco Battiato, cominciando da crooner e finendo, immancabilmente, in collera. Da soli, valgono la visione
Carlo Monni, un corpo da Medioevo e un’anima da poeta
Il documentario ha il merito di restituire anche la fisicità di Monni, che era parte integrante della sua arte. Un uomo virile, ingombrante, massiccio, e però poetico e fragile come pochi. Nemico giurato dei calzini, girava in Birkenstock pure d’inverno, spesso a torso nudo nelle sue interminabili passeggiate alle Cascine, come un frate francescano laico o un pastore uscito da un quadro di Masaccio. E da quella provincia contadina portava con sé un patrimonio di osservazioni che il cinema ha saputo mettere a frutto.
Il documentario racconta che fu proprio Monni a suggerire a Benigni e Troisi la sequenza di Non ci resta che piangere con gli uomini che, durante la messa, fissano le donne senza pudore. Dietro quella scena c’era un ricordo della sua provincia. Nel racconto di Monni, il Medioevo da quelle parti era finito negli anni Sessanta, con l’arrivo della Fiat Seicento. Sicché quella sequenza ambientata nel 1492 diventa, a ben vedere, anche una piccola testimonianza sulla Toscana del dopoguerra. Il passato gli era rimasto negli occhi, e il cinema aveva saputo riconoscerlo.
La depressione raccontata con garbo
Quella fragilità trova spazio anche nel passaggio dedicato alla depressione, affrontato con garbo, quasi in punta di piedi. È una delle scelte più felici. Il racconto si avvicina alla sofferenza di Monni rispettandone il pudore e permette di vedere quanto potesse essere vulnerabile un uomo capace di riempire di sé un palcoscenico. L’affetto degli amici acquista qui una profondità ulteriore, perché accoglie anche il dolore. Colpisce il racconto, affidato a uno degli intervistati, di uno spettacolo che Monni tenne davanti a un pubblico di medici, portando la propria esperienza e un messaggio di speranza sulla possibilità di uscire dalla depressione. Un ricordo che aggiunge profondità al ritratto: l’uomo capace di riempire un palcoscenico con la propria esuberanza trovava anche le parole per condividere la propria sofferenza. Il film accoglie questa testimonianza con misura, lasciando che la commozione nasca dal racconto. Anche qui il talento di Monni sta nel rendere comunicabile ciò che sembrava appartenere soltanto a lui.
Cardarelli contro Ungaretti: la vita castigata vivendo
Il confronto tra Cardarelli e Ungaretti è uno dei momenti più alti del film e riannoda il discorso aperto dal cartello iniziale. Monni si lamenta, con l’amarezza affettuosa di chi difende un amico, che Cardarelli sia stato dimenticato mentre Ungaretti è entrato nella memoria di tutti. Tutti sanno a memoria le foglie d’autunno sugli alberi di Soldati, tutti ricordano la morte che si sconta vivendo di Sono una creatura. Ma chi rammenta il grillo nell’uragano? E chi ricorda l’attacco di Alla deriva, il verso con cui Cardarelli sembra rovesciare Ungaretti, confessando di aver castigato la vita vivendo?
Quella frase diventa un sigillo ideale. Giacché in quel rovesciamento c’è molto del genio irregolare di Monni: la vita presa di petto, morsa, punita a forza di viverla fino in fondo. Un attore che non ha mai recitato la parte del poeta, perché poeta lo era davvero, e che ha difeso Cardarelli come si difende un fratello minore. Forse, senza saperlo, parlava anche di sé: un gigante che la Toscana venera come un santo laico e che il resto d’Italia deve ancora scoprire fino in fondo. Valentino Conte lo ha detto con semplicità: vorrebbe che qualcuno, «anche in Calabria o a Pordenone», riscoprisse Carlo. È l’augurio più giusto, perché certi tesori, a tenerli in casa, rischiano di diventare soltanto ricordi.
Ed è qui che il documentario raggiunge il suo risultato più bello: accompagnarci alla scoperta di un artista profondamente toscano e al tempo stesso universale. La piana, le Cascine, le case del popolo restano luoghi precisi, con il loro accento e la loro storia. Ma il desiderio di essere amati, la paura di perdersi e il bisogno di difendere la propria libertà possono essere riconosciuti ovunque. Monni li porta in scena con tutto il corpo, e i Conte riescono a farceli sentire ancora.
Se fosse un cocktail
Se Carlo Monni, come un grillo nell’uragano fosse un cocktail, sarebbe un Gin Tonic delle Cascine. Il documentario, del resto, suggerisce già l’ordinazione, attraverso i ricordi di quei bicchieri prima di andare in scena e degli amici che cercavano di prepararglieli leggeri. Per questa versione, ispirata alla loro premura, si versano 3 cl di gin e 12 cl di acqua tonica in un bicchiere alto colmo di ghiaccio, completando con una scorza di limone. Ginepro, bollicine e una punta d’amaro. Qui anche la ricetta racconta un’amicizia: il gin misurato con prudenza, la tonica versata con generosità. Un brindisi a Carlo e a chi gli voleva bene, magari aspettando il tram alla fermata che porta il suo nome.