Lo speciale sulla Mostra del Cinema di Venezia
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Oasis: Don’t Look Back In Anger su Disney+, la recensione: il rock e l’arte del perdono

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Dal 9 ottobre Oasis: Don’t Look Back In Anger è su Disney+ con immagini inedite e quattro esibizioni integrali disponibili come contenuti extra. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e uscito anche in IMAX, il documentario di Dylan Southern e Will Lovelace, ideato da Steven Knight, segue Liam e Noel Gallagher nel tour della reunion Oasis Live ’25. Ma tra parka, cori da stadio e battute degne di due fratelli che hanno passato quindici anni a non parlarsi, il film trova qualcosa di meno scontato della nostalgia. E mentre Liam e Noel ritrovano la strada per stare insieme, il pubblico diventa protagonista di qualcosa che va ben oltre un concerto. La recensione di una storia di musica, rancore e perdono.

Quello che devi sapere

Oasis: Don’t Look Back In Anger su Disney+: recensione

Si può mettere una folla sterminata tra due fratelli e scoprire che è proprio quella folla ad averli riavvicinati. È uno dei paradossi più emozionanti di Oasis: Don’t Look Back In Anger, il documentario dedicato alla reunion di Liam e Noel Gallagher, disponibile dal 9 ottobre 2026 in streaming in esclusiva su Disney+, dopo l'anteprima mondiale Fuori Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e l'uscita nelle sale italiane del 10 settembre, anche in IMAX.

Diretto da Dylan Southern e Will Lovelace, scritto e ideato da Steven Knight, creatore di Peaky Blinders, il film racconta il tour Oasis Live ’25 e arriva sulla piattaforma accompagnato da immagini inedite e quattro esibizioni integrali disponibili come contenuti extra. Centoventidue minuti per raccontare due fratelli che per quindici anni si sono voltati le spalle e un pubblico oceanico che, forse, ha contribuito a farli guardare nuovamente nella stessa direzione. Un film che parla di Oasis, certo, ma soprattutto di riconciliazione. E, parola dei suoi autori, di perdono.

Oasis: Orfeo e l’arte di non voltarsi indietro

Non guardarti indietro». Fu la condizione imposta a Orfeo, il musico per antonomasia, mentre riconduceva Euridice dal regno dei morti. Lui si voltò, e la perdette per sempre. Sicché, quando due fratelli di Manchester affidano a Don’t Look Back In Anger la cronaca della propria riconciliazione, l'ammonimento orfico diventa quasi un programma poetico.

Il bello è che il film si apre con Noel Gallagher che si dichiara incapace di perdonare e si chiude, invece, con un invito a farlo: perdonare gli altri, la vita e, impresa assai più complicata, noi stessi. In mezzo ci sono quindici anni di rancore, silenzi, frecciate, porte sbattute e una massa sterminata di persone che ha finito per assumere il ruolo del paciere.

È questo il piccolo miracolo laico che Oasis: Don’t Look Back In Anger mette in scena: la musica come sacramento della riconciliazione. E non serve conoscere a memoria ogni lato B, ogni bootleg, ogni scazzo dei Gallagher. Il film può emozionare anche chi degli Oasis mastica sì e no un paio di ritornelli, perché sotto il parka e dietro il muro di chitarre racconta qualcosa di terribilmente comune: quanto sia difficile smettere di avere ragione per ricominciare ad avere un fratello.

Southern e Lovelace hanno l'intelligenza di non trasformare questa intuizione in una predica. Lasciano che siano i corpi, gli sguardi, le pause e soprattutto le canzoni a raccontare ciò che le parole, per anni, non erano riuscite nemmeno a sfiorare.

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Oasis su Disney+: Wonderwall, Slide Away e le immagini inedite

Dopo il red carpet del Lido e il passaggio sul grande schermo, il viaggio dei Gallagher cambia ancora una volta palcoscenico. Dal 9 ottobre Oasis: Don’t Look Back In Anger, film originale Hulu di produzione britannica, è in streaming in esclusiva su Disney+. E ci arriva con il passo del campione: secondo i dati Rentrak/comscore diffusi dalla piattaforma, è il documentario con il maggiore incasso dell'anno al box office di Regno Unito e Irlanda, dove si colloca al quarto posto tra i documentari di maggior successo di sempre.

Persino i numeri, stavolta, cantano in coro: al momento del lancio in streaming, il film vanta il 97% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, con il relativo giudizio «Fresh», e un Audience Score del 98%.

La sorpresa, però, sta soprattutto in ciò che il grande schermo non aveva mostrato. Su Disney+ il documentario è accompagnato da contenuti aggiuntivi esclusivi, tra cui altro materiale tratto dall'intervista congiunta a Liam e Noel e le esibizioni integrali di Wonderwall, Slide Away, D’You Know What I Mean? e Half The World Away.

Non si tratta dunque di un nuovo montaggio del film, ma di un supplemento di memoria musicale. Una sorta di bis sentimentale, verrebbe da dire. Quello che i concerti concedono soltanto a chi resta in platea fino all'ultimo accordo, quando le luci si riaccendono e nessuno ha ancora voglia di tornare a casa.

E non è un caso che fra i quattro brani compaia Half The World Away, la canzone che il pubblico britannico conosce a memoria anche come sigla della sitcom The Royle Family. È la ballata di chi sogna di andarsene lontano e intanto resta seduto sul divano di casa. Ascoltarla oggi suona quasi come una confessione: dopo avere girato mezzo mondo, i Gallagher sono tornati esattamente dove avevano cominciato. L'uno accanto all'altro.

Cambia il luogo della visione, dalla monumentalità dell'IMAX all'intimità domestica dello streaming, ma non cambia la natura del racconto. Anzi, forse sul divano, a pochi centimetri dalle persone con cui condividiamo la vita e talvolta i silenzi, questa storia di fratellanza ritrovata acquista una risonanza ancora più privata.

Oasis: Don't Look Back in Anger

Parigi 2009 e i fratelli coltelli: da Caino e Abele alla pace

Per misurare la portata del ritorno bisogna prima tornare alla frattura. Venerdì 28 agosto 2009: gli Oasis stanno per salire sul palco del festival Rock en Seine, a Parigi, quando nei camerini l'ennesima lite manda tutto all'aria. Il concerto viene cancellato, con esso la tournée e, di fatto, la band. Liam e Noel smettono di parlarsi per quindici anni, consumando la loro guerra fredda a colpi di interviste, battute e frecciate.

Fratelli coltelli, verrebbe da dire. La riedizione in chiave Britpop di un archetipo antico quanto il mito: Caino e Abele, Romolo e Remo, i fratelli-nemici condannati a contendersi ciò che non si può davvero dividere. Solo che qui, per una volta, la Storia decide di riscrivere il finale. Nessuno fonda Roma dopo avere ucciso l'altro. Al massimo si torna insieme sul palco e si attacca con le chitarre.

È una differenza non da poco. Perché le rivalità fraterne sono state, da sempre, materia privilegiata della tragedia. Gli Oasis, invece, ne ricavano qualcosa che assomiglia a una commedia umana, con un lieto fine che nessuno avrebbe osato scrivere senza temere di risultare troppo ottimista.

E se la riconciliazione non cancella gli anni perduti, almeno concede loro un altro significato. Il passato resta. Semplicemente, smette di essere l'unico padrone del futuro.

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Oasis Live ’25: parka, bucket hat e fan trasformati in ultras

Quando nell'agosto 2024 viene annunciato il tour della reunion, internet va letteralmente in tilt. Oasis Live ’25 parte da Cardiff, dove Southern e Lovelace raccontano di avere compreso qualcosa di essenziale: il vero membro aggiunto della band è il pubblico.

Il tour attraversa il pianeta fino a San Paolo e il documentario distilla dodici concerti tenuti in tre continenti. Quello che ne emerge è un trionfo dell'iconografia mancuniana: parka, cappelli da pescatore, cori da stadio, braccia alzate, birra, lacrime e fan che si muovono come ultras.

C'è perfino il rito del Poznań, con le schiene rivolte al palco, le braccia allacciate e i salti all'unisono. E compare persino un cartonato di Pep Guardiola con la sciarpa del Manchester City. Perché a Manchester il calcio, esattamente come il rock, non è mai soltanto un gioco. È un'appartenenza, una geografia sentimentale, talvolta persino una forma di superstizione.

D'altronde gli Oasis, già ai tempi di Knebworth, con circa 250 mila persone in due sere nel 1996, avevano trasformato il concerto in una liturgia collettiva. Qui il rito si ripete su scala planetaria, con milioni di voci che cantano Wonderwall, Champagne Supernova, Live Forever e naturalmente Don’t Look Back In Anger. E con Liam e Noel che concedono la loro prima intervista congiunta dopo più di vent'anni.

Non è soltanto nostalgia. O almeno non quella nostalgia impolverata che espone il passato sotto una teca. Le canzoni tornano a circolare, a cambiare proprietario, a passare dai quarantenni e cinquantenni che c'erano allora ai ragazzi che allora non erano neppure nati.

Il tempo, per una volta, non divora: restituisce.

E il cinema riesce a catturare qualcosa di più di un fenomeno musicale. Registra il momento in cui una memoria privata diventa esperienza collettiva e una folla, anziché limitarsi ad assistere allo spettacolo, finisce per esserne parte integrante.

Oasis: Don't Look Back in Anger

Un documentario pensato per l'IMAX, con il suono dei premi Oscar

Dylan Southern e Will Lovelace, che nel 2010 avevano firmato No Distance Left to Run sui Blur — ironia della sorte, gli eterni rivali dei Gallagher ai tempi della guerra del Britpop — affrontano la materia con l'umiltà del documentarista e l'ambizione del cineasta.

Per non contaminare i primi e delicatissimi momenti dei Gallagher nuovamente insieme, disseminano la sala prove del The Mill di Londra di una dozzina di cineprese comandate a distanza. Liam, Noel e gli altri possono così muoversi senza avvertire la presenza fisica di una troupe: osservazione senza interferenza.

È una scelta che rivela qualcosa di essenziale sul metodo dei due registi. Dopo quindici anni di lontananza, filmare il primo riavvicinamento dei Gallagher significa muoversi su un terreno fragile. Basta una presenza ingombrante, una macchina da presa troppo vicina, e il gesto spontaneo rischia di trasformarsi in una posa.

Sul palco il principio cambia. Qui servono occhi capaci di trasformare il concerto in cinema e non in semplice documentazione. Accanto al direttore della fotografia Haris Zambarloukos (Belfast, Beetlejuice Beetlejuice) vengono coinvolti professionisti come Lol Crawley, premio Oscar per la fotografia di The Brutalist, e James Laxton, candidato all'Oscar per Moonlight.

La consegna è tanto semplice quanto intelligente: filmare il concerto come lo vivono loro. Restituire non soltanto ciò che accade davanti agli obiettivi, ma la sensazione fisica di trovarsi dentro un evento irripetibile.

Parimenti curato è il suono, affidato a due professionisti premiati con l'Oscar: James Mather (Top Gun: Maverick, Belfast) e Tarn Willers (La zona d'interesse). Perché un concerto, in sala come sul divano di casa, si giudica prima di tutto con le orecchie. E perché nel cinema musicale il suono non accompagna semplicemente l'immagine: la attraversa, la modella, qualche volta la travolge.

Girato pensando alla spettacolarità dell'IMAX, con un numero di cineprese che può oscillare da tre a diciotto per serata, Oasis: Don’t Look Back In Anger cerca così continuamente di spezzare la gerarchia tradizionale tra palco e platea.

Liam e Noel sono le star, naturalmente. Ma il vero, insospettabile protagonista è la folla.

Perché ciò che interessa al film non è soltanto mostrare chi canta, bensì interrogarsi su chi ascolta.

Ed è proprio in questo rovesciamento di prospettiva che il documentario smette di essere un oggetto destinato esclusivamente ai fan e acquista un respiro cinematografico più ampio.

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Manchester, working class e radici irlandesi: l’identità Oasis

Il documentario diventa allora anche l'atlante sentimentale di un'identità. Manchester non è semplicemente una città: è quasi una categoria dello spirito. L'orgoglio working class sembra una religione, le radici irlandesi dei Gallagher convivono con una fanbase che ormai va dall'Argentina alla Corea del Sud, e la dimensione locale si trasforma in linguaggio universale senza perdere l'accento.

È una geografia fatta di fabbriche, stadi, pub, periferie e canzoni che hanno imparato a viaggiare molto più lontano dei luoghi da cui sono nate. Una mitologia popolare che non ha bisogno di cancellare le proprie origini per diventare internazionale.

Dentro questo album di famiglia entra naturalmente Bonehead, al secolo Paul Arthurs, chitarrista ritmico e membro fondatore degli Oasis, figura così amata che una fan brasiliana racconta di avere battezzato il proprio cane con il suo soprannome. E in un film dove si ride molto, inevitabilmente arriva anche il momento della commozione.

Oasis: Don’t Look Back In Anger rende omaggio a Mani, Gary Mounfield, storico bassista degli Stone Roses e poi dei Primal Scream, scomparso a 63 anni il 20 novembre 2025. Non è un tributo di circostanza: furono proprio gli Stone Roses ad accendere nei Gallagher il sogno di mettere in piedi una band. Liam lo aveva salutato definendolo un eroe.

In un film dedicato a chi torna, la presenza di chi non può più tornare pesa forse ancora di più.

La memoria del rock è fatta anche di queste assenze. Di persone che continuano a vivere nelle canzoni, negli accordi, nei gesti di chi è rimasto. E di amicizie che sopravvivono persino quando chi le ha rese possibili non può più raccontarle.

Padri e figli: il perdono e il potere della musica

Concerto dopo concerto, la cinepresa cerca sempre più spesso i volti di chi sta dall'altra parte del palco. Ragazzi sotto i trent'anni che piangono di gioia, padri e figli, madri e figlie. Quelle canzoni sono passate di generazione in generazione come un testimone affettivo, un ponte gettato tra persone che, magari, nella vita quotidiana non sanno sempre parlarsi.

E così vedere Liam e Noel entrare in scena tenendosi per mano smette di essere soltanto la fotografia della pace tra due rockstar e assume il valore di un'immagine-simbolo. Una riconciliazione che trascende la band.

Perché il vero tema, ça va sans dire, è il perdono. E il potere curativo della musica. Non nel senso ingenuo che una canzone possa sistemare ciò che la vita ha complicato, ma in quello, assai più credibile, che talvolta possa aprire uno spiraglio là dove le parole hanno fallito.

Per fortuna, però, il film non diventa mai lacrimoso. Sa ridere di se stesso e soprattutto dell'età che avanza. Noel ricorda che un tempo poteva bere Guinness per tutta la notte e andare a letto alle quattro. Ora, ammette, non ce la farebbe più. Liam, implacabile, lo corregge: alle 3:55.

Cinque minuti. È tutta lì la differenza tra giovinezza e maturità secondo i Gallagher.

E forse è anche una delle intuizioni più divertenti del documentario: si può cambiare senza diventare completamente qualcun altro. Si può crescere senza smettere di essere ciò che si è stati.

In fondo, sembra suggerire il film, non è poi così importante scoprire se tutto abbia un senso: conta vivere, lavorare, amare. E se una sera si esagera, pazienza. Domani è un altro giorno, da aprire con Wonderwall o da chiudere con Champagne Supernova.

È questa la singolare eleganza dei Gallagher: riuscire a pronunciare qualcosa di profondamente umano senza rinunciare a una battuta da pub, a una provocazione o a quel sarcasmo che, nel loro caso, sembra essere contemporaneamente una forma di difesa e una dichiarazione d'affetto.

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Se Oasis: Don’t Look Back In Anger fosse un cocktail

Se Oasis: Don’t Look Back In Anger fosse un cocktail sarebbe il Live Forever, ovvero un Black Velvet riveduto in salsa mancuniana.

Guinness ghiacciata, per le radici irlandesi e le notti che una volta terminavano alle quattro. Champagne freddo, per la supernova e il glamour da stadio. Una lacrima di crème de cassis, per il cielo viola di Manchester dopo la pioggia. Una scorza di limone a pulire il finale.

Si versa in un flute alto come un inno, senza mescolare.

Perché i due mondi — quello operaio e quello stellare, la stout e le bollicine, Manchester e il resto del pianeta — devono sfiorarsi senza confondersi. Esattamente come due fratelli che, dopo quindici anni, riescono finalmente a stare sullo stesso palco.

Non è un cocktail per chi pretende che ogni ingrediente rinunci alla propria identità. La Guinness resta Guinness, lo Champagne non smette di essere Champagne. L'equilibrio nasce proprio dalla loro improbabile convivenza.

Si beve guardando avanti, mai indietro.

E se una sera si esagera, poco male: domani è un altro giorno.

Magari da cominciare alle 3:55.

Il giudizio sul film

Alla fine del viaggio, quando il rancore sembra essersi sciolto come ghiaccio nel bicchiere, Oasis: Don’t Look Back In Anger si rivela per quello che è davvero: non un semplice concerto filmato, ma un'omelia laica sul perdono e sulla riconciliazione.

Southern e Lovelace riescono a coniugare l'energia fisica del cinema musicale con una dimensione intima che raramente trova spazio nei documentari dedicati alle grandi rockstar. La spettacolarità delle immagini, l'intelligenza del montaggio e la centralità concessa agli spettatori impediscono al film di ridursi a un esercizio nostalgico o a un monumento celebrativo.

Certo, l'adesione emotiva al ritorno degli Oasis è evidente e il documentario non sembra particolarmente interessato a contraddire il mito dei Gallagher. Ma la scelta di mettere in primo piano il pubblico, anziché limitarsi all'agiografia dei protagonisti, gli consente di trovare una prospettiva personale e spesso commovente.

È un film che parla a chiunque abbia avuto un fratello, un padre, una madre, un figlio o anche soltanto una canzone capace di pronunciare quello che noi non riuscivamo a dire.

Noel entra in scena quasi giurando di non sapere perdonare e ne esce accanto al fratello, mentre il film sembra suggerire che il perdono non sia affatto una resa. È forse la forma più difficile di vittoria: smettere di usare il passato come un'arma.

E rivederlo su Disney+, magari con chi ci siede accanto sul divano, ne amplifica il senso. Certi film si guardano meglio in compagnia di qualcuno a cui, prima o poi, dovremo chiedere scusa. La possibilità di ritrovare i Gallagher anche attraverso le immagini inedite e le esibizioni integrali aggiuntive prolunga il piacere della visione, senza sostituirsi alla forza del racconto cinematografico.

Orfeo, stavolta, non si volta.

E in un'epoca in cui i rancori vengono esibiti come medaglie, la lezione vale più di mille cori da stadio: non guardare indietro con rabbia.

Al massimo, guarda avanti.

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La scheda

Titolo: Oasis: Don’t Look Back In Anger

Regia: Dylan Southern, Will Lovelace

Sceneggiatura e ideazione: Steven Knight

Con: Liam Gallagher, Noel Gallagher, Paul "Bonehead" Arthurs, Gem Archer, Andy Bell, Joey Waronker, Christian Madden

Fotografia: Haris Zambarloukos

Montaggio: George Cragg, Martina Zamolo

Suono: James Mather, Tarn Willers

Musiche: Zebedee C. Budworth

Produttori: Sam Bridger, Guy Heeley

Produttori esecutivi: Kate Shepherd, Marisa Clifford, Davud Karbassioun, Rob Stringer, Tom Mackay, Krista Wegener, Thomas Benski, Isabel Davis, Tim O'Shea

Produzione: Magna Studios; presentato da Sony Music Vision in collaborazione con Sony Music Entertainment UK

Paese: Regno Unito

Anno: 2026

Genere: documentario musicale

Durata: 122 minuti

Presentazione: anteprima mondiale nella sezione Venice Open – Fuori Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

Uscita nelle sale italiane: 10 settembre 2026, anche in IMAX

Streaming: dal 9 ottobre 2026 in esclusiva su Disney+, con contenuti extra comprendenti immagini inedite, materiale aggiuntivo dell'intervista congiunta ai Gallagher e le esibizioni integrali di Wonderwall, Slide Away, D’You Know What I Mean? e Half The World Away.

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