L'appuntamento, il corto verticale di Alessia Santini e Tommaso Fagioli. La recensione

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

ritto e interpretato da Alessia Santini per la regia di Tommaso Fagioli, L'appuntamento è un cortometraggio verticale autoprodotto, selezionato al Vertical Movie Festival 2026. Una donna in rosso, novella Gradiva, attraversa il Cretto di Burri, Gibellina e Marettimo con una lettera d'amore che non spedirà mai, fino a deporla su una lapide. Tra Ornella Vanoni e la ballata Macabro dei Dead Horses, un rito laico di congedo dalla ricchezza frugale, dove scrittura, paesaggio e memoria si fanno cinema e desiderio vivo

Al Museo Chiaramonti, nei Musei Vaticani, una fanciulla di pietra solleva il tallone del piede posteriore da quasi duemila anni e non ha ancora finito il suo passo. Wilhelm Jensen la chiamò Gradiva, colei che avanza, e nel 1903 le dedicò un romanzo breve in cui un giovane archeologo, Norbert Hanold, si convince di rivederla viva tra le rovine di Pompei; pochi anni più tardi Sigmund Freud ne fece materia per Il delirio e i sogni nella «Gradiva» di W. Jensen, scoprendo che quel fantasma sepolto sotto la cenere era soltanto una ragazza in carne e ossa, rimossa e poi ritrovata. Il delirio, per Freud, altro non era che un modo tortuoso di ricordare (e di amare, aggiungerebbero i poeti, che sono sempre arrivati prima).

Da quella pietra, per vie traverse, discende anche la protagonista di L'appuntamento, cortometraggio verticale autoprodotto scritto e interpretato da Alessia Santini e diretto da Tommaso Fagioli: una Gradiva contemporanea vestita di rosso che, invece di Pompei, attraversa un'altra città sepolta, Gibellina, e un'isola che sembra stare in capo al mondo, Marettimo. Anche lei avanza, anche lei insegue un fantasma; con la differenza, non piccola, che non cerca di riportarlo in vita ma di dargli finalmente sepoltura.

Una lettera che nessuno leggerà

Le lettere mai lette hanno una lunga tradizione, e quasi sempre un destinatario distratto. Nella Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig, divenuta nel 1948 Lettera da una sconosciuta di Max Ophüls, una donna scrive all'uomo che ha amato per tutta la vita senza esserne mai riconosciuta, e la lettera gli arriva quando lei non c'è più.

L'appuntamento rovescia anche questo schema, giacché qui la lettera non arriverà affatto, ed è proprio questo il suo senso. Una donna registra un messaggio vocale per un amore finito – una lettera affidata alla voce, più che all'inchiostro – e mentre parla il presente si sfalda in frammenti di memoria: nella deriva allucinatoria provocata da una pianta riaffiorano un volto, delle mani, una carezza in controluce, il corpo dell'altro (Alberto Bucco) ridotto a dettaglio, come accade ai ricordi quando si consumano a forza di essere ripensati.

Alessia Santini, la penna e il volto

Il monologo porta la firma della stessa Santini, ed è la prima sorpresa del film. Non la consueta voce fuori campo che spiega le immagini, ma una prosa lirica con la cadenza di una preghiera laica e il lessico di un naufragio, capace di tenere insieme il mare e le macerie, le branchie e le pallottole, il grembo e la tomba. Si apre con l'immagine della vita come la scia di una barca in viaggio, e con quel «nasciamo salpando in bianca speranza» che contiene già tutto il film: la partenza, il bianco, il mare che cancella ogni disegno. Poi la voce si fa più aspra, si dice «aliena in terra aliena», ricorda un labirinto costruito su promesse bruciate, ammette che «la natura, crudele, non mi ha salvata». Sono frasi che reggerebbero la pagina anche senza le immagini; qui, invece, sono le immagini a reggerle e a moltiplicarle.

Poi c'è l'attrice. Santini porta quasi da sola il peso di ogni inquadratura, e lo fa con un'economia di gesti rara: lo sguardo fermo sotto i capelli scompigliati dal vento, la postura di chi stringe al petto un mazzo d'erbe secche come fosse un'arma o un neonato, la grazia quasi coreografica con cui attraversa uno spazio vuoto. Recita per sottrazione, alla maniera di Monica Vitti nell'Avventura di Antonioni, che proprio su un'isola siciliana cercava qualcuno svanito nel nulla; e quando la voce si incrina, non lo fa mai per eccesso. Persino la canzone, canticchiata a mezza voce, diventa recitazione: non un'esibizione, ma un pensiero che sfugge dalle labbra.

Una ricchezza frugale

L'appuntamento è un film autoprodotto, e si vede, nel senso più nobile del termine. Due interpreti, una manciata di luoghi, la luce che la Sicilia regala a chiunque si alzi abbastanza presto; nessun artificio, nessuna scenografia che non sia già lì, scolpita dal vento o dal terremoto. È una ricchezza frugale che ha un precedente illustre proprio nei luoghi del film.

Alberto Burri, prima di stendere il cemento sulle macerie di Gibellina Vecchia, aveva fatto dei sacchi di juta, delle plastiche bruciate e dei legni combusti la materia di un'arte altissima, dimostrando che la povertà dei mezzi può essere una forma di lusso. Santini e Fagioli applicano lo stesso principio al cinema: con poco ottengono un oggetto prezioso, in cui ogni inquadratura sembra scelta e nessuna sembra subita

Il formato verticale come una lapide

Nel 1930, invitato a Hollywood a parlare davanti ai tecnici dell'Academy, Sergej Ėjzenštejn pronunciò una conferenza poi passata alla storia come The Dynamic Square, in cui difendeva il formato quadrato perché capace di accogliere, accanto all'orizzonte, anche la verticalità. Quasi un secolo dopo, per paradosso, gli hanno dato ragione gli smartphone.

Girato interamente in 9:16, L'appuntamento prende il formato delle storie che scorrono e svaniscono in ventiquattr'ore e lo piega a un uso opposto, la contemplazione. Fagioli, artista multidisciplinare con un dottorato in filosofia e docente di Culture Digitali alla RUFA (Rome University of Fine Arts), conosce bene la grammatica del telefono e proprio per questo la tradisce.

L'inquadratura verticale, che di solito serve a contenere un volto che parla, qui si fa soglia, colonna, pagina di lettera; e nel finale, inevitabilmente, lapide. Il corpo in piedi è la figura che il 9:16 accoglie con più naturalezza, sicché la camminata della protagonista diventa il vero soggetto del film, esattamente come il passo della Gradiva era il vero soggetto del bassorilievo.

Non stupisce che il corto sia stato selezionato nella sezione Vertical Open del Vertical Movie Festival 2026 e proiettato alla Casa del Cinema di Roma.

Dal Cretto di Burri a Marettimo

La geografia del corto è una geografia della ferita. Gibellina, rasa al suolo dal terremoto del Belice nel gennaio 1968, è stata ricostruita altrove; e sulle macerie della città vecchia Burri ha steso il Cretto, un sudario di cemento bianco che ricalca il tracciato delle antiche strade, avviato a metà degli anni Ottanta e completato nel 2015, a cent'anni dalla nascita dell'artista.

Camminare dentro quelle fenditure significa percorrere vie che non portano più a nessuna casa: un labirinto, appunto, che il monologo evoca senza mai nominarlo. Nell'immagine in cui la protagonista, in nero, si sporge oltre un muro di cemento verso un orizzonte lattiginoso, la Sicilia sembra un pianeta disabitato.

Poi c'è la Chiesa Madre di Ludovico Quaroni e Luisa Anversa, con la sua grande sfera bianca, architettura simbolo della Gibellina nuova; e c'è Marettimo, la più lontana delle Egadi, con il vento che spettina e la costa spinosa da cui la voce dice di guardare il volto amato fatto a pezzi dallo scirocco.

Coincidenza non trascurabile: Gibellina è nel 2026 la prima Capitale italiana dell'arte contemporanea, con un programma intitolato Portami il futuro. Titolo che al corto di Santini e Fagioli calza come un guanto, perché anche qui, dalle macerie, si prova a ricavare un domani.

Il rosso del lutto

Resta il colore. Il rosso dell'abito, delle labbra, del foglio, della locandina; il rosso che la voce rivendica come «forza del lutto», contro ogni convenzione che il lutto lo vorrebbe nero.

Il cinema ci ha insegnato a diffidare di quel colore quando compare accanto a un dolore: basti pensare all'impermeabile rosso di A Venezia... un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg, dove il lutto per una figlia annegata si trasforma in visione e la visione in trappola. Santini compie il percorso inverso.

Il rosso non è il segnale del pericolo ma della sopravvivenza, l'abito di chi attraversa un cimitero ancora viva, sotto lo sguardo degli altri, e accetta di esserne giudicata. Nell'inquadratura dall'alto lei è una macchia scarlatta in un viale di lapidi, una nota sola dentro un accordo grigio.

Parimenti, quando il monologo arriva a dire «adesso per sempre non esisto», la frase non suona come una resa ma come un congedo: la dissolvenza necessaria perché qualcos'altro cominci. Tant'è che il gesto finale non è un invio ma un deposito: la donna lascia la lettera su una lapide, convinta che «i morti hanno diritto alla loro sepoltura fuori da noi». Frase che da sola varrebbe un trattato sull'elaborazione del lutto, e che il dottor Freud avrebbe forse sottolineato due volte.

Da Ornella Vanoni ai Dead Horses

La colonna sonora è il secondo racconto del film. In sottofondo scorre L'appuntamento di Ornella Vanoni, la versione italiana firmata da Bruno Lauzi di Sentado à beira do caminho di Erasmo e Roberto Carlos, con cui nel 1970 la cantante milanese vinse la Gondola d'oro alla Mostra internazionale di musica leggera di Venezia; la stessa canzone che nel 2004 Steven Soderbergh rilanciò nel mondo inserendola nella colonna sonora di Ocean's Twelve.

È la storia di un'attesa vana, di una donna che aspetta per ore qualcuno che non arriverà e a sera se ne torna alla propria vita. Roland Barthes, nei Frammenti di un discorso amoroso, sosteneva che l'innamorato è per definizione colui che aspetta; il titolo del corto, allora, è insieme una citazione e un rovesciamento, perché qui all'appuntamento la protagonista ci va davvero, ed è lei, semmai, a non farsi più trovare.

Riascoltare quella canzone oggi, a meno di un anno dalla scomparsa di Vanoni, morta a Milano il 21 novembre 2025 e salutata ai funerali proprio con quel brano affidato alla tromba di Paolo Fresu, aggiunge al film un ulteriore strato di lutto.

Ma il corto non si chiude sulla diva. Si chiude su Macabro, brano dei Dead Horses, band ferrarese di culto della Maple Death Records, uscito come singolo nel settembre 2022 e poi incluso nell'album Sunny Days dell'11 novembre 2022: una ballata sghemba, tra country polveroso e acid folk, per la quale il comunicato dell'etichetta evocava perfino Piero Ciampi.

Ed è un passaggio di consegne vertiginoso, dalla canzone dell'attesa alla canzone della resa, dalla donna che torna a casa a quella che si domanda: «Se mi ammazzo per amore, chi mi verrà a cercare?». Domanda senza risposta, come la lettera. O forse la risposta siamo noi, rimasti davanti allo schermo verticale fino all'ultimo fotogramma.

Nel romanzo di Jensen il delirio di Hanold si scioglie quando l'archeologo riconosce nella Gradiva la vicina di casa Zoe Bertgang, il cui cognome, notava Freud, è l'equivalente tedesco di quel nome latino. In L'appuntamento nessuno riconosce nessuno, e il nome della protagonista non viene mai pronunciato; eppure il suo passo, come quello della fanciulla di pietra, non si ferma davanti alla tomba. Solleva il tallone, e avanza ancora.

Se fosse un cocktail

Se L'appuntamento fosse un cocktail sarebbe un Gradiva in rosso (ricetta d'invenzione): 3 cl di gin siciliano, 2 cl di Campari, 2 cl di Marsala Vergine e un cucchiaino di sciroppo di timo selvatico, mescolati nel mixing glass con molto ghiaccio e versati in una coppa ghiacciata, con un petalo di rosa essiccata a galleggiare in superficie e una presa di fior di sale di Trapani sul bordo, per il mare di Marettimo.

Il Campari porta il rosso del lutto, il Marsala la terra trapanese, il timo l'erba che apre i ricordi. Pochi ingredienti, nessun orpello: ricchezza frugale anche nel bicchiere. Si beve lentamente e in piedi, come davanti a una lapide; il primo sorso è amaro, l'ultimo sa ancora di mare.

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