Taxi Driver, 50 anni dall’uscita italiana: Travis Bickle ci guarda ancora dallo specchio
CinemaIntroduzione
Il 27 agosto 1976 Taxi Driver arrivava nei cinema italiani. Cinquant’anni dopo, il capolavoro di Martin Scorsese con Robert De Niro continua a parlarci di solitudine, ossessione, rabbia e bisogno di essere visti. Dal taxi giallo di Travis Bickle allo specchio di «You talkin’ to me?», dalla sceneggiatura di Paul Schrader alla New York febbrile fotografata da Michael Chapman, fino a Jodie Foster, Harvey Keitel e alla musica di Bernard Herrmann: un viaggio dentro un film che ogni generazione sembra costretta a riscoprire e che nel giugno 2026 ha riunito al Tribeca Scorsese, De Niro, Foster e Schrader per interrogarsi ancora sulla sua inquietante attualità
Quello che devi sapere
Travis Bickle, cinquant’anni davanti allo specchio
Il 27 agosto 1976 Taxi Driver arrivava nelle sale italiane. Cinquant’anni dopo Travis Bickle è ancora lì.
Non soltanto al volante del suo taxi giallo che affiora dal vapore come Caronte emerso da un girone metropolitano. Non soltanto nella New York sudata, sporca, febbrile fotografata da Michael Chapman e trafitta dal sax della colonna sonora di Bernard Herrmann.
Travis è ancora davanti allo specchio.
E forse il motivo per cui Taxi Driver non invecchia è proprio questo: da cinquant’anni crediamo di guardare Robert De Niro mentre domanda «You talkin’ to me?», ma ogni volta lo specchio restituisce qualcosa di noi.
Taxi Driver, il 27 agosto 1976 l’uscita nei cinema italiani
Negli Stati Uniti Taxi Driver era uscito l’8 febbraio 1976. Aveva poi conquistato la Palma d’oro al Festival di Cannes, sarebbe arrivato a quattro candidature agli Oscar — miglior film, Robert De Niro come miglior attore, Jodie Foster come miglior attrice non protagonista e Bernard Herrmann per la colonna sonora — e sarebbe entrato in quella ristrettissima categoria di opere che smettono di appartenere al proprio tempo per diventare unità di misura.
In Italia arrivò il 27 agosto 1976, con Ferruccio Amendola voce di Robert De Niro, dialoghi italiani e direzione del doppiaggio di Renato Izzo.
Ma cinquant’anni sono soprattutto una domanda: perché siamo ancora qui a parlare di Travis Bickle?
Se lo è chiesto anche chi Taxi Driver lo ha creato. Nel giugno 2026, al Tribeca Festival di New York, Martin Scorsese, Robert De Niro, Jodie Foster e Paul Schrader si sono ritrovati per celebrare il cinquantenario del film. Scorsese ha ricondotto la sua longevità a qualcosa di elementare e terribile: l’isolamento, la solitudine, l’incapacità di comunicare e di stabilire un contatto con gli altri.
De Niro ha spostato lo sguardo sul presente: Internet, le ossessioni, i mondi nei quali ci si può rinchiudere sino a non distinguere più la realtà dalla propria narrazione della realtà.
Paul Schrader ha formulato forse la diagnosi migliore: ogni dieci anni Taxi Driver sembra rinnovare il proprio contratto con una nuova generazione.
Non è male per un tassista che non riesce nemmeno a organizzare un appuntamento decente.
Travis Bickle, un uomo solo in mezzo a milioni di persone
Paul Schrader scrisse la sceneggiatura attraversando uno dei periodi più bui della propria vita. Un matrimonio finito, un’altra relazione naufragata, depressione, alcol, notti trascorse in automobile a Los Angeles, cinema porno frequentati anche perché rimanevano aperti quando il resto della città aveva abbassato le saracinesche.
Poi un’ulcera, l’ospedale e un’immagine: un ragazzo rinchiuso in una scatola gialla che galleggia attraverso la città, circondato dalle persone eppure completamente solo.
Il taxi.
Poche metafore cinematografiche sono state altrettanto semplici e perfette. Travis attraversa New York, ma non ne fa parte. Trasporta vite che per pochi minuti entrano nella sua automobile e subito ne escono. Guarda corpi, coppie, prostitute, politici, criminali. Guarda Betsy. Guarda Iris. Guarda la città.
Ma non sa guardare davvero nessuno.
Per questo il gesto decisivo del film non è sparare.
È guardarsi allo specchio.
«You talkin’ to me?»: quando nello specchio non c’è nessun altro
La sequenza più celebre di Taxi Driver nasce dall’improvvisazione di Robert De Niro. Nella sceneggiatura c’era soltanto Travis che parlava a se stesso davanti allo specchio, come un ragazzino con una pistola giocattolo; il resto prese forma sul set.
Lo ha ribadito lo stesso De Niro proprio al Tribeca: «L’ho inventata io». Schrader ha ricordato ancora una volta che la battuta non era scritta.
«You talkin’ to me?».
Tre parole diventate talmente famose da rischiare di trasformarsi in una gag, una GIF ante litteram, un frammento di archeologia pop. Eppure basta rivedere la scena per accorgersi che non c’è nulla di divertente.
Il punto non è la spacconeria.
Il punto è che non c’è nessun altro nella stanza.
Travis inventa contemporaneamente il proprio interlocutore e il proprio nemico. Costruisce una scena nella quale finalmente può interpretare il ruolo che la realtà gli nega. È attore, regista, pubblico e avversario di se stesso.
Cinquant’anni dopo questa dinamica suona persino più familiare.
Oggi non è necessario mettersi davanti a uno specchio. Basta uno schermo. Una timeline. Una chat. Una comunità nella quale incontrare ogni giorno qualcuno disposto a confermarci che avevamo ragione, che il mondo ci odia, che siamo vittime, che là fuori esiste un nemico.
Sarebbe semplicistico trasformare Travis in un “incel ante litteram” o incollargli addosso un’etichetta nata decenni dopo. Taxi Driver è più grande delle categorie che periodicamente tentiamo di applicargli.
Ma ha intuito con impressionante anticipo la possibilità che la solitudine diventi narrazione, la narrazione ossessione e l’ossessione identità.
Ed è qui che Travis continua a guardarci dallo specchio.
Io, mio fratello e quel taxi giallo
Vidi Taxi Driver al cinema negli anni Ottanta, insieme al mio amato fratello Gabriele, ormai volato tra i più.
Entrambi ne fummo folgorati, ammaliati, turbati.
Gabriele si comprò persino da Corneil’s una T-shirt con la serigrafia di Travis nel celebre gesto dell’indice puntato alla tempia.
Nel corso del tempo, come avrebbe potuto dire Wim Wenders, Taxi Driver e il suo taxi giallo hanno continuato a palesarsi nella mia sgangherata esistenza come il fantasma di Banquo davanti a Macbeth. Con conseguenze, fortunatamente, assai più piacevoli.
Ogni tanto riemerge una frase.
«One of these days I’m gonna get organizized».
La storpiatura ironica di Travis, una battuta che lui stesso rivendica come tale e che Betsy raccoglie al volo. E subito penso a Red Angel Dragnet dei Clash, contenuta nell’album Combat Rock, brano letteralmente infestato dal fantasma di Bickle e nel quale ritorna anche quella frase:
«One of these days I’m gonna get myself organizized».
Sempre Gabriele mi portò da Londra una fantastica maglietta con la scritta Straight to Hell.
Le canzoni riportano ai film. I film riportano alle persone. Le persone riportano a un tempo nel quale credevamo che tutto sarebbe durato per sempre.
Poi scopriamo che non è così.
Forse è anche per questo che continuiamo a rivedere certi film.
Da Jodie Foster a Harvey Keitel, corpi che non si dimenticano
Con gli anni ho smesso di riconoscermi nello Sturm und Drang di Travis. Quello apparteneva forse più facilmente agli adolescenti cresciuti nella periferia milanese quando non era ancora raccontata dai rapper e, per descriverla, avevamo Romanzo popolare e quella Vincenzina davanti alla fabbrica cantata da Enzo Jannacci.
Non sento più mia la solitudine assoluta rivendicata da Travis.
E lo dico chiaramente: non mi sono mai comprato la M-65 con la toppa King Kong Company, né ho mai pensato di votare il senatore Charles Palantine.
Eppure, ogni volta che incontro Taxi Driver in televisione, o torno alla mia edizione speciale in Blu-ray con quel malinconico viaggio attraverso le location del film e la New York trasformata dagli anni, avverto lo stesso miscuglio di dolore e piacere.
Forse perché in Taxi Driver non sono rimasti impressi soltanto i dialoghi.
Sono rimasti i corpi.
Harvey Keitel, nel ruolo del protettore Sport: il cappello calato in avanti, la canotta incollata addosso, il gesto nervoso con cui asciuga il sudore. I bicipiti delineati, il corpo sempre in tensione, quel muoversi obliquo e laterale, quasi da granchio, occupando lo spazio senza mai offrirsi completamente allo sguardo.
Sport è prima ancora che un personaggio un’apparizione fisica.
E poi Jodie Foster.
Aveva appena dodici anni durante le riprese ed è lontana anni luce dalla bambina che da piccolissima aveva pubblicizzato la Coppertone. Iris è uno shock, una frattura cromatica dentro la notte del film: cappello, pantaloncini, occhiali, colori che sembrano gridare mentre tutto intorno marcisce.
Scorsese non la trasforma in un angelo. Non la addolcisce. Non le concede la funzione rassicurante della vittima innocente.
La lascia lì, come una ferita aperta nel cuore della città.
Scorsese passeggero nell’inferno di Travis
E poi c’è Martin Scorsese stesso, seduto sul sedile posteriore del taxi.
Il regista interpreta il passeggero che costringe Travis ad aspettare sotto una finestra mentre gli descrive quello che vorrebbe fare alla moglie infedele con una .44 Magnum.
È una delle sequenze più agghiaccianti del film proprio perché Scorsese non la interpreta come una scena madre. Le parole escono quasi senza peso, con l’oscena naturalezza di un pensiero che ha trovato qualcuno costretto ad ascoltarlo.
Travis tace.
Ed è forse uno dei momenti nei quali comprendiamo meglio cosa significhi guidare quel taxi: diventare il confessionale mobile di una città che di notte vomita i propri desideri, le proprie perversioni, la propria rabbia.
New York non corrompe Travis.
Travis trova in New York un’immagine abbastanza sporca da assomigliare a quello che ha già dentro.
De Niro diventa davvero tassista
Robert De Niro, per prepararsi al ruolo, ottenne davvero la licenza da tassista e guidò per le strade di New York.
In quel periodo stava contemporaneamente lavorando in Italia a Novecento di Bernardo Bertolucci: poteva finire di girare a Roma, volare negli Stati Uniti, mettersi al volante di un taxi e poi tornare sul set italiano.
Non cercava soltanto un mestiere da imitare.
Cercava il ritmo di Travis. Le ore morte. L’attesa. La città osservata attraverso il parabrezza. La sensazione di essere fisicamente dentro il mondo e insieme separati da esso da pochi millimetri di vetro.
De Niro dimagrì drasticamente, lavorò sulla voce e sul corpo, sino a fare di Bickle una creatura nella quale sembra impossibile distinguere interpretazione e possessione.
Il cinema degli anni Settanta poteva permettersi ancora questo tipo di follia.
Forse anche gli attori.
Bernard Herrmann, l’ultima musica prima della morte
E poi c’è la musica.
Il taxi emerge dal vapore e Bernard Herrmann fa convivere due film nello stesso film. Da una parte gli ottoni minacciosi, quasi una sirena dell’Apocalisse. Dall’altra quel sax notturno, sensuale e disperato, la promessa di un romanticismo che Travis desidera ma non saprà mai vivere.
Herrmann aveva scritto le musiche di Quarto potere, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Psyco.
Per Taxi Driver compose la sua ultima colonna sonora.
Terminò le registrazioni il 23 dicembre 1975.
Morì nel sonno il giorno successivo, il 24 dicembre.
Il film è dedicato alla sua memoria.
Anche per questo Taxi Driver sembra fin dall’inizio un’opera abitata dai fantasmi.
L’eroe, l’assassino e una società che puo trasformarti
Resta infine l’idea più disturbante.
Travis prepara un attentato contro Palantine. Fallisce. Poco dopo indirizza la propria violenza altrove e massacra gli uomini che circondano Iris.
E diventa un eroe.
È sufficiente spostare il bersaglio perché la medesima pulsione passi dalla follia criminale all’impresa celebrata dai giornali.
Scorsese e Schrader non ci concedono il conforto di una morale confezionata. Il film non ci dice che Travis è guarito. Al contrario, quell’ultimo sguardo improvviso nello specchietto retrovisore suggerisce che qualcosa sia ancora lì, pronto a ricominciare.
Il taxi riparte nella notte.
Il film potrebbe quasi tornare alla sua prima inquadratura.
È questa circolarità a renderlo così contemporaneo: una società può trasformare un uomo in mostro o in eroe senza che quell’uomo sia necessariamente cambiato.
È cambiata soltanto la storia che raccontiamo su di lui.
Cinquant’anni dopo Travis Bickle continua a guardarci
Esistono opere che assomigliano a certi whisky torbatissimi.
Sanno di fumo, di mare, di legno e di notti perdute. Anche se ne conosci a memoria il gesto, l’odore e il sapore, riescono ancora a stordirti come la prima volta.
Taxi Driver per me è così.
Sono trascorsi cinquant’anni dall’arrivo del film nei cinema italiani e quasi altrettanti dalla prima volta in cui lo vidi accanto a mio fratello.
Nel frattempo New York è cambiata. Io sono cambiato. Il cinema è cambiato. Lo specchio davanti al quale ci mettiamo in posa è diventato uno smartphone. La solitudine può avere migliaia di follower. L’ossessione può trovare in pochi secondi una comunità disposta a nutrirla.
Travis Bickle, invece, continua a guidare.
E ogni tanto mi ritrovo ancora davanti allo specchio — sempre senza un’idea platonica di addominale — a chiedermi:
«Ma dici a me?».
Poi guardo meglio.
Non c’è nessun altro nella stanza.
Ed è forse per questo che, cinquant’anni dopo, Taxi Driver fa ancora così paura.
Perché Travis non è mai rimasto soltanto dall’altra parte dello specchio.