Insidious: Fuori dall'Altrove, recensione del fim horror: la porta si apre nei due sensi
CinemaIntroduzione
Sedici anni e cinque film per insegnarci una sola regola: nell'Altrove si va con l'anima, mai col corpo. Poi arriva Jacob Chase e la rovescia. In Insidious: Fuori dall'Altrove, Amelia Eve è Gemma, una madre che scopre di poter riportare indietro ciò che abita il regno dei morti, trasformando la casa della propria infanzia nel terreno di gioco dei demoni. Con Lin Shaye di nuovo nei panni dell'iconica Elise Rainier e un villain che, per una volta, ha una voce, il sesto capitolo della saga di James Wan e Leigh Whannell prova a rinnovarsi restando fedele alla paura che l'ha reso un culto. Un horror sulla maternità travestito da film di fantasmi. Dal 19 agosto al cinema
Quello che devi sapere
Insidious: Fuori dall'Altrove, la recensione
Regia di Jacob Chase. Con Amelia Eve, Brandon Perea, Maisie Richardson-Sellers, Sam Spruell e Lin Shaye. Horror, USA/Australia 2026, 106 minuti, VM14. Sesto capitolo della saga creata da Leigh Whannell e James Wan, sequel di Insidious: La porta rossa. Al cinema in Italia dal 19 agosto. Una giovane madre scopre di poter attraversare l'Altrove e, cosa ben peggiore, di poterne riportare indietro gli ospiti.
«Chi combatte contro i mostri deve badare a non diventare, così facendo, un mostro. E se guardi a lungo in un abisso, anche l'abisso guarda dentro di te.» Lo scriveva Friedrich Nietzsche, e non aveva mai messo piede nell'Altrove, quel purgatorio d'anime in pena che da sedici anni e cinque film è il cuore nero della saga di Insidious. Eppure la sua frase la conoscono bene i Lambert, i Rainier e tutti coloro che laggiù si sono spinti in punta di spirito. Perché la regola era una sola, incisa da Leigh Whannell e James Wan come un comandamento: di là ci si va con l'anima, mai col corpo. Si trattiene il fiato come sott'acqua, e si torna a riva prima che il filo si spezzi. Poi arriva Jacob Chase e pone la domanda che nessuno aveva osato in tre lustri: e se qualcuno, guardando a lungo nell'abisso, imparasse a farlo guardare indietro? Se non solo ci andasse, ma da lì riportasse a casa qualcosa?
Pittsburgh, 1991: dove tutto comincia
Una scritta bianca su nero, secca come una lapide: Pittsburgh, 1991. È da qui che Insidious: Fuori dall'Altrove apre le sue porte, e non è un caso che cominci nel passato. Perché ogni cosa, in questo sesto capitolo, torna sempre da lì, dall'infanzia. La città d'acciaio e di ponti diventa la culla di un trauma, il grembo da cui Gemma proverà per tutta la vita a fuggire, salvo scoprire che dall'infanzia non si evade: al massimo la si eredita. Sicché il prologo è già una dichiarazione di poetica. L'orrore, ci avverte Chase, non arriva da fuori. Abita in soffitta da quando eravamo bambini.
La porta che, finalmente, gira in due sensi
È questa la trovata su cui poggia l'intero edificio, sesto capitolo di una delle saghe più longeve e redditizie della scuderia Blumhouse (oltre 740 milioni di dollari incassati, ça va sans dire). Gemma, cui presta corpo e nervi Amelia Eve (la ricorderete come la giardiniera di The Haunting of Bly Manor), è una madre che cresce la figlia Maya nella stessa casa in cui è cresciuta lei, tra mura che grondano un passato che vorrebbe rimosso. Un giorno scopre di poter varcare la soglia dell'Altrove. Fin qui, la tradizione. La novità, e il brivido, è che Gemma non si limita a entrare: può uscirne portando con sé ciò che trova. La porta, per la prima volta nella saga, gira su entrambi i cardini. E dall'altra parte c'è sempre qualcuno pronto a infilarsi nello spiraglio, con la pazienza famelica di chi aspetta da secoli.
Un cattivo che parla (e questo, credetemi, cambia tutto)
Quel qualcuno ha un nome e, soprattutto, una voce. Si chiama Cyrus, e gli presta la sua inquietudine Sam Spruell. È una delle trovate più intelligenti del film: un demone che usa la parola come un'arma. La saga ci ha cresciuti a suon di entità mute, il Lipstick-Face Demon dal volto scarlatto (indossato, come da liturgia, dallo stesso compositore Joseph Bishara), la Sposa in Nero, la bambina bambola. Presenze che terrorizzano proprio perché non spiegano, non trattano, non implorano. Chase rovescia anche questo. Cyrus era vivo, era un capo, un santone col suo gregge di adepti, e la morte l'ha soltanto reso più affamato. Bendato, avvolto in una tunica, gioielli d'altri tempi incrostati addosso come cicatrici che il tempo non ha voluto rimarginare, vede in Gemma il proprio biglietto di ritorno. È l'ombra speculare di Elise: cosa accadrebbe, si chiede il film, se il dono di attraversare il velo capitasse a chi non ha scrupoli? Nomen omen, giacché un cattivo che brama una cosa sola, tornare a comandare tra i vivi, non poteva che avere la parola suadente del predicatore.
Lin Shaye, ovvero il cuore che si rifiuta di smettere di battere
E poi ci sei tu. Lin Shaye, tu che in questa saga sei entrata per morirci, subito, nel primo film del 2010, e da allora non te ne sei più andata. Sei diventata il fantasma che nessun esorcismo scaccia, la madrina che presiede l'intero universo standosene comodamente nell'aldilà. Elise Rainier torna anche stavolta, e dialoga con i vivi attraverso Clare (una magnetica Maisie Richardson-Sellers), tatuatrice di giorno e medium di notte, tenutaria di un negozio d'inchiostro e aghi che è già di per sé una soglia. La regia risolve l'incontro impossibile fra due donne che stanno su piani diversi con un vecchio, nobile trucco da illusionista: una scena allo specchio, due set speculari, così che Elise appaia nel riflesso mentre Clare si muove di qua. Artigianato analogico che vale più di mille pixel. Tant'è che, quando Shaye riaffiora, il film ritrova per qualche minuto il suo centro di gravità, il suo basso continuo emotivo.
Il pompelmo e l'ago: piccola nota di verità
Un dettaglio, di quelli che rivelano l'amore per il mestiere. Clare, la tatuatrice, si esercita incidendo la buccia dei pompelmi. Non è un vezzo scenografico, ma verità di bottega: gli aspiranti tatuatori si sono a lungo esercitati anche sulle bucce degli agrumi, insieme alla pelle sintetica o, tradizionalmente, a quella suina. Maisie Richardson-Sellers ha imparato la tecnica sul serio, e ciò che vediamo inciso su quelle scorze è farina del suo polso. Ecco il tipo di dettaglio che separa un horror di mestiere da un horror di cuore: la buccia del pompelmo che, come la pelle di Gemma, cede sotto la punta e serba il segno.
Il forte di cuscini e la poltrona del dentista
Chase viene dal teatro immersivo, dalle case stregate costruite con gli amici per beneficenza fin dai tempi del liceo, e si vede: sa che la paura è questione di spazio e di attesa, non di litri di sangue. Le sue due sequenze migliori germogliano dal quotidiano più innocuo. Un forte di cuscini che si fa labirinto claustrofobico senza uscita, coi morti che stringono il cerchio da due lati. E una poltrona da dentista, il trapano che avanza e la protagonista, igienista di professione, inchiodata al posto della vittima. Chi già teme il dentista uscirà dalla sala giurando eterna fedeltà al filo interdentale. Il resto, va detto con franchezza, è mestiere solido: jump scare a orologeria, un buio governato con misura dalla fotografia di Dave Garbett, le partiture stranite di Bishara. Nulla che riscriva la grammatica del genere. Molto, però, che la onora con devozione.
Una storia di madri travestita da film di demoni
Perché sotto la scorza degli spaventi (e torna il pompelmo, guarda un po') si cela un film sulla maternità, e Chase non lo nasconde: l'ha scritto mentre stava per diventare padre, con la paura addosso di non esserne all'altezza. Gemma teme di ripetere sulla figlia il male che la propria madre ha inflitto a lei, e l'Altrove diventa la metafora fin troppo trasparente di quel trauma che torna a bussare, puntuale come un debito. Amelia Eve regge il peso in primissimo piano, dove Chase la tiene inchiodata sapendo che basta il suo respiro a spaventarci più di cento creature. Al suo fianco Brandon Perea (il Nope di Jordan Peele) porta il calore ruvido di Nick, il compagno che sceglie di restare quando ogni istinto griderebbe di fuggire. Non tutto fila liscio: il terzo atto affastella troppi mostri, la mitologia scricchiola sotto il proprio stesso peso, sicché la paura si diluisce là dove dovrebbe concentrarsi. Eppure il nucleo emotivo tiene. Tant'è che i momenti più riusciti non sono gli urli, ma i silenzi tra una madre e una figlia che non sanno come confessarsi di avere paura.
Verdetto
Insidious: Fuori dall'Altrove non è il capitolo che rivoluziona la saga. È quello, più prezioso, che la rimette in cammino. Un horror artigianale, generoso di spaventi e di cuore, che apre la propria porta nei due sensi e ha almeno l'onestà di attraversarla fino in fondo. Whannell e Wan avevano decretato che di là si andasse solo in spirito. Chase ha trovato il modo di riportarne indietro qualcosa. Ed è, guarda caso, la cosa più spaventosa di tutte: non un demone, ma il passato. Che come cantava qualcuno, e come sa bene chiunque abbia avuto una madre, non muore mai. Torna. In punta di piedi. E gira la maniglia.
Se fosse un cocktail
Sarebbe il Reflusso: un drink che bevi e che, di rimando, si beve te. Del colore esatto della porta rossa, un fondo di mezcal per l'affumicato del purgatorio, un amaro scuro che sa di anime in pena e quel tanto di dolce ingannevole che ti persuade a ordinarne un altro (l'errore fatale, quello da cui non si torna). Si serve con una scorza di pompelmo bruciata sulla fiamma, omaggio doveroso a Clare che sull'agrume tiene in esercizio l'ago e il polso. Lo mandi giù convinto che sia finita, giuri che è l'ultimo, e invece qualcosa risale dal fondo del bicchiere. Le dosi, manco a dirlo, non ve le do.