Abbandonando il Paradiso, la recensione: la favola nera post-atomica di Genc Përmeti
Cinema
Sessant'anni dopo l'apocalisse nucleare, il piccolo Niko e il nonno Leksi difendono una zona industriale in rovina, convinti che sia un paradiso. L'opera prima di Genc Përmeti, coproduzione tra Albania, Polonia, Italia e Kosovo presentata al Bif&st di Bari e prodotta con LA LUNA di Amedeo Pagani, è una favola nera sulla manipolazione e sui muri, con Kristaq Pilo, Agata Buzek e Daniel Olbrychski. Le musiche sono firmate da Andrea Guerra. Il film è nelle sale dal 1° luglio, distribuito da Enjoy Movies. La recensione
«La mente è luogo a se stessa, e in sé può fare del Paradiso un Inferno, dell'Inferno un Paradiso». Sono i versi che John Milton affida a Lucifero nel Paradiso perduto, e chissà che non li mastichi, financo senza saperlo, Leksi, il vecchio patriarca di Abbandonando il Paradiso. D'altronde, sul set del film aleggiava una Sarabanda di Händel: non un vezzo da cinefili, ché durante le riprese Genc Përmeti ha fatto installare tra le rovine degli altoparlanti che diffondevano musica barocca, Händel, per l'appunto, e il Cum Dederit di Vivaldi, così da accordare il passo degli attori e della macchina da presa a un ritmo lento, liturgico, quasi processionale. Sicché il primo lungometraggio di finzione del regista albanese, presentato al Bif&st di Bari e nelle sale italiane dal 1° luglio con Enjoy Movies, si muove come un adagio eseguito sulle macerie del mondo. In fondo, il paradiso del titolo è una menzogna. E le menzogne, si sa, esigono sovente una colonna sonora solenne.
Abbandonando il Paradiso, la trama: un Eden di ruggine
Sessant'anni dopo un'apocalisse nucleare, un pugno di sopravvissuti si spartisce una zona industriale devastata. Tra loro c'è Niko (Nikolla Prendi), dieci anni, nato tra i capannoni e cresciuto dal nonno Leksi (Kristaq Pilo), il quale considera quel fazzoletto di ruggine un luogo prospero, un giardino dell'Eden da difendere con le unghie e con i denti dagli avversari acquartierati al di là dell'area ferroviaria, capitanati dal suo nemico giurato Fiqo (Ksawery Szlenkier). Niko è stato allevato a pane e odio, convinto che quelli dell'altra parte abbiano ucciso i suoi genitori, tant'è che lo scontro con il bambino della fazione rivale finisce per mettere in pericolo la vita di entrambi. Poi, un giorno, nella zona arriva Xeni (Daniel Olbrychski), un nomade errante, con la sua famiglia. E le parole di questo novello pifferaio magico, parimenti a un grimaldello, cominciano a scardinare le certezze del ragazzino: i confini eretti da Leksi e da Fiqo non proteggono un paradiso, ma recintano una prigione. Quando il vecchio si accorge che la propria autorità vacilla agli occhi del nipote, mostra la sua vera natura, fino al rapimento del piccolo avversario. Saranno proprio i due bambini, conosciutisi in virtù di quel sequestro, a capire di essere più vicini tra loro di quanto lo siano mai stati i loro anziani.
Una metafora della dittatura (e di tutti i muri)
Nelle note di regia, Përmeti, cresciuto nell'Albania totalitaria che dal 1944 al 1991 si dipingeva come il paese più prospero del mondo, un faro circondato da nemici assetati della sua felicità, non fa mistero della matrice autobiografica del racconto. La sua favola post-atomica è una parabola sul rischio che corre ogni società quando i governanti agitano lo spauracchio del nemico esterno per tenere in pugno il popolo, innalzando muri che regalano alle persone l'illusione di abitare un Eden assediato (e chissà se il buon George Orwell, dal suo scranno celeste, non riconoscerebbe nel vecchio Leksi un Grande Fratello in sedicesimo). Il patriarca livoroso e manipolatore incarna i tratti della dittatura di ieri e degli autocrati di oggi, eredi di quei conflitti che, pochi decenni or sono, hanno lasciato i Balcani con le ossa rotte e la morale in frantumi. Eppure il film non è un pamphlet: è una storia di sguardi, di silenzi, di tempo dilatato. Perché in questo mondo svuotato, dove si fatica a trovare cibo e riparo, l'unica cosa che abbonda è il tempo. E il conflitto, suggerisce amaramente il regista, diventa un modo come un altro per dargli un senso.
Genc Përmeti, il barocco tra le macerie
Pittore di formazione (si è laureato all'Accademia d'Arte di Tirana), sceneggiatore e produttore di lungo corso (suoi, tra gli altri, il documentario La Nave Dolce di Daniele Vicari, Premio della Critica a Venezia nel 2012, e la prima coproduzione albanese-serba Honeymoons di Goran Paskaljevic), Përmeti esordisce nella finzione con un rigore da veterano. Il film è stato girato tra le rovine di un impianto per la lavorazione del rame degli anni Settanta, nel nord dell'Albania, dopo che la location originaria era stata spogliata dei suoi reperti di archeologia industriale. Ne è scaturita una Zona che pare uscita da Stalker di Andrej Tarkovskij: un territorio che promette la felicità e non la mantiene. Insieme al direttore della fotografia Tomasz Wierzbicki, il regista ha trascorso tre mesi sul set a sperimentare con la luce, scena per scena, per restituire l'immagine di una società che si lecca le ferite della propria follia. E la colonna sonora di Andrea Guerra, un quintetto di organo e archi che prolunga l'eco barocca respirata sul set, trasforma il ritmo rallentato del film nel riflesso di ciò che i personaggi stessi cercano: un senso, una direzione, un altrove.
Il cast: Kristaq Pilo, Agata Buzek e Daniel Olbrychski
A dare corpo e fiato a questo mondo è un cast che tiene insieme due cinematografie. Kristaq Pilo, oltre quarant'anni di teatro e cinema albanese alle spalle, si è calato in Leksi al punto che, racconta Përmeti, dopo la prima settimana di riprese parlare con l'attore significava ormai parlare con il personaggio (complice, ça va sans dire, un hotel che dalle finestre offriva la vista sulle ciminiere del set). Agata Buzek, attrice polacca passata per il cinema di Claire Denis, Agnieszka Holland e Anne Fontaine, è Nadi, mentre Daniel Olbrychski, attore prediletto di Andrzej Wajda, interprete shakespeariano e volto di due Oscar al miglior film straniero come Il tamburo di latta e Mosse pericolose, presta al nomade Xeni la gravitas di un patriarca alternativo, l'unico adulto capace di indicare una via d'uscita. Dietro la macchina da presa, a garantire il pedigree della coproduzione tra Albania, Polonia, Italia e Kosovo, c'è anche LA LUNA di Amedeo Pagani, il produttore che ha accompagnato i cammini di Theo Angelopoulos e Wong Kar-wai.
Se fosse un cocktail
Se Abbandonando il Paradiso fosse un cocktail sarebbe un Penicillin, la mistura ideata nei primi anni Duemila dal bartender australiano Sam Ross al Milk & Honey di New York: scotch blended, miele allo zenzero, succo di limone e, a galleggiare in superficie, un velo di whisky torbato che sa di fumo e di cenere. Nomen omen: un rimedio inventato per un mondo malato, dove la dolcezza del miele non cancella mai del tutto il bruciore, e ogni sorso lascia in bocca il ricordo di un incendio. Da bere lentamente, possibilmente al tramonto, mentre da qualche parte, tra le ciminiere, risuona ancora una Sarabanda. Perché lo sapeva persino Lucifero, abbandonando il suo, di Paradiso: meglio l'ignoto che una menzogna