Lo speciale sulla Festa del Cinema di Roma
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Festa del Cinema di Roma, recensione del film Il rumore delle cose nuove di Paolo Genovese

Cinema
Nicoletta Notari

Nicoletta Notari

Introduzione

Con Il rumore delle cose nuove, Paolo Genovese torna a esplorare le contraddizioni dei rapporti umani attraverso una storia tratta dal suo omonimo romanzo.

Il film, che intreccia le vite di tre coppie alle prese con desideri, segreti e fragili equilibri, è interpretato da Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Emanuela Fanelli, Edoardo Pesce, Claudia Pandolfi e Lino Musella, con la partecipazione di Claudio Santamaria. 

Il rumore diventa la metafora delle fratture che attraversano le esistenze dei protagonisti: sogni che si infrangono, relazioni che rivelano crepe inaspettate, verità che irrompono nel quotidiano e costringono a rimettere tutto in discussione.

Perché a volte, per cambiare direzione, bisogna prima rompere qualcosa.

Dopo Perfetti sconosciuti e FolleMente, il regista torna a interrogare le certezze quotidiane e le verità capaci di cambiare il corso di un'esistenza. A impreziosire il progetto c'è anche la musica. La colonna sonora è firmata da Daprinski, mentre Brunori Sas firma la canzone originale che condivide il titolo con il lungometraggio.

Il film ha inaugurato la 21esima Festa del Cinema di Roma, con una presentazione nella sezione Grand Public. Prodotto da Lotus Production con Rai Cinema, in associazione con Vice Pictures, arriverà nelle sale italiane il 12 novembre 2026, distribuito da 01 Distribution.

Quello che devi sapere

Paolo Genovese racconta il caos necessario per ricominciare

La vita non cambia sempre con una decisione consapevole. A volte basta un gesto, una bugia o una verità che affiora nel momento sbagliato per mandare in frantumi un equilibrio costruito negli anni.

Con Il rumore delle cose nuove, Paolo Genovese torna a indagare le relazioni umane, le contraddizioni dei sentimenti e le fragilità che si nascondono dietro l'apparente normalità. Il film, tratto dall'omonimo romanzo dello stesso regista, intreccia le esistenze di tre coppie. 

Quando un incontro inatteso mette in moto una catena di eventi, le loro esistenze si ritrovano improvvisamente connesse. Andrea, fotografo che desidera diventare padre (Stefano Accorsi), deve confrontarsi con le paure della moglie Andreina, infermiera (Vittoria Puccini); Ralph, tecnico del suono (Lino Musella), e Viola, attrice (Claudia Pandolfi), cercano di tenere insieme famiglia, lavoro e difficoltà economiche, mentre il piccolo Mirko (Edoardo Vitalone) affronta il bullismo a scuola. Alba (Emanuela Fanelli), invece, vive intrappolata in un matrimonio violento con Umberto (Edoardo Pesce), un uomo che dedica il proprio lavoro ai bambini malati. 

Le loro storie si sfiorano fino a convergere in un intreccio che mette in discussione certezze, desideri e convinzioni. Ma il rumore evocato dal titolo non è soltanto quello delle crisi: è anche il segnale di una vita che, per continuare, deve trovare il coraggio di rompere qualcosa.

Quando il rumore diventa una necessità

Vivere significa fare rumore. E a volte il rumore nasce da una rottura.

Può infrangersi un progetto coltivato per anni, una relazione che all'apparenza sembra funzionare, il sogno di diventare genitori o la certezza di essere il compagno ideale.

Genovese costruisce il racconto intorno a queste fratture, osservando il momento in cui ciò che sembrava solido rivela le proprie crepe. Il cambiamento non arriva come una liberazione immediata, ma come un disordine che nessuno sa davvero governare. I personaggi cercano di mantenere in piedi le proprie esistenze, anche quando continuare a farlo significa rinunciare a una parte di sé.

Il rumore non coincide soltanto con la distruzione, ma annuncia la possibilità di una trasformazione. Perché ciò che si rompe lascia inevitabilmente qualcosa sul pavimento, ma apre anche uno spazio prima occupato da abitudini e compromessi. Non tutte le fratture portano a una soluzione, e non tutte le decisioni restituiscono serenità. Eppure, nella visione del regista, il silenzio assoluto sembra più inquietante del caos: è il segno di una vita che ha smesso di reagire.

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Ogni esistenza conserva una zona d'ombra

Le vicende non ruotano intorno a un'unica figura centrale, né affidano a una sola coppia il compito di rappresentare tutte le contraddizioni dell'esistenza. Genovese preferisce moltiplicare i punti di vista, facendo convivere desideri incompatibili, debolezze e differenti modi di affrontare la realtà. Andrea, Andreina, Umberto, Alba, Ralph e Viola appartengono a universi apparentemente separati, mentre il piccolo Mirko, con la sua presenza, contribuisce a mettere in movimento un sistema di relazioni più complesso di quanto sembri. Le loro strade si incrociano attraverso circostanze che trasformano la quotidianità in un terreno imprevedibile.

Lo spettatore non riceve subito tutte le informazioni necessarie per comprendere i personaggi, ma è chiamato a ricostruire gradualmente ciò che li lega, ciò che nascondono e ciò che non riescono a confessare. Questa distribuzione del racconto permette di evitare una divisione troppo netta tra chi ha ragione e chi ha torto.

Ogni esistenza conserva una zona d'ombra, ogni comportamento è il risultato di una storia che non conosciamo interamente. Il rischio di una narrazione così articolata è che alcuni passaggi risultino più incisivi di altri, ma la pluralità delle vicende restituisce un'immagine credibile delle relazioni contemporanee. Non esiste una sola verità da scoprire: esistono persone che, spesso senza saperlo, finiscono per cambiare la vita degli altri.

Il peso delle aspettative

La paternità attraversa il film come desiderio, convinzione e possibile ferita. Nel personaggio interpretato da Stefano Accorsi emerge la volontà di diventare padre, un bisogno capace di assumere un peso decisivo nelle scelte personali e nella percezione del futuro. Per un altro uomo, invece, la prospettiva della genitorialità non coincide con un progetto cercato e desiderato nello stesso modo. C'è poi chi crede di essere un padre affettuoso, dolce e presente, senza sapere che la propria convinzione poggia su una realtà diversa da quella immaginata.

Tre situazioni che impediscono di ridurre la paternità a un ideale astratto o a un traguardo da raggiungere. Genovese mostra come il desiderio di avere un figlio possa intrecciarsi con l'identità personale, con la necessità di sentirsi riconosciuti e con il bisogno di dare continuità alla propria esistenza. Ma diventare genitori non significa automaticamente saper amare, così come essere convinti di svolgere bene il proprio ruolo non garantisce di conoscere davvero la persona che si ha accanto.

La genitorialità diventa così un terreno delicato, sul quale le aspettative individuali si scontrano con i diritti, i sentimenti e le scelte degli altri. Il film non offre una risposta definitiva su che cosa renda qualcuno un buon padre, né pretende di stabilire una gerarchia tra i diversi desideri. Piuttosto, mette in luce le conseguenze di quelle verità che, quando emergono, costringono a riconsiderare non soltanto il passato, ma anche il significato stesso dei legami familiari.

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Le buone intenzioni non bastano

Una delle contraddizioni più interessanti del film riguarda la distanza tra ciò che gli esseri umani pensano di fare e ciò che le loro azioni producono. Donare il proprio sperma per consentire a qualcuno di avere un figlio può sembrare una scelta generosa; sposarsi può apparire come la naturale consacrazione di un amore; intrattenere bambini malati in ospedale indossando un costume da Topolino può sembrare un gesto di altruismo.

Eppure, dietro le intenzioni apparentemente positive possono nascondersi egoismi, incapacità di ascoltare e bisogni personali che finiscono per prevalere su quelli altrui. Il film suggerisce che non è sufficiente attribuire a un comportamento una motivazione nobile per renderlo davvero giusto.

A volte si cerca di fare del bene senza interrogarsi sulle conseguenze, altre volte si usa un gesto generoso per confermare un'immagine rassicurante di sé. La stessa ambizione di guadagnare di più, tornare al lavoro o recuperare una posizione perduta può rappresentare una legittima aspirazione, ma anche diventare una fuga da problemi che non si vogliono affrontare. In questo senso, Il rumore delle cose nuove è anche quello delle convinzioni che entrano in collisione con la realtà. Genovese osserva le buone intenzioni senza assolverle automaticamente, mostrando quanto sia facile confondere il desiderio di essere una brava persona con la capacità concreta di rispettare gli altri. Il risultato è un racconto in cui la morale non precede le azioni, ma si complica attraverso le loro conseguenze.

La violenza nascosta nella normalità

È soprattutto nelle relazioni segnate dalla violenza che la fragilità degli equilibri quotidiani rivela il proprio lato più doloroso. La casa, luogo che dovrebbe offrire protezione, può trasformarsi in uno spazio di paura; il rapporto di coppia, che dovrebbe fondarsi sulla fiducia, può diventare uno strumento di controllo. La contraddizione assume un significato particolare nella vicenda di Alba (interpretata da Emanuela Fanelli), una donna che sembra avere progressivamente smarrito i propri sogni e la possibilità di immaginare un futuro diverso.

Il contrasto tra la sofferenza che il marito Umberto (interpretato da Edoardo Pesce) è capace di alleviare nel lavoro e quella che riversa nella vita privata rende ancora più evidente la distanza tra ruolo sociale e comportamento personale. Non basta svolgere una funzione utile agli altri per essere capaci di prendersene cura nella propria intimità.

La violenza, inoltre, non può essere confusa con una semplice incomprensione sentimentale o con una crisi che il tempo riuscirà a risolvere. È una frattura che richiede il riconoscimento di ciò che sta accadendo e la possibilità concreta di sottrarsi alla sopraffazione. In questo quadro, denunciare un marito violento significa spezzare un meccanismo di silenzio e provare a riprendere possesso della propria esistenza. Il film trova qui un punto di particolare rilevanza, perché il cambiamento smette di essere una generica aspirazione alla felicità e diventa una necessità. Non tutte le rotture sono dolorose allo stesso modo: alcune sono il primo passo per tornare a vivere senza paura.

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Dal rumore al suono: il mestiere di ascoltare

Tra gli aspetti più suggestivi del film c'è il rapporto tra rumore, suono e musica. Ralph, interpretato da Lino Musella, lavora come rumorista, riproduce gli effetti sonori necessari al cinema, dando forma a rumori che sullo schermo devono apparire naturali, anche quando sono costruiti artificialmente.

Il suo mestiere introduce una riflessione che attraversa l'intera narrazione: ciò che ascoltiamo non sempre coincide con ciò che è accaduto, così come ciò che vediamo non esaurisce la verità di una situazione. Il cinema stesso, in fondo, è un'arte capace di trasformare frammenti, gesti e suoni in un'esperienza emotiva coerente.

A questa dimensione si affianca la presenza di Claudio Santamaria, il cui personaggio, Elio, trova anche nei raggi delle ruote della propria sedia un modo per produrre suoni, quasi fossero le corde di uno strumento. Un gesto quotidiano può così assumere una qualità musicale, suggerendo che la vita non è fatta soltanto di eventi eccezionali, ma anche di dettagli che acquistano significato quando qualcuno impara ad ascoltarli. Il riferimento al Notturno di Chopin aggiunge un'altra sfumatura: la musica può riempire il vuoto, accompagnare una memoria o creare un legame che le parole non riescono a stabilire.

In questo dialogo tra immagini e suoni si inserisce anche Brunori Sas, che firma e interpreta la canzone originale Il rumore delle cose nuove, composta appositamente per il film. Il cantautore calabrese, da sempre attento alle contraddizioni dell'esistenza e alle fragilità dei rapporti umani, contribuisce a dare una voce musicale al tema centrale del racconto. La sua canzone riprende idealmente il senso del titolo, trasformando il rumore del cambiamento in una possibilità di ascolto e consapevolezza.

Non tutto il rumore è dissonanza, così come non ogni silenzio è pace. La differenza sta nella capacità di riconoscere ciò che si sta ascoltando e di distinguere, dentro il caos, una possibilità di armonia.

Gli intreccisi emotivi

Dopo Perfetti sconosciuti e FolleMente, il regista Paolo Genovese torna a una dimensione narrativa in cui l'intreccio e le rivelazioni progressive sono strumenti centrali per esplorare i comportamenti umani. Nel primo, il dispositivo del telefono trasformava la condivisione forzata dei segreti in un gioco sempre più crudele; nel secondo, il conflitto interiore prendeva forma attraverso una rappresentazione esplicita delle voci che abitano la mente.

Il rumore delle cose nuove si muove in un territorio diverso, ma conserva l'interesse per ciò che le persone nascondono dietro le proprie abitudini e per gli eventi capaci di far saltare gli equilibri. La curiosità diventa un elemento narrativo decisivo: conoscere qualcosa che non ci riguarda direttamente può innescare una catena di conseguenze imprevedibili, coinvolgendo persone che fino a quel momento si erano soltanto sfiorate.

Il regista dimostra ancora una volta di saper organizzare un racconto corale facendo dialogare tensione, sentimenti e colpi di scena. Il meccanismo, tuttavia, richiede un equilibrio delicato: quando ogni vicenda è chiamata a contribuire all'intreccio complessivo, c'è il rischio che i personaggi diventino ingranaggi di una costruzione narrativa troppo visibile.

La consapevolezza che dietro ogni segreto esiste una persona, con motivazioni che non sempre possono essere ricondotte a una formula.

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Nessuna morale, soltanto il rumore della vita

Il film non sembra interessato a consegnare allo spettatore una morale rassicurante, né a stabilire che ogni crisi debba necessariamente condurre a un lieto fine. Alcune ferite possono essere affrontate, altre lasciano conseguenze difficili da cancellare; certe verità restituiscono libertà, altre impongono di ricostruire da zero ciò che si credeva di conoscere. Anche il riconoscimento della paternità, come la decisione di denunciare una violenza, richiama la possibilità di cambiare traiettoria senza fingere che il passato non sia mai esistito.

È un'idea meno consolatoria di quella secondo cui basta avere coraggio per risolvere ogni problema, perché riconosce che le scelte giuste possono comportare costi, conflitti e nuove incertezze.

La vita, del resto, non procede secondo una successione ordinata di cause e conseguenze: mette in relazione persone che non si conoscono, produce coincidenze, moltiplica gli equivoci e costringe a rivedere continuamente le proprie convinzioni.

Il merito del racconto di Genovese sta nel ricordare che nessuno possiede una visione completa di ciò che accade, nemmeno quando è convinto di avere tutto sotto controllo. Il limite, quando l'intreccio insiste sulle svolte emotive, è che non ogni personaggio riesce a raggiungere la stessa profondità e non ogni conflitto trova lo spazio necessario per sedimentare.

Resta però la forza dell'immagine che sostiene il film: per continuare a vivere non bisogna necessariamente evitare le rotture, ma imparare a riconoscerne il significato. Perché a volte il rumore annuncia una perdita, altre volte una verità e altre ancora l'inizio di qualcosa che non sappiamo ancora nominare.

E forse non serve trovare una spiegazione per tutto: basta smettere di confondere la quiete con la felicità e seguire, anche nel disordine, il rumore della vita.

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