Introduzione
Il Locarno Film Festival 2026, in programma dal 5 al 15 agosto, svela la selezione ufficiale della 79ª edizione: 233 opere, 103 prime mondiali e un cartellone che unisce Piazza Grande, Concorso internazionale e nuove voci. Tra i titoli più attesi ci sono i film di James Gray, Olivia Wilde, Dario Albertini e Petra Volpe, con Isabelle Huppert tra i volti più attesi di Piazza Grande. In concorso anche Salvatore Mereu, Giovanni Tortorici, Hong Sangsoo e Denis Côté. Spazio agli omaggi a Darren Aronofsky, Isabella Rossellini, Asia Argento e Rick Baker, oltre alla retrospettiva sulla Hollywood Blacklist americana.
Quello che devi sapere
Locarno Film Festival 2026, il programma
C’è sempre qualcosa di felicemente anomalo in Locarno. Un festival capace di stare in bilico tra la festa popolare e la ricerca più ostinata, tra il piacere quasi infantile dello schermo gigantesco sotto le stelle e la vertigine di un cinema che continua a interrogare il presente senza chiedere il permesso. La 79ª edizione del Locarno Film Festival, in programma dal 5 al 15 agosto 2026, conferma questa identità doppia, forse persino tripla: grande cinema per il pubblico, laboratorio per nuovi autori, archivio vivente della memoria cinematografica.
Non è poco, in un tempo in cui i festival rischiano spesso di somigliarsi, stretti tra red carpet, strategie distributive e algoritmi del desiderio. Locarno, invece, continua a difendere una propria idea di cinema: inquieta, curiosa, laterale quando serve, popolare quando vuole. Un luogo dove Piazza Grande può accogliere James Gray, Olivia Wilde, Dario Albertini e Isabelle Huppert, mentre il Concorso internazionale porta sullo schermo film da Brasile, Italia, Corea del Sud, Canada, India, Vietnam, Singapore, Romania, Svizzera e molti altri territori.
Il risultato è un programma che somiglia a un atlante: non una semplice lista di film, ma una geografia di sguardi. E, come tutti gli atlanti seri, anche questo non serve solo a indicare dove siamo. Serve soprattutto a capire dove stiamo andando.
I numeri di Locarno 2026
I dati della selezione ufficiale raccontano bene l’ampiezza dell’edizione 2026. In programma ci sono 233 opere, tra 151 lungometraggi, 81 cortometraggi e una serie. Le prime mondiali sono 103, le prime internazionali 8. Le iscrizioni complessive sono state 7759, con una crescita del 21,75% rispetto al 2025. Numeri importanti, certo, ma non basta contare i film per capire un festival. Altrimenti basterebbe un foglio Excel e saremmo tutti direttori artistici, che Dio ce ne scampi.
Quello che colpisce, nel programma di Locarno 2026, è piuttosto la volontà di tenere insieme dimensioni diverse: il cinema d’autore più riconoscibile, le nuove voci, la produzione svizzera, i film per il pubblico giovane, le opere fuori concorso, gli omaggi ai maestri e una retrospettiva dalla temperatura politica altissima. In questo senso, la 79ª edizione sembra muoversi dentro la linea evocata dal direttore artistico Giona A. Nazzaro, che nella cartella stampa parla del cinema come di una “difesa ultima del mondo” e di un “laboratorio di speranza”. Non una speranza consolatoria, ma una forma di resistenza dello sguardo.
Piazza Grande, il cuore popolare del Locarno Film Festival
Il centro simbolico resta naturalmente Piazza Grande, uno dei luoghi più riconoscibili del cinema mondiale. Qui il festival diventa rito collettivo, esperienza condivisa, liturgia laica del buio che arriva lentamente e di migliaia di occhi puntati nella stessa direzione. È il punto in cui Locarno smette di essere soltanto una rassegna e diventa immagine: la piazza, lo schermo, la notte, il Pardo che veglia come un animale elegante e un po’ selvatico.
Il programma di Piazza Grande si apre con Les yeux verts di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh, presentato in prima mondiale. Il giorno successivo arriva uno dei titoli italiani più attesi, Armony di Dario Albertini, con Valerio Mastandrea, Asia Argento, Clara Tramontano, Pamela Schettino e Ornella Muti. Una presenza significativa, anche perché colloca il cinema italiano nel cuore più visibile e popolare della manifestazione.
Tra i titoli più forti della Piazza ci sono poi The Invite di Olivia Wilde, con Seth Rogen, Penélope Cruz ed Edward Norton, Paper Tiger di James Gray, con Adam Driver, Scarlett Johansson e Miles Teller, e Frank & Louis di Petra Volpe, produzione svizzera e britannica con Kingsley Ben-Adir, Rob Morgan, René Pérez Joglar, Rosalind Eleazar e Indira Varma.
Il cartellone accoglie anche Congo Boy di Rafiki Fariala, Down the Arm of God di Peter Brunner, Il cileno di Sergio Castro-San Martín, coproduzione tra Italia, Cile e Svizzera, Demain je tombe amoureux di Martin Provost, con Fabrice Luchini, Emmanuelle Devos, Chiara Mastroianni e Carole Bouquet, e Ni vue, ni connue di Marc Fitoussi, con Isabelle Huppert, Sandrine Kiberlain, Anne Marivin, Emmanuelle Bercot, Ana Girardot e Diane Kruger.
Da Lynch a Scorsese, i classici tornano in Piazza
Accanto alle novità, Piazza Grande ospita anche alcuni ritorni di peso. Nel programma figurano Wild at Heart di David Lynch, Dances with Wolves di Kevin Costner e Taxi Driver di Martin Scorsese. Tre film diversissimi, eppure accomunati da una capacità rara: continuare a produrre senso anche fuori dal loro tempo.
La scelta non ha l’aria della nostalgia da cineteca con il centrino ricamato. A Locarno, i classici non vengono lucidati come argenteria di famiglia: vengono rimessi al mondo. Wild at Heart riporta in Piazza la febbre visionaria di Lynch, il melodramma come allucinazione rock. Dances with Wolves ripropone il grande racconto epico americano, con tutte le sue ambizioni e contraddizioni. Taxi Driver, poi, non ha quasi bisogno di presentazioni: più che un film, è una ferita al neon, una discesa nella solitudine urbana che continua a parlare anche a chi non era nato quando Travis Bickle attraversava New York come un fantasma sporco di rabbia.
In una sezione pensata per il grande pubblico, questi titoli ricordano che il cinema popolare può essere anche disturbante, politico, scomodo. Insomma, non solo applausi sotto le stelle. Ogni tanto anche qualche brivido lungo la schiena, che male non fa.
Il Concorso internazionale, una mappa del cinema contemporaneo
Il Concorso internazionale di Locarno 2026 propone 17 film, tutti in prima mondiale. È qui che il festival esibisce con più nettezza la sua vocazione di scoperta e di attraversamento del mondo. Il cinema italiano è rappresentato da Alberi erranti di Salvatore Mereu, con Romeo Perrone, Giulia Maenza, Lorenzo Richelmy, Lupo Barbiero ed Edoardo Raiola, e da Ketticè di Giovanni Tortorici, con Salvatore Gallina, Rachele Testagrossa e Monica Bellucci.
Ma il concorso è soprattutto un mosaico internazionale. Ci sono A margem do rio di Matheus Farias ed Enock Carvalho, dal Brasile; Brave New Love di Maria Bäck, coproduzione tra Danimarca, Svezia e Grecia; D’ici là di Sarah Leonor, dalla Francia; I Rarely Wake Up Dreaming di Isabelle Stever, tra Germania e Ucraina; Lejos de los árboles di Meritxell Colell Aparicio, tra Spagna, Perù e Italia; Manhunt di Wayne Wapeemukwa, dal Canada; Nu e locul tau aici di Florin Șerban, dalla Romania.
Tra i nomi più attesi c’è anche Hong Sangsoo, presente con Nun dul dega eomne, titolo internazionale Nowhere to Lay My Eyes, con Kim Minhee, Choi Myeonggil, Kwon Haehyo, Shin Seokho e Park Miso. Completano il concorso O Jacaré di Basil Da Cunha, Objet A di Ann Oren, Princesa burro di Cristóbal León e Joaquín Cociña, Rehmat di Gurvinder Singh, The House on the Moon di Nelson Yeo, Thính giác di Lê Bảo e Violence du corps de l’autre di Denis Côté.
È una selezione che non cerca l’effetto vetrina, ma la frizione. Film che arrivano da continenti, lingue e immaginari diversi, e che sembrano condividere una domanda: come si racconta il mondo quando il mondo sembra farsi ogni giorno più difficile da abitare?
Gli italiani a Locarno 2026
a presenza italiana attraversa varie sezioni del festival. In Piazza Grande ci sono Armony di Dario Albertini e Il cileno di Sergio Castro-San Martín, coproduzione tra Italia, Cile e Svizzera con Sara Serraiocco, Gaetano Bruno e Lorenzo Richelmy nel cast. Nel Concorso internazionale, come detto, figurano Alberi erranti di Salvatore Mereu e Ketticè di Giovanni Tortorici.
Fuori concorso arriva invece Marco Bellocchio: la porta della realtà di Fabio Lovino, presentato in prima mondiale. Il titolo è già un programma: Bellocchio come soglia, come corpo cinematografico che attraversa decenni di storia italiana, trasformando famiglia, potere, desiderio, politica e fantasmi privati in materia incandescente.
Non mancano i titoli rivolti al pubblico più giovane. Nei Locarno Kids Screenings troviamo L’estate che finì due volte di Matteo Incollu e Cercatori d’angeli di Leopoldo Pescatore, quest’ultimo coproduzione tra Italia e Svizzera. Nei Pardi di Domani compare anche Mutrion di Marco Cavazzin, nel Concorso internazionale dei corti.
La fotografia è interessante perché non restituisce un’Italia compatta, ma plurale: autori affermati, nuove generazioni, coproduzioni, documentario, cinema per ragazzi, cortometraggio. Non il solito “pacchetto Italia”, insomma. Piuttosto un arcipelago. E gli arcipelaghi, se li navighi bene, sono molto più interessanti delle cartoline.
Cineasti del Presente, il cinema che non si lascia addomesticare
Il Concorso Cineasti del Presente è una delle sezioni più identitarie di Locarno. Qui il festival guarda alle nuove traiettorie del cinema contemporaneo, alle forme instabili, ai film che magari non hanno ancora il passo rassicurante delle opere “già pronte per il mercato”, ma possiedono quella vibrazione rara delle cose che stanno nascendo.
Nel programma figurano At Night di Beatrice Gibson, Demony di Natalka Vorozhbyt, Destroy All Girls di Erin Vassilopoulos, Ego Reach We All di Amartei Armar, Hanabi di Ana Vaz, La ilusión de un verano sin fin di Alessandra Sanguinetti, L’estive di Naël Khleifi, Los días libres di Lucila Mariani, Magic Atlas di Sun Xun, Morgen vor langer Zeit di Luise Donschen, Revolutionaries Never Die di Mohanad Yaqubi, September Afternoon di Nicolaas Schmidt, Small Talk di Mateo Ybarra, Tear Gas di Uta Beria e Todos mis viajes son viajes de regreso di Manuel Ponce de León.
Già dai titoli si avverte un programma attraversato da notti, ritorni, rivoluzioni, gas lacrimogeni, estati infinite e conversazioni minime. È il cinema come sismografo, non come soprammobile. E Locarno, quando funziona, è esattamente questo: un luogo dove le scosse non vengono nascoste sotto il tappeto.
Pardi di Domani, il vivaio internazionale del Festival
La sezione Pardi di Domani allarga ulteriormente il campo. Divisa tra Concorso Corti d’Autore, Concorso Internazionale e Concorso Nazionale, accoglie opere brevi da Iran, Francia, Nepal, Cina, Regno Unito, Afghanistan, Qatar, Egitto, Venezuela, Indonesia, Canada, Taiwan, Svizzera e molti altri paesi.
Tra i titoli del Concorso Corti d’Autore ci sono Ãsheghetam di Filmsaaz, Elegy for the Forgotten, on an Endless War di Bani Khoshnoudi, Private Property di Deepak Rauniyar, The Blessing di Caroline Poggi e Jonathan Vinel, The God That Destroys di Jyoti Mistry e The Wind, One Brilliant Day di Ben Rivers.
Nel Concorso Internazionale spiccano, tra gli altri, Another Day in the Metal Box di Gleb Feldman, Forgotten Spaceman di Elham Ehsas, Khufu di Mahmoud Assi, Mutrion di Marco Cavazzin, No tengo boca, aun así debo gritar di Diego Andrés Murillo ed Eduardo Andrés Díaz, The Architect Who Built His Own Collapse di Chun Tien Chen e Yek rooz-e Shirin di Omid Abdollahi.
Locarno Kids Screenings e Fuori Concorso
Il programma di Locarno Kids Screenings conferma l’attenzione del festival verso il pubblico giovane, ma senza trattarlo come una platea minore. In selezione ci sono Derborence le temps des animaux di Vincent Chabloz, If Luck Will Come di Camille Bildsøe, L’estate che finì due volte di Matteo Incollu, Los nuevos di Rodrigo Plá, Mu-ki-ra di Estefanía Piñeres Duque, New York, Miriam et moi di Rémy Schaepman e Léahn Vivier-Chapas, Paradeisa di Marleen Valien e Cercatori d’angeli di Leopoldo Pescatore. Tra gli appuntamenti speciali figura anche Carmen, l’oiseau rebelle di Sébastien Laudenbach.
Il Fuori Concorso propone invece un territorio più libero e composito. Tra i titoli figurano Ah que le bonheur est proche! di François-Christophe Marzal, Atcha Atcha di Mamadou Dia, Bakma di Abdelhamid Bouchnak, Bloody Tennis di Nikias Chryssos, Bruton di Vincent Grashaw, la serie Der Engelmacher di Marina Klauser, Guerrilha no asfalto di Edgar Pêra, Roma elastica di Bertrand Mandico, Seize moments de ma vie di Albert Serra, Sundown di Rebekah McKendry, Übergang di Peter Badel e Chris Wright e il corto Tombe des rêves di F.J. Ossang.
Anche qui, Locarno mostra il suo gusto per l’ibrido: serie, corti, cinema d’autore, visioni oblique, nomi radicali. Una zona franca, dove il programma può permettersi qualche deviazione. E spesso sono proprio le deviazioni, al cinema, a portare nei posti migliori.
Darren Aronofsky, Isabella Rossellini e Asia Argento tra gli omaggi
La sezione Histoire(s) du Cinéma è tra i capitoli più ricchi della 79ª edizione. Il Pardo d’Onore, presentato da Manor, va a Darren Aronofsky, accompagnato dalle proiezioni di Mother! e The Fountain. Un riconoscimento che celebra un autore capace di trasformare il corpo, la fede, l’ossessione, la maternità, il sacrificio e la creazione artistica in cinema febbrile, spesso divisivo, sempre riconoscibile.
Il Leopard Club Award va a Virginie Efira, con la proiezione di Soudain di Ryūsuke Hamaguchi. Il Raimondo Rezzonico Award viene assegnato a Sigurjón “Joni” Sighvatsson, mentre il Vision Award, presentato da Ticinomoda, celebra Rick Baker, maestro degli effetti speciali e del make-up cinematografico, con An American Werewolf in London e The Nutty Professor.
A Isabella Rossellini va l’Excellence Award, accompagnato da una selezione dei suoi cortometraggi, da Green Porno a Seduce Me, fino a Mammas e My Dad Is 100 Years Old di Guy Maddin. Infine, Asia Argento riceve il Life Achievement Award, con la proiezione di La muerte no tiene dueño di Jorge Thielen Armand.
È un parterre eterogeneo e molto locarnese: Aronofsky e Rossellini, Rick Baker e Asia Argento, Hamaguchi e Corman, Takahata e Deodato, Buster Keaton e Tinto Brass. Un pantheon non ordinato per buone maniere, ma per intensità di immaginario.
Da Buster Keaton a Takahata, la memoria del cinema
Sempre in Histoire(s) du Cinéma, il festival propone un cine-concerto inaugurale con The General di Buster Keaton e Clyde Bruckman, capolavoro del 1926. Ci sono poi gli omaggi a Roger Corman, con Frankenstein Unbound, e a Isao Takahata, con Grave of the Fireflies. Nel programma anche Kaddu Beykat di Safi Faye per Locarno Heritage, Geister und Gäste e Sirenen-Eiland di Isa Hesse-Rabinovitch per il Cinéma Suisse Redécouvert, oltre a Inferno in diretta di Ruggero Deodato e Yankee di Tinto Brass.
È una costellazione volutamente irregolare. Keaton e Takahata, Corman e Deodato, Rossellini e Baker: il cinema come arte nobile e impurissima, capace di passare dal muto all’animazione, dall’exploitation al saggio autobiografico, dal trucco prostetico alla poesia del trauma. Locarno non separa troppo. E fa bene. Perché il cinema, quando è vivo, non ama gli scaffali ordinati
La retrospettiva sulla Hollywood Blacklist
Uno dei momenti più politici del programma è la retrospettiva dedicata alla Hollywood Blacklist, la lista nera che segnò una delle pagine più oscure della storia del cinema americano. Il percorso comprende film, documentari e materiali d’epoca: A King in New York di Charles Chaplin, Body and Soul di Robert Rossen, Crossfire di Edward Dmytryk, Force of Evil di Abraham Polonsky, High Noon di Fred Zinnemann, On the Waterfront di Elia Kazan, Salt of the Earth di Herbert J. Biberman, Red Hollywood di Thom Andersen e Noël Burch, The Front di Martin Ritt, The Hollywood Ten di John Berry.
In programma anche due prime mondiali documentarie: Dangerous Citizen: The Life and Times of Abraham Polonsky di Steven C. Smith e La liste noire d’Hollywood: par ceux qui l’ont vécue di Marie-Dominique Montel e Christopher Jones.
La retrospettiva non è soltanto un omaggio storico. È un gesto che parla al presente. La censura, il sospetto, la reputazione distrutta, la paura dell’eresia ideologica, il conformismo come strumento di sopravvivenza: sono temi che non appartengono solo agli anni del maccartismo. Cambiano le forme, cambiano le piattaforme, cambiano le parole d’ordine, ma il meccanismo del controllo culturale tende sempre a reinventarsi. Locarno sceglie quindi di guardare indietro per fare una domanda molto contemporanea: che cosa succede quando un’industria smette di tutelare gli artisti e comincia a temerli?
Open Doors, Semaine de la Critique e Panorama Suisse
Il programma si allarga anche con gli Open Doors Screenings, dedicati a cinematografie e territori spesso meno visibili nei circuiti internazionali. Tra i lungometraggi figurano Barni di Mohammed Sheikh, Catcher di Derhwa Kasunzu, Cotton Queen di Suzannah Mirghani, Crocodile di The Critics e Pietra Brettkelly, Diya di Achille Ronaimou, Katanga la danse des scorpions di Dani Kouyaté, La kora de mon père di Ayeman Aymar Esse e O Profeta di Ique Langa.
La Semaine de la Critique propone titoli come A teraz wiosna di Kamila Serwicka, As Light as Air di Umair Bilal, Concrete Land di Asmahan Bkerat, Gabin di Maxence Voiseux, Los vencedores di Pablo Aparo, Petrolheads di Emil Langballe e Seul le serpent sait di Olivier Séror e Martin Verdet.
C’è poi Panorama Suisse, con opere come À bras-le-corps di Marie-Elsa Sgualdo, Elephants & Squirrels di Gregor Brändli, I Love You, I Leave You di Moris Freiburghaus, Las corrientes di Milagros Mumenthaler, Memory of Princess Mumbi di Damien Hauser, Nessuno vi farà del male di Dino Hodic, Qui vit encore di Nicolas Wadimoff e Tristan Forever di Tobias Nölle e Loran Bonnardot.
Queste sezioni confermano l’idea di Locarno come festival poroso: non una fortezza del gusto, ma un sistema di passaggi. Cinema svizzero, cinema africano, cinema documentario, opere prime, corti, film di ricerca. Tutto concorre a disegnare un panorama meno prevedibile del solito.
Un festival tra scoperta, memoria e inquietudine
Il Locarno Film Festival 2026 si annuncia dunque come un’edizione ampia, stratificata, attraversata da star internazionali, grandi autori, nuove voci e ritorni nella storia del cinema. La 79ª edizione non cerca una sola identità, e forse è questa la sua forza. È festival di Piazza e festival di concorso, festival di memoria e festival di scoperta, festival per cinefili e per spettatori curiosi, festival di premi e di fantasmi.
Da James Gray a Olivia Wilde, da Hong Sangsoo a Denis Côté, da Darren Aronofsky a Isabella Rossellini, da Asia Argento a Rick Baker, da Buster Keaton alla Hollywood Blacklist, Locarno 2026 costruisce un programma che non si limita a mostrare film. Prova a rimettere in relazione il cinema con il mondo, cioè con ciò che ci riguarda anche quando preferiremmo guardare altrove.
E forse è proprio qui che il Pardo continua a essere necessario: nella sua capacità di tenere insieme piacere e pensiero, festa e inquietudine, scoperta e memoria. Locarno non accarezza soltanto il cinema. Ogni tanto lo graffia. E, come spesso accade con i graffi, è lì che resta il segno.