Locarno Film Festival 2026: cosa ricorderemo
Cinema
Introduzione
Federico Buffa, Michele Pettene e Mauro Bevacqua ci raccontano i film, le tendenze e le emozioni che hanno caratterizzato la 79.ma edizione della kermesse cinematografica elvetica
Quello che devi sapere
Locarno cambia pelle, ma non perde la sua anima
Sabato 15 Agosto è calato il sipario – leopardato – sul 79° Festival di Locarno dopo una undici giorni cinematografica che, oltre alla solita girandola multiculturale di film, ha ribadito con forza il ruolo e l’importanza nel panorama internazionale del secondo festival cinematografico più antico del mondo, ormai arrivato all’80mo anno di vita. Nella terza edizione della presidentessa Maja Hoffmann e nella sesta con a capo il direttore artistico Giona Antonio Nazzaro Locarno ha sfoderato un nuovo abito, forse il più ambizioso degli ultimi anni, selezionando dal cinema indipendente mondiale 233 film che, a partire dal gigantesco schermo di Piazza Grande, dovrebbero aver fatto felice ogni tipo di spettatore.
Numeri e celebrità
Con 103 prime mondiali, 69 Paesi rappresentati tra produzioni e coproduzioni e 17 film in competizione per il Concorso Internazionale, Locarno ha offerto una vetrina d’eccezione sul meglio del cinema mondiale, ospitando decine di incontri con registi, attori e addetti ai lavori. Tra gli ospiti, Isabella Rossellini (Excellence Award), Darren Aronofsky (Pardo d’Onore, presentato da Manor), James Gray (Pardo alla Carriera), Asia Argento (Life Achievement Award), Rick Baker (Vision Award) e l’attrice premio Oscar Zoe Saldaña. Un red carpet impressionante, arricchito da numerosi interpreti di fama mondiale arrivati al festival con i loro film: Olivia Wilde (“The Invite”), Monica Bellucci (“Ketticè”), Isabelle Huppert e Sandrine Kiberlain (“Ni vue, ni connue”), Caleb Landry Jones (“Down the Arm of God”) e Valerio Mastandrea (“Armony”), affiancati da cineasti di primo piano come il sudcoreano Hong Sang-soo, lo spagnolo Albert Serra e la beniamina di casa Petra Volpe. A completare il programma, una delle retrospettive più interessanti degli ultimi anni: “Red and Black – La sinistra hollywoodiana e la lista nera”. Ospitata al GranRex, sala storicamente dedicata a questa sezione, la rassegna ha riportato alla luce quest’anno alcune autentiche gemme, tra preziosi restauri e film che per lungo tempo erano stati considerati distrutti o irrecuperabili.
Il Pardo D’Oro parla rumeno, ma non chiamatela Nouvelle Vague
Se non avesse vinto il premio del pubblico, il popolo del festival lo avrebbe comunque eletto a film preferito di questo Locarno 2026. Impossibile rimanere indifferenti di fronte alle cupe vicende della provincia rumena raccontate – come solo i grandi sanno fare – da Florin Şerban in “You Don’t Belong Here”, dramma che riprende la capacità tipica di quel cinema di dilatare il racconto senza paura della durata (2h34), mantenendo però salda la coerenza narrativa. Al centro, un chirurgo costretto da circostanze imprevedibili e da una tragedia che coinvolge il figlio adolescente, apertamente razzista, a mettere in discussione una morale che fino a quel momento aveva considerato incrollabile. Una storia intensa, sublimata da interpretazioni memorabili e da un finale rischioso che sorprende e lascia spiazzati. Il regista, personaggio singolare, ha però ribadito di non voler essere inserito nella cerchia dei connazionali che insieme a lui stanno rivitalizzando il cinema rumeno: «Non voglio che parliate di me come rappresentante del Nuovo Cinema Rumeno», ha detto, «sempre che ci sia mai stato: nel caso, ormai è passato». Un Pardo d’Oro meritato.
Un esordio esilarante da doppio (forse) Oscar
Non solo drammi e tragedie. Era attesissimo nell’immensa Piazza Grande il terzo film da regista della stella hollywoodiana Olivia Wilde qui anche protagonista (e sbalordita sul palco dalle dimensioni di quello che rimane uno dei cinema all’aperto più grandi d’Europa) capace di regalare una brillante commedia che ha decisamente divertito il pubblico. “The Invite”, pur partendo da un soggetto non particolarmente originale, rinnova con brio il kammerspiel, sostenuto da un cast stellare e da un’esuberante prova d’insieme. Al fianco della Wilde, nei panni del marito di una coppia in crisi, un esilarante Seth Rogen ruba la scena tanto a Edward Norton quanto a Penélope Cruz, i vicini di casa invitati a cena che, dietro l’apparente cordialità, puntano a coinvolgere i due coniugi nei loro disinibiti scambi di coppia. Le conseguenze, naturalmente, sono spassose e surreali. E dopo questo Locarno la Wilde rischia davvero di entrare nella corsa al doppio Oscar, come regista e attrice
Esperimenti riusciti
Dicevamo, in sede d’apertura, della maggiore ambizione di quest’edizione del festival. Non tanto perché le precedenti ne fossero prive, quanto perché questo 2026 ha portato a Locarno titoli dalle vibrazioni anomale, talvolta apertamente sperimentali, capaci di misurarsi con palcoscenici prestigiosi senza rinunciare alla ricerca formale. È il caso, per esempio, di due film inseriti nel Concorso Cineasti del Presente, “September Afternoon” e “Hanabi”. Il primo, del tedesco Nicolaas Schmidt, in meno di 80 minuti racconta, senza alcun dialogo, le peripezie quasi apocalittiche di una famiglia alle prese con le bizzarrie della natura durante l’ultimo bagno al mare della stagione; il secondo, della brasiliana Ana Vaz, rielabora attraverso dieci anni di riprese il diario di Yoko Hayasuke sul lascito dello tsunami e del disastro nucleare in Giappone. Oppure “Afterlives”, orgoglioso rappresentante di una nuova forma di documentario, il desktop documentary, attraverso cui l’autore Kevin B. Lee indaga l’eredità involontaria e pericolosa delle immagini iperviolente dei filmati dell’ISIS nei database dell’intelligenza artificiale generativa accessibili a chiunque.
Documentari, le perle di Locarno
Da quando il direttore artistico Nazzaro è al comando la qualità dei documentari selezionati nelle diverse sezioni ha fatto un deciso salto di qualità. La conferma più luminosa di quest’edizione sono i due riconoscimenti – Pardo d’Oro Cineasti del Presente e Miglior Opera Prima – assegnati ad Alessandra Sanguinetti per il visionario “The Illusion of an Everlasting Summer”, che riprende la struttura di “Boyhood” di Linklater seguendo per 25 anni due amiche cresciute nelle pampas, dall’infanzia ad oggi. Un film a tratti faticoso ma profondamente commovente. Ha emozionato anche “Blossoming” della polacca Kamila Serwicka, nella Semaine de la Critique: un ritratto duro e poetico dell’inferno domestico vissuto dalla regista, dalle due sorelle e dalla madre, vittime della violenza psicologica del padre. Un percorso traumatico e salvifico, accolto al termine della prima proiezione da una lunga standing ovation che ha fatto commuovere la regista. Un’annata d’oro per il documentario locarnese, arricchita da tanti titoli con visioni originali e interessanti tra cui il già citato “Hanabi” e, non da ultimo, “Transition”, struggente lettera d’amore in bianco e nero alla Berlino che non c’è più del compianto grande documentarista Thomas Heise, andatosene proprio durante le riprese.
Gli altri vincitori
Lo si aspettava sin dall’annuncio nel Concorso Internazionale e non ha decisamente deluso: Hong Sang-soo, con la sua ultima e meravigliosa opera “Nowhere to Lay My Eyes”, si è portato a casa il Pardo per la Miglior Regia e quello per la Miglior Interpretazione, assegnato alla protagonista Kim Minhee, al centro di una sorta di reunion familiare in un film difficilmente etichettabile, girato in soli sei giorni sull’isola di Jeju. Il Premio Speciale della Giuria è andato a “The Riverbank” di Matheus Farias ed Enock Carvalho, co-produzione Brasile-Germania, mentre Monica Bellucci ha conquistato a sorpresa l’altro Pardo per la Miglior Interpretazione per “Ketticè” di Giovanni Tortorici. Tra le giovani promesse dei Cineasti del Presente, la giuria ha premiato “At Night” di Beatrice Gibson per la Miglior Regia Emergente, mentre “Revolutionaries Never Die” di Mohanad Yaqubi si è distinto per l’impressionante lavoro di montaggio su immagini d’archivio e materiali della Resistenza nel Medio Oriente della grande regista libanese Jocelyne Saab. Ma è soprattutto “Ego Reach We All (Our Time Will Come)” di Amartei Armar a sorprendere: un film ghanese che racconta le vite di un gruppo di ragazzi senza casa per le strade di Accra con una regia fresca, dinamica e intensa, libera da quell’ingenuità che spesso affiora in opere analoghe di giovani cineasti africani.
Autoelogio della neutralità svizzera
Chi era a Locarno spesso nei giorni del festival si è imbattuto in un manifesto a fondo bianco: una scritta nera recitava “NO alla guerra”, una rossa “Sì alla neutralità della Svizzera”. Il fascino, tutt’altro che discreto, del ripudio dichiarato della guerra ha da sempre ripercussioni in molti ambiti della società elvetica, Cinema compreso. Gli svizzeri hanno accolto, più di altri, le vittime dei Balcani e, anche grazie alla loro tradizione di neutralità, vantano da anni una fiorente attività documentaristica di carattere geopolitico. Quest’anno ne hanno presentati tre di particolare rilievo.
Il primo è stato realizzato da Dino Hodic, esule arrivato in Svizzera con la famiglia all’età di quattro anni e tornato a Srebrenica per girare “Nessuno vi farà del Male”, finanziato dalla televisione di Stato. Il titolo riprende la frase che spesso si sente nei video girati prima della carneficina. Nel tentativo di ricostruire la propria identità familiare Hodic intreccia la sua storia con quella di Hasan, uno dei pochi sopravvissuti che, oltre a mostrare materiale inedito da lui stesso girato in quei giorni, racconta dei venti chilometri percorsi con il fratello morto sulle spalle pur di dargli una degna sepoltura. Scoprirà poi di essere stato ripreso, grazie alle immagini acquisite dalla Corte internazionale per formulare accuse circostanziate. Toccante, a dir poco. La Sala ha sussultato, Dino è salito sul palco a raccogliere gli applausi e poi si è usciti in silenzio.
Nel secondo caso, uno dei principali documentaristi elvetici, Nicolas Waldinoff, ci ha accompagnati in un lato meno conosciuto della tragedia di Gaza con “Who Is Still Alive”. Nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre ad alcuni abitanti più abbienti veniva offerta, previo grosso esborso, la possibilità di lasciare la Striscia attraverso Rafah, passaggio che sarebbe stato poi chiuso. Ad una sola condizione: non poter portare via nulla. Un’ora, forse due, per mettere la propria vita in valigia. Per sempre. Waldinoff ne raduna alcuni in uno studio in Austria, dove, in una sorta di kammerspiel, ognuno racconta a turno la propria parte di Striscia, che il regista divide e ricostruisce simbolicamente in quattro sezioni disegnate sul pavimento. Di tanto in tanto scorrono le immagini televisive e qualcuno assiste ammutolito dopo aver riconosciuto la propria casa, abitata per anni, rasa al suolo in pochi secondi. Tutti sanno che il palazzo del Pasha, simbolo dell’impero ottomano che ha controllato la zona per secoli, non verrà probabilmente mai ricostruito, così come le loro case, le loro scuole. Resta il mare: quello, a differenza di tutto il resto, sopravviverà. Inevitabile, a questo punto, la candidatura svizzera all’Oscar internazionale.
Red and Black - La sinistra hollywoodiana e la lista nera
La potente retrospettiva sui film censurati dal maccartismo ha riportato alla luce una cinquantina di film: nessuno è lì per caso, anche se il nesso con quel periodo spesso va scovato. “Crossfire” (1947), diretto da Edward Dmytryk, è il primo film prodotto negli Stati Uniti ad affrontare apertamente il tema dell’antisemitismo. Il commissario di origine irlandese, ultimo gradino della scala sociale prima dell’arrivo degli italiani, spiega ai suoi sottoposti che nella società americana si può morire anche soltanto per ciò che si è, e non per ciò che si è fatto.
“The Young One” è invece una delle opere realizzate da Luis Buñuel durante il suo periodo messicano, dopo la fuga dalla Spagna franchista. Don Luis? Cosa c’entra con il maccartismo? Poco, in realtà. La vittima, in questo caso, è lo sceneggiatore Hugo Butler, uno degli “Hollywood Ten”, il gruppo di professionisti che finirono in carcere per essersi rifiutati di collaborare con la Commissione per le attività antiamericane e di fare i nomi dei colleghi, come invece fece Elia Kazan. Mezzi limitati, molta creatività, pochissimo successo.
Da un classico del cinema surrealista a un film che sfiora il grottesco: “Native Son” di Pierre Chenal nasce dal romanzo del 1940 dell’afroamericano Richard Wright, comunista dichiarato e poi disilluso e autore di un’opera controversa, pubblicata postuma in Italia con il titolo “Paura” e prima detestata, poi riabilitata da James Baldwin. Un giovane degli slums trova lavoro presso una famiglia benestante e finisce coinvolto in una tragedia: una storia che nel 1951 si vorrebbe portare sullo schermo.
Problema numero uno: nessuno degli Studios lo vuole. Un protagonista nero, se non trattato in chiave grottesca, è ancora difficilmente concepibile dal cinema americano. Si decide allora di girarlo in Argentina, all’epoca sotto sanzioni statunitensi durante il peronismo, ricostruendo Chicago attraverso fondali fotografici. Ma nessun regista americano vuole metterci la firma: il tema è troppo scottante. Si chiama allora il francese Pierre Chenal, ebreo, sfuggito ai nazisti e riparato in Sudamerica. Resta un altro problema: nessun attore nero accetta il ruolo del protagonista. Wright, vista la malparata, decide di interpretarlo personalmente, ringiovanendosi sullo schermo di una ventina d’anni. Il risultato è tutt’altro che memorabile, ma il film ha comunque un’importanza storica notevole: è il primo film americano a entrare davvero in un ghetto e a mostrarne la realtà. Poi, per circa vent’anni, il cinema americano tornerà a farlo solo raramente. Gli Stati Uniti “consiglieranno” infine all’Italia di non distribuire il film. Consiglio accolto.