Mare Mosso, la recensione: Cimpanelli e Scarpetta nel noir delle anime perdute
Cinema
Introduzione
Presentato alle Giornate degli Autori, nella sezione Confronti dell'83ª Mostra del Cinema di Venezia, Mare Mosso segna il ritorno alla regia di Roberto Cimpanelli. Tratto dal suo romanzo omonimo edito da Marsilio, il film è un noir esistenziale ambientato a Ostia, tra stabilimenti abbandonati e locali malfamati. Protagonisti Eduardo Scarpetta, pianista dal talento sprecato, e Beatrice Fiorentini, giovane donna inseguita dal proprio passato. Un racconto di colpa, solitudine e desiderio di salvezza che preferisce le anime agli inseguimenti, trova la propria forza nelle atmosfere. Con Vasco Rossi a suggellare il finale. La recensione.
Quello che devi sapere
Mare Mosso, la recensione del film
«Spesso il male di vivere ho incontrato», scriveva Eugenio Montale negli Ossi di seppia, e chissà se Roberto Cimpanelli, quando parla della sua Daniela, pensa al rivo strozzato che gorgoglia o all'incartocciarsi della foglia riarsa. A Venezia, intervistato da chi scrive, l'ha detta così: Daniela «ha un male di vivere che non sa spiegarsi». Una diagnosi senza referto, che il regista ritrova negli amici dei suoi figli e, a ritroso, nella propria giovinezza prima del Sessantotto, quando i cantautori esistenzialisti davano voce a solitudini di cui nessuno sapeva ancora indicare l'origine. Quell'origine, aggiunge oggi, era il modello di vita nel quale si era immersi. Ed è da questa frase, più che dalla trama, che conviene entrare in Mare Mosso, il film con cui Cimpanelli torna dietro la macchina da presa a vent'anni da Baciami piccina, presentato alle Giornate degli Autori, nella sezione Confronti dell'83ª Mostra del Cinema di Venezia.
Mare Mosso, un noir che preferisce le anime agli inseguimenti
Sulla definizione il regista non transige: non thriller, ma noir. «Il noir, da Simenon in poi, parla di esistenze, di anime, di persone», ha spiegato nella nostra intervista alla Mostra del Cinema di Venezia. E la distinzione non è soltanto terminologica: determina il respiro del film, la sua andatura ostinatamente malinconica, il modo in cui i personaggi sembrano trascinarsi dietro i propri fantasmi anche quando avrebbero tutte le ragioni per mettersi a correre.
Daniela (Beatrice Fiorentini) lavora come barista al Pachanga, un locale malfamato di Ostia che appartiene ai Selci, la famiglia criminale più temuta del litorale. È una giovane donna lesbica, segnata dalla tossicodipendenza e da un passato che continua a imprigionarla. La sua bellezza non la protegge da nulla, tantomeno da sé stessa. Al pianoforte dello stesso locale siede Massimo (Eduardo Scarpetta), detto Mani d'Oro per un talento che meriterebbe ben altri palcoscenici. Una notte di dicembre Daniela assiste a qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, e da quel momento qualcuno si mette in cammino per eliminare entrambi.
Quel che segue è una convivenza forzata tra due custodi gelosi della propria solitudine, ciascuno con un passato che non passa. Cimpanelli rinuncia ai montaggi frenetici da videoclip e agli eccessi splatter, concedendo al genere il necessario tributo di sparatorie e omicidi, senza trasformarli nel centro del racconto.
Le ascendenze vanno cercate altrove: nei polar francesi, con i loro uomini soli e i loro codici d'onore fuori tempo massimo, soprattutto nel cinema di Jean-Pierre Melville, e in certe malinconie venate di cinismo che attraversano i film di Fernando Di Leo, dove anche il crimine ha il passo stanco di chi sa già come andrà a finire.
Il montaggio di Esmeralda Calabria asseconda questa scelta di tempo disteso. La suspense conta meno del dubbio che rode i personaggi, quello che il regista riassume in una domanda: «Ma come mi è successo questo?». La scelta funziona soprattutto quando il film lascia parlare i silenzi, gli sguardi e le esitazioni.
Ostia, il mare d'inverno e i fantasmi del cinema italiano
Ostia ha due stagioni: quella delle estati consumate sotto gli ombrelloni e quella, assai più lunga, dei fantasmi che restano quando i bagnanti se ne sono andati. La sua geografia cinematografica è inseparabile da una certa storia italiana. All'Idroscalo, nel novembre del 1975, fu ucciso Pier Paolo Pasolini. Sul litorale Claudio Caligari ambientò Amore tossico (1983) e, trent'anni dopo, Non essere cattivo (2015). Proprio ai perdenti di Caligari, sconfitti ma mai del tutto spenti, Daniela e Massimo sembrano lontanamente imparentati.
Cimpanelli arriva su quella spiaggia da un'altra porta, quella della memoria privata. Da bambino vi trascorreva i tre mesi canonici della piccola borghesia romana, mascotte dei bagnini che gli prestavano la canottiera rossa e lo facevano salire sul pattino di salvataggio. Quei bagnini, col tempo, sono diventati gestori e proprietari degli stabilimenti, e qualcuno ha costeggiato il confine dell'illecito.
L'Ostia di Mare Mosso è invece quella del disfacimento: stabilimenti chiusi, requisiti, disastrati, che la produzione ha faticato a trovare ancora in piedi. La fotografia di Maurizio Calvesi e la scenografia di Tonino Zera costruiscono un litorale gelido e fuori stagione, mentre il Pachanga resiste come un avamposto tutt'altro che virtuoso.
Il paesaggio non è soltanto uno sfondo, ma una condizione dell'anima. La spiaggia deserta, le strutture abbandonate, il mare che continua indifferente il proprio movimento diventano il riflesso di vite rimaste in sospeso, come se l'inverno avesse deciso di non terminare più. È soprattutto in questa corrispondenza tra luoghi e personaggi che il film trova una propria identità visiva, lontana tanto dalla cartolina nostalgica quanto dal compiacimento per il degrado.
Nessun santino, insomma, né per il luogo né per chi lo abita. «I cattivi, alla fine, siamo noi», dice il regista, includendo nel conto anche lo spettatore. Una provocazione che allontana il racconto dalla comoda divisione tra innocenti e colpevoli. A Ostia, almeno in questo film, l'innocenza è una moneta che nessuno sembra possedere abbastanza a lungo.
Eduardo Scarpetta e Beatrice Fiorentini, 2 solitudini e un pianoforte
Il film si apre con un'esecuzione. Un colpo di pistola, un omicidio che ha tutta l'aria di un regolamento di conti. Poi, quasi uno sberleffo, cambia la musica. Massimo, detto Mani d'Oro, suona e canta Happy Birthday per una certa Soraya, festeggiata in un locale dove sulla torta campeggia una decorazione fallica. Non esattamente un ricevimento dell'alta società. Poco dopo, però, le mani di Eduardo Scarpetta affrontano la Sonata n. 14 di Beethoven, quella che tutti chiamano Al chiaro di luna. Nello spazio di poche sequenze, Cimpanelli accosta la violenza, il grottesco e il sublime. Due mondi apparentemente inconciliabili: la volgarità chiassosa di una festa e la bellezza struggente di Beethoven. In mezzo, un pianista che avrebbe meritato altri palcoscenici e che invece suona per chi, probabilmente, non sa nemmeno ascoltarlo.
Scarpetta, che nel 2021 aveva già interpretato un pianista illustre vestendo i panni di Renato Carosone nel film televisivo Carosello Carosone, affida a Massimo una malinconia trattenuta, da musicista che suona per chi non ascolta. La sua recitazione lavora soprattutto in sottrazione: uno sguardo, una pausa, una frase lasciata a metà. Non cerca di rendere Mani d'Oro simpatico a ogni costo, ed è una scelta che giova al personaggio.
Accanto a lui Beatrice Fiorentini, romana, classe 2000, già vista nella serie Sky Un amore, affronta il ruolo più esposto e inquieto. Daniela potrebbe facilmente diventare una somma di etichette: la tossicodipendenza, l'emarginazione, l'autodistruzione. L'attrice cerca invece di restituirle una presenza fisica e una fragilità che non coincidono necessariamente con la debolezza. Il suo personaggio sembra oscillare continuamente tra il desiderio di scomparire e quello, quasi inconfessabile, di essere finalmente visto.
Per Daniela il regista racconta di aver incontrato almeno venticinque attrici, quattro o cinque delle quali bravissime. Poi è arrivata Fiorentini, con un istinto che Cimpanelli ha immediatamente riconosciuto. E quell'istinto si avverte soprattutto nei momenti in cui Daniela smette di difendersi dal mondo senza trovare, per questo, il coraggio di consegnarsi a qualcuno.
La relazione tra i due protagonisti costituisce il cuore più convincente del film. Non tanto per ciò che si dicono, quanto per quello che continuano a nascondersi. La loro vicinanza non cancella le rispettive solitudini, semmai le rende più visibili. Come due strumenti scordati che, per qualche istante, riescono a trovare un accordo.
Intorno a loro si muove una galleria di figure del litorale: Antonio Bannò interpreta Rutilio Selci, Pierluigi Gigante è Diego Sorrentino, Rosa Diletta Rossi veste i panni di Aurora, Eva Cela quelli di Lorella, mentre Andrea Sartoretti compare nel ruolo di Angeletti. Nel cast figurano anche Federico Majorana e Romano Talevi, quest'ultimo nei panni di Pironte.
Dal romanzo Mare Mosso al film: il ritorno di Roberto Cimpanelli
Mare Mosso nasce come romanzo pubblicato da Marsilio, nell'ambito di quella che l'autore definisce la trilogia del grande buio. La sceneggiatura arriva dopo, su impulso del figlio Francesco, oggi alla guida della società di famiglia.
Sulla pagina il passato dei personaggi aveva tutto lo spazio che voleva. Sullo schermo deve essere sintetizzato, e a tratti si avverte la compressione di una materia nata per respirare più a lungo. È il prezzo della fedeltà al testo originario, che Cimpanelli paga senza fingere che non esista.
Il passaggio dal romanzo al film lascia così emergere la volontà di raccontare un mondo intero e la necessità di concentrarsi su due destini. Quando prevalgono Daniela e Massimo, il racconto acquista intensità. Del resto Cimpanelli non è un esordiente in cerca di conferme. Il suo debutto, Un inverno freddo freddo (1996), gli valse il Nastro d'Argento come miglior regista esordiente. Con la sua Life International ha portato in Italia film come Sesso, bugie e videotape e Balla coi lupi, e da produttore ha accompagnato Paolo Virzì all'esordio con La bella vita.
Poi, racconta, sono arrivati i grandi gruppi televisivi, è cambiato il mercato e lui è tornato a suonare il sassofono con dei vecchi ragazzi come lui. Il noir, per sua ammissione, è un cavallo di Troia: un'esca per far leggere, e guardare, qualcosa di più consistente.
In questo senso Mare Mosso è anche un film ostinatamente e coraggiosamente lontano da mode e algoritmi, ed è un bene . Rifiuta l'efficienza narrativa, sovente corriva, di certo cinema di genere contemporaneo e rivendica il diritto di soffermarsi sulle esistenze. Una scelta coerente e personale. E in un panorama cinematografico spesso affollato di prodotti che sembrano temere qualsiasi esitazione, anche il diritto all'imperfezione può diventare una forma di resistenza.
Da Fred Bongusto a Vasco Rossi: la musica di Mare Mosso
Un film su un pianista non poteva trattare la musica come tappezzeria. La colonna sonora porta la firma di Claudio Cimpanelli, fratello del regista, compositore e direttore d'orchestra che, a sentire Roberto, detesta scrivere per il cinema ma sa estrarre in pochi minuti temi di presa immediata, avendo per nume tutelare Nino Rota.
Accanto ai brani romantici e a Una rotonda sul mare di Fred Bongusto, che restituisce al litorale la sua stagione di balere e juke-box, compaiono distorsioni ed echi elettronici, come interferenze di un presente che stride.
È una partitura costruita sul contrasto: da una parte la nostalgia di un tempo nel quale perfino la malinconia sembrava avere una melodia riconoscibile, dall'altra i rumori di un mondo che ha perso la capacità di accordarsi. E il pianoforte di Massimo diventa qualcosa di più di un dettaglio biografico. È il luogo nel quale un uomo incapace di governare la propria vita riesce ancora, almeno per pochi minuti, a mettere ordine nelle note.
Il congedo è affidato a Ogni volta di Vasco Rossi. In origine la scelta era caduta su Vivere, che Cimpanelli considerava perfetta per Daniela. Poi, a contratti quasi chiusi, la produzione è stata avvertita che quel brano sarebbe diventato il segno distintivo del tour del cantautore.
Il ripiego si è rivelato tutt'altro che un ripiego, perché le parole di Vasco, dice il regista, «non sono semplici storie d'amore, volano più alto».
Ed è una considerazione che il finale del film sembra confermare. Perché Ogni volta non si limita a commentare ciò che vediamo, ma lo attraversa, trasformando il racconto di due esistenze smarrite in una riflessione più ampia sull'assenza, sulla memoria e sull'impossibilità di liberarsi completamente di qualcuno. La musica non offre una spiegazione. Semmai rende ancora più struggente ciò che resta senza risposta.
La bellezza come ultima illusione
Resta da dire che cosa inseguano, senza saperlo, Daniela e Massimo. Le note di regia lo dichiarano con una maiuscola: la Bellezza, l'unica illusione che i due riescono a intravedere tra le menzogne del presente, oltre la ferocia di un mondo che va in pezzi.
Un amore impossibile, lo chiama Cimpanelli, e il film ha l'onestà di non trasformarlo in un lieto fine di convenienza. Eppure non rinuncia del tutto al romanticismo: lo cerca proprio là dove sembrerebbe non esserci più posto, tra vite compromesse, colpe mai cancellate e un mare che non promette alcuna purificazione.
È qui che si misura anche il valore di Mare Mosso. Il film funziona perché non vuole spiegare il destino dei suoi personaggi, ma li osserva mentre tentano, disperatamente, di sottrarsi a esso.
Torna allora utile Montale, che al male di vivere non oppose alcun rimedio se non il prodigio della divina Indifferenza. Cimpanelli, più romantico del poeta, al male di vivere oppone la bellezza come rimpianto: non una salvezza, piuttosto la nostalgia di una salvezza.
Ed è proprio nel finale, sul mare di Ostia, che Mare Mosso trova forse la sua immagine più potente e dolente. Un primissimo piano di Daniela a bordo di una barca. Il volto di Beatrice Fiorentini occupa lo schermo, mentre sulle immagini arrivano le note di Ogni volta di Vasco Rossi: «E ogni volta che viene giorno». La canzone continua a evocare i ritorni, gli errori, i risvegli, la sensazione di avere ancora vicino qualcuno che forse non c'è più. Le parole sembrano cercare ciò che il volto di Daniela non riesce, o non vuole, esprimere.
È un momento nel quale musica e immagine si incontrano senza bisogno di spiegarsi. Il mare non cancella le colpe, non restituisce il tempo, non promette approdi. E tuttavia, in quel primissimo piano, c'è qualcosa che resiste alla disperazione: forse un desiderio, forse un ricordo, forse soltanto l'ostinazione di continuare a vivere. La bellezza, per un istante, ha il volto inconsolabile di una donna. E il cinema, finalmente, non ha più bisogno di parole.
Se fosse un cocktail
Se Mare Mosso fosse un cocktail sarebbe un Pachanga d'inverno, da servire a fine serata, quando il pianista attacca l'ultimo pezzo e i Selci hanno già lasciato il locale. In un mixing glass con ghiaccio si versano 4 cl di gin secco, 2 cl di vermouth bianco, 1 cl di liquore al finocchietto selvatico e due gocce di soluzione salina, per ricordare il mare. Si mescola a lungo, con la pazienza di chi aspetta qualcuno che forse non arriverà, e si filtra in una coppetta ghiacciata. Una scorza di limone spremuta sopra e poi lasciata cadere sul fondo, come una moneta gettata in acqua. Il primo sorso è morbido, quasi romantico; il sale arriva dopo, e non se ne va più.