Bucking Fastard, la recensione: Herzog a Venezia con Kate e Rooney Mara all'unisono
CinemaIntroduzione
Dedicato a David Lynch, Bucking Fastard è il nuovo, spiazzante film di Werner Herzog, in concorso alla 83esima Mostra di Venezia. Kate e Rooney Mara, per la prima volta insieme sullo schermo, sono Jean e Joan Holbrooke, due sorelle così fuse da parlare, camminare, sognare e amare all'unisono. Herzog le fa attraversare un processo, un vicino guardone, una volpe di nome Cupido e una miniera che promette l'Arcadia, incastonando un film dentro l'altro. Un mosaico di opere iniziate e mai concluse che vale, per il regista, una Coppa Volpi da assegnare alle due attrici come fossero una sola persona. Più che un film, una poesia sull'amore puro e sul diritto di esistere fuori dagli sguardi del mondo.
Quello che devi sapere
Bucking Fastard, la recensione del film
Il primo fotogramma è una dedica: a David Lynch. E non è un vezzo. In fase di montaggio, ha raccontato Herzog al Lido, disse al suo montatore che avrebbe voluto Lynch accanto a sé alla prima proiezione pubblica, come primo spettatore: due autori lontanissimi eppure legati da una comprensione profonda del lavoro l'uno dell'altro. Poi il film comincia, e due donne identiche raccontano un sogno popolato di uccelli. Capiamo subito la regola del gioco. Perché, come recita una vecchia massima hollywoodiana, se hai un messaggio da recapitare esiste l'ufficio postale: il cinema è un'altra faccenda. Vale per David, vale per Werner, che alla 83esima Mostra di Venezia porta in concorso Bucking Fastard e lo consegna al Lido come una lettera d'amore senza mittente. Un dettaglio, quello postale, che tornerà. Perché nulla, nel cinema di Herzog, capita per caso, nemmeno il caso.
Il titolo è già un indizio, anzi uno spoonerism: Bucking Fastard è il lapsus per inversione di Fucking Bastard, lo stesso sputo di sillabe che le protagoniste, Jean e Joan Holbrooke, pronunciano insieme, e che, così si racconta, le vere gemelle di York Freda e Greta Chaplin avrebbero fatto risuonare all'unisono in un'aula di tribunale. Perché è questo il prodigio (e la condanna) delle due sorelle: parlano all'unisono, camminano con lo stesso passo, sognano gli stessi sogni, si innamorano dello stesso uomo e sbagliano le stesse parole. Non un dialogo, ma un coro. Non due, ma un due che è uno.
L'ossessione come bussola
«Werner dice che è un film sull'ossessione», ha sintetizzato Orlando Bloom in conferenza stampa: l'amore che diventa passione e la passione che diventa ossessione. È la bussola per orientarsi in un'opera che pare contenerne molte altre, tutte iniziate e mai concluse. Herzog, che questa storia si portava in testa da decenni (ispirandosi alla lontana proprio a quelle sorelle, incontrate negli anni Ottanta e poi allegramente tradite in favore della pura invenzione), apre e chiude porte di continuo: ogni episodio potrebbe essere un film a sé.
Si comincia in tribunale, in Irlanda. Le due sorelle sono imputate per aver perseguitato il personaggio di Orlando Bloom, oggi felicemente ammogliato, dopo averlo cavalcato (parole loro) come disinvolte cowgirl del desiderio. Reo diventato querelante, l'uomo le ha denunciate: gli hanno dato fuoco all'automobile e progettano di incendiargli pure la cassetta della posta, per impedirgli di scrivere lettere d'amore alla consorte. Nella loro purezza aritmetica non contemplano che all'uomo basterebbe posare il biglietto sul cuscino della moglie. Per procurarsi la miscela infiammabile si affidano a due centauri della gang dei Chicken Chokers (pollo strozzato ricamato sul giubbotto), e il biker dai capelli lunghi e dall'occhio di vetro gliela regala persino: una scena così herzogiana da sembrare firmata due volte.
Imparare a essere due
Poi il film cambia pelle. Le sorelle, ospiti di un uomo gentilissimo, non distinguono le chiavi del portone da quelle di casa; un vicino viscido le riprende mentre si spogliano e riversa le immagini in rete, cosa che loro faticano a comprendere (non hanno internet, e come biasimarle). Quando capiscono, comprano del sapone, lo sciolgono, e il guardone attempato, arrampicatosi per l'ennesima ripresa, scivola sull'impalcatura insaponata e finisce in ospedale. Le sorelle sono felici.
E poi c'è la scena che è il cuore segreto del film. L'ex tossico assoldato per aiutarle (un dolente Domhnall Gleeson) insegna alle due a smettere di fare tutto insieme, e per la prima volta, agendo separate, riescono ad aprire una scatola di sardine: un miracolo di individuazione grande come una lattina. Quel personaggio, ha svelato Herzog, è lui stesso: «sono io, nel film», ed è Gleeson a prestargli il volto; se l'attore irlandese non ci fosse stato, il regista avrebbe recitato la propria parte. Herzog, insomma, è l'uomo che entra in scena per insegnare a due che sono uno a diventare, almeno una volta, due. Più herzogiano di così.
In cerca dell'Arcadia
E ancora: un treno preso al volo per andare dai genitori, che però non aprono la porta, si vergognano di loro; un ragazzo un po' tardo che, viste le foto in rete, taglia i capelli a una delle due per riconoscerle, gettandole nel panico (l'orrore, per chi è uno, di essere reso distinguibile). Poi l'invito di una zia vedova, la campagna, la leggenda di una montagna che nasconderebbe un tunnel per le isole Orcadi. Le sorelle decidono di scavarlo. Adottano una volpe, la strappano a chi la vorrebbe sopprimere e la battezzano Cupido, perché credono nell'amore puro; e in una delle apparizioni più misteriose del film un cervo entra nella grotta, le annusa e se ne va, come un segno.
Con martelli e carriole cercano il loro posto nel mondo, la loro Arcadia, la loro Atlantide, un mondo buono. E infine, oltre la roccia, l'ultimo film dentro il film: una galleria parallela con un binario, un ufficio postale e un trenino per turisti. In abito da sposa, le sorelle salgono sul convoglio e l'amore torna a bussare; ma quando raggiungono l'uscita una grata si abbassa. Non possono uscire, non possono rientrare, non dovrebbero nemmeno essere lì: i posti sono contati, e la loro presenza spariglia le carte del mondo.
Le sorelle Mara, un corpo solo
Per reggere un simile azzardo servivano due attrici capaci di essere una. Kate e Rooney Mara, per la prima volta insieme sullo schermo, discendenti di due dinastie del football americano ma da sempre schive, vegane e militanti animaliste, cercavano da anni il progetto giusto. L'hanno trovato in Herzog, che le chiama senza pudore «la mia mano destra e la mia mano sinistra, il mio cuore». La sincronia, temuta, è arrivata quasi da sé: hanno giocato insieme da bambine, tra loro esiste «un mondo non dichiarato», e una volta trovato il ritmo «sembrava una canzone». Non si erano mai divertite tanto, raccontano, non avevano mai riso così tanto. Herzog, per la prima volta in vita sua, aveva messo in conto due settimane di prove; dopo cinque giorni le ha fermate, perché erano già pronte. Il resto lo ha fatto la tecnica del coro greco, dove le voci si fondono in una sola: non esiste mai un'inquadratura di una sola delle due, si è sempre insieme, con meno angolazioni e meno ciak. Ecco perché Herzog provoca: Kate e Rooney Mara dovrebbero concorrere alla Coppa Volpi come fossero un'unica interprete, un unicum senza precedenti. Confessa Kate Mara che nel film le due parlano all'unisono, si innamorano dello stesso uomo e camminano con lo stesso passo; un lavoro, dice, che avrebbero voluto non finisse mai.
La bottega di Herzog
Dietro tanta leggerezza c'è una macchina rapidissima e, per una volta, serena. Il finanziamento ha rischiato di saltare a ridosso del set, finché la produttrice Clara Wu Tsai non se n'è accollato la totalità; sei settimane di preproduzione, ventiquattro giorni di riprese in Irlanda, chiusura sotto budget e con un giorno d'anticipo. Herzog richiama la sua bottega di fedelissimi. Il direttore della fotografia Peter Zeitlinger (al suo fianco dal 1995) lavora a mano, con la macchina su gimbal, catturando le scene in un'unica ripresa e senza storyboard. Il metodo è quello di sempre, che il regista paragona a «una chirurgia a cuore aperto»: arrivare subito all'essenziale, un ciak, due al massimo, anche per l'acrobazia del parlare all'unisono. Orlando Bloom, cui è affidata una lunghissima scena in piano sequenza, era così dispiaciuto che finisse in fretta che Herzog lo ha richiamato per un ultimo ciak. Il compositore Ernst Reijseger non consegna partiture su misura ma bucket, secchi di musica da cui il regista pesca in trenta secondi; e per la scena più bella, il treno verso la casa dei genitori, Herzog attinge all'aria Ombra mai fu dal Serse di Händel, chiedendo di togliere la voce del soprano e sostituirla con il violoncello. Sul versante degli spazi, la caverna del finale è «il paesaggio dell'anima», e le grotte, ammette Herzog, sono state «co-sceneggiatrici»: la spettacolare grotta di Postumia in Slovenia, cinque chilometri del percorso turistico di un sistema ipogeo che ne conta ventiquattro, con tanto di trenino e ufficio postale, dove si poteva girare solo di notte, perché di giorno la attraversano migliaia di visitatori; il tutto montato insieme alle grotte di Kesh nel Sligo e a un tunnel ricostruito dal production designer Derek Wallace in un hangar di Dublino. Persino gli animali hanno cospirato: cercavano un cucciolo di volpe che in Irlanda non esisteva, e Herzog ha rifiutato l'offerta sospetta di chi glielo avrebbe procurato «senza dire da dove veniva». Alla fine ha scelto Venezia, dopo aver declinato l'invito di Cannes fuori Concorso. In Italia, Bucking Fastard uscirà distribuito da I Wonder Pictures.
Più che un film, una poesia
«Per me sono tutti film», dice Herzog, che tra finzione e documentario non ha mai visto un vero confine, e che colloca Bucking Fastard tra le sue opere «essenziali», quelle che espongono il suo animo. Eppure, per una volta, il maestro tedesco non parla di crisi ma di gioia: la solitudine dell'artista, dice, non gli appartiene. Ne esce la summa di tutto Herzog, la natura che schiaccia e redime, gli inadatti che si fanno eroi, la fede testarda in un mondo altro. E dispiace che finisca, perché sai che potrebbe cominciare un altro film, e un altro ancora, come le gallerie che le sorelle scavano inseguendo l'Arcadia. Più che un film è una poesia, di quelle che non recapitano messaggi ma spalancano finestre su un cielo bambino popolato di uccelli. L'ufficio postale, dopotutto, era già nel primo sogno.
Se fosse un cocktail
Bucking Fastard sarebbe un Doppio Sogno, servito rigorosamente in due coppe gemelle, da bere all'unisono. Whiskey irlandese e un soffio di poitín per la terra selvaggia, miele d'erica e fiore di sambuco per il candore dei veli da sposa, un lampo di assenzio per l'aldilà di marca lynchiana, e una scorza d'arancia intagliata a forma di volpe a vegliare sul bicchiere. Niente dosi, come sempre: perché ognuno ha la sua idea di amore puro. E perché, ne siamo certi, non basterebbe mai una coppa sola.