Camp Miasma, sesso, sangue e desiderio: la recensione dello slasher con Gillian Anderson

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Dopo anni di sequel scadenti e un pubblico ormai disilluso, il franchise slasher Camp Miasma viene affidato a una giovane regista queer, Kris (Hannah Einbinder, Emmy per Hacks), chiamata a resuscitarlo. Ma la visita alla reclusa final girl del primo film, Billy Presley (una magnetica Gillian Anderson), spalanca un universo di sangue, desiderio e delirio. Con Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, Jane Schoenbrun firma il suo terzo lungometraggio, Queer Palm a Cannes e Film della Critica SNCCI: un horror camp, viscerale e gioiosamente indecente che centrifuga Viale del tramonto, Venerdì 13 e il desiderio di abitare il proprio corpo. Al cinema dal 19 agosto con MUBI. La recensione

Quello che devi sapere

Camp Miasma, adolescenza, sesso e morte: il cinema torna a guardarci

«L'essenza del Camp consiste nell'amore per ciò che è innaturale: l'amore per l'artificiale e per l'esagerato».
Susan Sontag, Note sul Camp

«Ascoltatemi». È la prima voce che affiora nel film. Non sappiamo a chi appartenga. La accompagna un respiro affannoso, mentre la macchina da presa assume la soggettiva di un serial killer che perlustra un set cinematografico. Poco più in là, davanti all'obiettivo, una coppietta tutta smancerie disserta di muffin e altre dolcezze, ignara — almeno nella finzione che si sta girando — che di lì a poco verrà affettata. Comincia così Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, terzo lungometraggio di Jane Schoenbrun (they/them), reduce dalla Queer Palm di Cannes e proclamato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, nelle sale dal 19 agosto con MUBI. Un film che fin dal primo istante ci ricorda che tutto è artificio e tuttavia ci chiede di crederci. Un film che non somiglia a niente e a nessuno e che ci invita, per citare i Joy Division, a un autentico unknown pleasure.

La piccola morte, ovvero il piacere sconosciuto

Il killer si chiama Little Death (un magnetico Jack Haven), e il nome è già un programma. Nomen omen. La petite mort, quello stato di abbandono fisico e psicologico simile a un breve svenimento che si prova durante o subito dopo l'orgasmo. Ecco, abbandonarsi a Camp Miasma è esattamente questo: una perdita di coscienza dolcissima.

Non riducetelo a metacinema (Nightmare - Nuovo incubo di Wes Craven c'entra, ma fino a un certo punto), e tanto meno a un'allegoria, come pure vorrebbe la giovane regista che ne è protagonista. Secondo la Treccani il miasma è un'esalazione maleodorante e malsana che proviene da sostanze in decomposizione. Eppure questo film ha il profumo del cinema autentico, quello che colpisce dritto al cuore. Cinema di sangue e di carne. Niente pose, niente mode, nessuno dei vezzi da elevated horror o da art-house horror. Qui l'orrore non è un alibi intellettuale: è un modo per dire il desiderio.

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Jane Schoenbrun, l'arte di inventare un mito

Chi ha amato We're All Going to the World's Fair e Ho visto la TV brillare conosce già il sortilegio prediletto da Schoenbrun: inventare di sana pianta un fenomeno mediatico e trattarlo con una serietà da fan totale, fino a farci credere che sia sempre esistito.

Prima un gioco horror online, poi una serie tv di culto, adesso un intero franchise slasher, Camp Miasma, con il suo killer gender-fluid trasformato dal vecchio immaginario della saga in mostro, che indossa una presa d'aria come maschera — perché, non è dato saperlo — e riemerge dal lago di un campeggio estivo per infilzare adolescenti troppo poco vestiti.

I titoli di testa ripercorrono con gusto l'ascesa e il declino della saga, il merchandising, i videogiochi, gli insopportabili dibattiti universitari sul suo trattamento «problematico» del gender. Salvo poi, stavolta, cambiare rotta. Perché Camp Miasma è il film in cui Schoenbrun si libera delle proprie stesse aspettative e sceglie la gioia, il gioco, il piacere.

Il resto è già futuro: il romanzo d'esordio Public Access Afterworld, in uscita il 27 ottobre 2026 per Hogarth, e la serie Netflix tratta dalla graphic novel Black Hole di Charles Burns.

Oltre il metacinema e l'allegoria: sangue, carne e artificio

La trama, in fondo, è un incantesimo. Dopo anni di sequel scadenti e un pubblico ormai disilluso, il franchise viene affidato a una giovane cineasta indie, Kris (una splendida Hannah Einbinder, Emmy per Hacks), autrice di un corto che rilegge la doccia di Psycho dal punto di vista della tenda.

Una major la recluta per resuscitare una saga in coma e ripulirne la reputazione, giacché il franchise è accusato di transfobia. La soluzione, di questi tempi, è nota: mettere sotto contratto una regista queer.

E qui Schoenbrun fa una cosa rara: gioca con l'artificio a ogni fotogramma, con il sangue che scorre lungo l'intera scala della finzione. Si comincia con un geyser da pozzo petrolifero, molto più sangue di quanto un corpo umano potrebbe contenerne, eccesso puro che ci spedisce dritti in cartoon-land.

A metà esatta del film arriva la mattanza girata come un music video horror alla Michael Bay, patinatissima, state-of-the-art. Poi, di colpo, una scena volutamente sbagliata, illuminata male, con un sangue che deve somigliare a uno yogurt rosa per risultare autentico, come l'ottava imitazione di Venerdì 13 finita dritta in videocassetta nel 1987.

Non è un vezzo: se tutto è artificio, saremo pronti a restare folgorati quando qualcosa di reale, all'improvviso, affiora.

C'è persino un mago della neve chiamato dalla British Columbia a fabbricare l'inverno in piena estate, perché il tipo del sangue e il tipo della neve, qui, sono la stessa persona. E intanto ci si gode i dettagli: il capo dello studio che ha appena parlato con Jason Blum di una serie su Halloween e scherza sull'assonanza tra Michael Myers e Mike Myers, la maschera ricavata da una presa d'aria, la tuta bianca, la lancia, le vecchie videocassette con il loro claim: se la visione è troppo reale, puoi sempre interromperla

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Kris, il corpo che si nasconde

Kris insegue Camp Miasma da quando, a otto anni, ha visto di nascosto il primo film e ha provato un brivido che non sapeva ancora nominare. Hannah Einbinder la costruisce a partire dal corpo, un corpo che vorrebbe sparire.

Veste come la Lee Holloway di Secretary: calze lunghe, gonna sobria, scarpine da educanda, tutto pur di coprirsi e non farsi guardare. Sull'avambraccio porta tatuata l'ascia bipenne di Gina Gershon in Bound, intravista nella scena intima davanti al fuoco. Kris è la somma dei film che ha amato, un amalgama ambulante di citazioni.

E se la giovane regista assomiglia sospettosamente alla sua autrice, poco importa. Perché il vero tema del film, sotto la crosta di sangue finto, è la liberazione dalla vergogna, l'abbraccio del desiderio, la fatica di riabitare un corpo dal quale ci si è dissociati. Roba antica quanto Eva e la mela.

Non a caso, tra i film che Schoenbrun ha fatto studiare a Einbinder ci sono Persona, The Duke of Burgundy e Crash: il canone psicosessuale, altro che innocenti spaventi da luna park.

Gillian Anderson e le leggi del desiderio

Poi, come una regina in esilio, arriva lei. Billy Presley, la mitica final girl del primo Camp Miasma, l'attrice che dopo quel film non ha più recitato e vive reclusa nel campeggio abbandonato dove tutto ebbe inizio, con una saletta ricavata per rivedere in 35mm la propria leggenda.

Una Norma Desmond che si nutre di junk food e fantasie erotiche, oppure una Shelley Duvall padrona di sé.

E tu, Gillian Anderson, sei semplicemente magnifica: i turbanti, le vestaglie, il mistero. Non sai cosa sia il poliamore, ti spazientisci quando Kris tira in ballo Judith Butler, però conosci a menadito le leggi del desiderio.

Quando le due si siedono a rivedere insieme il film, Billy indulge alle esaltazioni di Kris su un magnifico split diopter — primo piano e sfondo a fuoco nel medesimo istante, come nella Carrie di Brian De Palma — e Schoenbrun se ne concede uno tutto suo nel finale.

Ma Billy custodisce qualcosa di terribile, o forse meraviglioso, sulla scena in cui, nel primo film, si perdeva la verginità. E forse in fondo al lago c'è davvero qualcuno, come Joe Gillis nella piscina di Viale del tramonto.

Camp Miasma, allora, è soprattutto un film sugli sguardi. Sul concetto che Baudelaire fissò nell'Héautontimorouménos, «colui che si punisce da sé»: «Io sono la piaga e il coltello, sono lo schiaffo e la guancia, sono le membra e la ruota, la vittima e il carnefice

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Una colonna sonora che nuota nel buio

C'è una membrana sonora che tiene insieme il sangue e la tenerezza. Scorrono No Ordinary Love di Sade e I Love You Always Forever di Donna Lewis, i R.E.M. tornano due volte, con Supernatural Superserious e, nella cover di Okay Kaya, con Nightswimming: e non è un caso, con tutta quest'acqua nera che aspetta sotto il ghiaccio.

Fluttua I Guess I'm Floating degli M83, si insinua diabolica Satan di Andy Shauf, luccica l'italo-disco di Anorak Christmas di Sally Shapiro, si rannicchia malinconica A Long December dei Counting Crows.

Musica che non commenta, seduce. Come il film, sa essere pop senza vergognarsene e struggente senza chiedere scusa.

Cast e produzione: la corte di Little Death

Accanto a Einbinder e a Gillian Anderson — che i più ricordano come l'agente Dana Scully di X-Files, e poi in Sex Education e Scoop — Schoenbrun raduna un ensemble che è già una dichiarazione di poetica.

Jack Haven presta respiro e corpo a Little Death, e intorno si muovono Amanda Fix, Arthur Conti, Eva Victor, Zach Cherry, Sarah Sherman, Patrick Fischler, Dylan Baker, Jasmin Savoy Brown, Quintessa Swindell e quel Kevin McDonald che ci aspetta nella scena post-credit.

Dietro la macchina da presa, oltre a Schoenbrun che firma anche la sceneggiatura, c'è Plan B a produrre, mentre MUBI finanzia il film e lo distribuisce nei territori selezionati e The Match Factory ne cura le vendite internazionali. I servizi di produzione locali portano la firma di Daniel Bekerman, di Scythia Films.

E se l'inverno pare vero pur essendo girato in piena estate, il merito è del già citato mago della neve, il supervisore agli effetti speciali Kyle Moore. Dettagli, certo. Ma è nei dettagli che Little Death affila la propria lancia.

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Sono i film a guardarci

Restate in sala fino in fondo. Vi aspetta una stupenda scena post-credit con Patrick Fischler e Kevin McDonald.

Perché forse, alla resa dei conti, sono i film a guardarci. Se ne stanno acquattati in un buco, sotto un lago ghiacciato, e non attendono che di riaffiorare con tutta la loro forza eversiva e perturbante, come un iceberg che risale dall'inconscio.

Qualcuno ha evocato il Gore Vidal di Myra Breckinridge, e non aveva torto: c'è la stessa messa nera di trash creduto fino in fondo, la stessa estasi della trasformazione.

«Ascoltatemi», iniziava con questa battuta il film  Forse ora sappiamo chi l'ha pronunciata: era il cinema a chiederci di guardarlo negli occhi.

Sicché godetevi Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte al cinema dal 19 agosto e non abbiate paura di goderne. È come una grande abbuffata di pollo fritto, dove la salsa in cui intingere i bocconcini non è mai troppa.

Se fosse un cocktail

Si chiamerebbe Little Death N° 13. Un drink che non esiste, almeno fino a stasera.

Trenta millilitri di gin, venti di Lillet Blanc, quindici di Cointreau e altrettanti di succo di limone fresco: all'inizio sembra tutto limpido, ordinato, quasi rispettabile. Poi arrivano cinque millilitri di assenzio e qualcosa comincia a non tornare.

Shakerate con ghiaccio e versate in una coppa gelata. Infine lasciate precipitare sul fondo un cucchiaino di sciroppo d'amarena, senza mescolare troppo: una colatura di sangue finto da slasher anni Ottanta, troppo rossa e troppo abbondante per essere credibile, dunque perfetta.

Guarnitelo con una caramella gommosa alla frutta infilzata su uno stecchino lungo come la lancia di Little Death. Dolce, acido, allucinato e leggermente osceno. Esattamente come Camp Miasma.

Prosit.

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