Fiat Voluntas Dei, il libro di Stefano Cocchi su preti e prelati nel cinema italiano

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

 Stefano Cocchi pubblica per Shatter edizioni Fiat Voluntas Dei, un viaggio cronologico tra le centinaia di preti e prelati che hanno attraversato il grande schermo italiano dal 1933 al 2022. Cinque capitoli, cinque stagioni di un rapporto tutt’altro che risolto tra la settima arte e la tonaca: dal candore patriottico del Neorealismo all’attacco frontale degli anni Settanta, fino alla meta-presenza silenziosa del nuovo millennio. Un sismografo della coscienza collettiva italiana, senza gerarchie tra autori e generi

«Il prete è un individuo creduto impiccione ma che invece lo è»: la frase, autore sconosciuto, fu trovata scritta a pennarello su una colonna di fronte alla Chiesa SS.ma Trinità di Bologna, e Stefano Cocchi la sceglie come epigrafe dell’introduzione a Fiat Voluntas Dei (Shatter edizioni, 2026). Un graffito anonimo che vale più di qualsiasi sinossi. Perché il cinema italiano, in quasi novant’anni di storia, non ha mai smesso di ficcare il naso in sacrestia: e il prete, qua dentro, è il personaggio più difficile da tenere fuori campo. Impossibile ignorarlo. Impossibile fingere che sia uscito dalla stanza.

Cocchi, bolognese, classe 1972, arriva a questo volume dopo Putain de film! firmato per Dynit nel 2009, dedicato al cinema erotico francese degli anni Ottanta. Stesso metodo, altro confessionale. Lo stile è immaginifico, a tratti vertiginoso, capace di liquidare un titolo con un’immagine sola: Don Camillo e i giovani d’oggi di Mario Camerini (1972) viene giudicato con la precisione chirurgica di chi non ha intenzione di essere gentile, un film che somiglia, scrive l’autore, a un parente antipatico imbucato a un funerale. Poche parole, un ritratto definitivo.

La stessa ferocia affettuosa regge quando naviga tra titoli notissimi al grande pubblico, come Vacanze in America con Christian De Sica nei panni del celeberrimo Don Buro, e perle inclassificabili come Alcool di Augusto Tretti (1980): non c’è gerarchia, non c’è snobismo, c’è solo l’occhio di chi ha visto tutto e non si vergogna di niente. La prefazione porta la firma di Monsignor Fiorenzo Facchini, antropologo cattolico di lungo corso. Le illustrazioni di Piero Paglioriti fanno qualcosa di più che ornare il libro: gli danno un controcanto visivo, enigmatico e perturbante, come se anche la tonaca, prima ancora di diventare personaggio, dovesse passare attraverso una visione.

Cinque stagioni per quasi un secolo di sacrestie

Il libro è diviso in cinque blocchi cronologici, ciascuno con un titolo che è già un giudizio: «Candore e patriottismo» per gli anni 1933-1959, «Meschinità e servilismo» per il boom economico, «Scontro ed evoluzione» per l’attacco al regime teocratico tra il 1971 e il 1979, «Riabilitazione e nuovi Peccati» per il ventennio 1980-2000, fino a «Significanti senza evidenza» per il periodo 2000-2022. Nell’intervista che accompagna l’uscita, l’autore chiarisce il filo conduttore: siamo noi, i nostri stili di vita e la quantità di spiritualità di cui abbiamo bisogno a seconda delle epoche. Non una linea retta, dunque, ma un sismografo. E il sismografo, si sa, non mente mai.

Si parte dal prete del Neorealismo, figura quasi domestica, uno che entra in casa come un parente saggio e orienta le scelte coniugali di una nazione ancora analfabeta di benessere. Lo stesso che, sotto le bombe, diventa «ladro di bibbie e vangeli» o si ritrova «insieme a banditi e soldati», per usare le formule scelte da Cocchi nei titoli dei capitoli. È il decennio di Roma città aperta, di Paisà, del Don Camillo di Julien Duvivier: una Chiesa terragna, capace di sporcarsi le mani parimenti a un idraulico chiamato d’urgenza. Una Chiesa che nessuno, in quegli anni, si sognava di mettere sotto processo. E in questo passaggio Aldo Fabrizi meriterebbe quasi una piccola cappella laterale: perché il suo Don Pietro in Roma città aperta resta l’icona tragica del sacerdote resistente, ma la sua filmografia avrebbe poi continuato a rimettergli addosso tonache e sai, da Benvenuto, reverendo! a Fra’ Manisco cerca guai, fino al Don Amilcare di Totò contro i quattro. Fabrizi trasforma il prete in una maschera popolare italiana: burbero, carnale, misericordioso, capace di stare con un piede sull’altare e l’altro on the road

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Bersaglio e ritorno

Con il boom la figura si fa più ambigua, «tra privilegi e imbarazzo», e il capitolo che Cocchi intitola con amaro umorismo «L’amaro rider degli scandali» — dove «rider» è forma tronca e letteraria dell’infinito «ridere» — introduce una crepa che esploderà negli anni Settanta. Sicché il sacerdote da medico dell’anima diventa bersaglio, complice il Concilio Vaticano II e le rivolte studentesche. Nel capitolo «Attacco al regime teocratico» sfilano monsignori transgender, parroci infanticidi, frati corrotti tra «natiche scoperte» e diavoli da cinema di genere: L’Anticristo, L’Ossessa, Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci. Tant’è che Cocchi rifiuta con decisione ogni distinzione tra cinema d’autore e cinema popolare (ai giorni nostri, scrive, è obsoleto parlare di genere o di autore: sono le emozioni a prevalere sui limiti di budget e sull’ostracismo della critica), il che spiega perché Habemus Papam di Nanni Moretti conviva, nello stesso indice, con Concetta Licata di Mario Salieri. Cocchi non si scandalizza. Non è compito suo.

Gli anni Ottanta e Novanta portano la «riabilitazione», quel «piacevole ritorno sul piedistallo» che restituisce dignità al prete cinematografico senza più l’ingenuità delle origini. È il tempo di Francesco di Liliana Cavani, di La messa è finita di Moretti, di un sacerdozio ferito ma non più colpevolizzato. La crepa si rimargina. Non scompare.

Preti invisibili, ma non scomparsi

L’ultimo capitolo, quello sulla «meta-presenza» tra il 2000 e il 2022, è probabilmente il più originale del volume. Cocchi descrive un prete che non sparisce dal grande schermo, ma vi rimane come metafora di un passato intramontabile, citando I passi leggeri di Vittorio Rifranti come esempio di un eroe che salva il mondo di nascosto tutti i giorni. È la stessa parabola del calo delle vocazioni e delle messe domenicali, raccontata con altri mezzi: il cinema, sostiene l’autore, non è ancora pronto a farne completamente a meno, ma lo sguardo si è fatto laterale. Quasi pudico, come si converrebbe.

Sullo sfondo, la filmografia finale: centinaia di titoli in ordine alfabetico, da A ciascuno il suo a White Pop Jesus, un lavoro di schedatura certosino che da solo varrebbe la consultazione. Un archivio che dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, che il prete del grande schermo italiano non ha mai smesso di impicciarsi. Proprio come recitava il graffito di pagina uno.

Se fosse un cocktail

Si chiamerebbe L’Omissis, e avrebbe come base la Bénédictine, legata secondo la tradizione al monaco Dom Bernardo Vincelli e all’Abbazia di Fécamp nel 1510: ventisette tra erbe e spezie, la stessa sovrabbondanza barocca che Cocchi trova nei suoi preti più riusciti. Con una differenza: la ricetta della Bénédictine, si dice, è nota a tre persone in tutto il mondo; quella del clero cinematografico italiano la conoscono in troppi. Ci vorrebbe poi la spina laica di un rye whiskey, un dash di bitter al cardamomo nero affumicato, perché la confessione vera lascia sempre un retrogusto di brace, e una goccia di Chartreuse Verte a chiudere, sospesa sul ghiaccio come un’ultima reticenza: liquore la cui ricetta affonda nella tradizione certosina del manoscritto del 1605 e resta custodita da pochissimi monaci per volta. Si serve senza agitare troppo. Certe verità vanno maneggiate con la cura di un curato di campagna.

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