Ricchi...da morire - Delitti in famiglia, la recensione del film con Glen Powell
CinemaIntroduzione
Dal 17 giugno al cinema Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, dark comedy diretta da John Patton Ford con Glen Powell, Margaret Qualley ed Ed Harris. Becket Redfellow è un giovane escluso dall'immensa fortuna della propria famiglia che decide di eliminare uno dopo l'altro i sette parenti che lo separano dall'eredità. Ispirato al classico britannico Sangue blu, il film mescola satira sociale, thriller, humor nero e una riflessione sul privilegio. Powell firma una delle interpretazioni più carismatiche della sua carriera in un racconto che trasforma un serial killer nel personaggio per cui il pubblico finisce inevitabilmente a tifare.
Quello che devi sapere
Ricchi da morire, recensione: Glen Powell tra vendetta e miliardi
«La vendetta è una specie di giustizia selvaggia, che più la natura umana tende a cercarla, più la legge deve estirparla.» Lo scrisse Francis Bacon nei suoi Saggi nel 1625. Quattrocento anni dopo, Becket Redfellow si trova sul lettino del braccio della morte, indossa una mascherina da dormire, si lamenta della cheesecake sbagliata servita come ultimo pasto, e di Bacon non sa probabilmente nulla. Ma la giustizia selvaggia la conosce benissimo. L’ha praticata. Sette volte.
Ricchi…da morire – Delitti in famiglia di John Patton Ford arriva al cinema il 17 giugno con Glen Powell, Margaret Qualley ed Ed Harris. È una dark comedy spietata e brillante che ha l’impudenza di chiedervi di essere complici di un assassino seriale e la bravura di farvi dimenticare che lo state facendo. Riuscendoci quasi sempre.
C’è un antenato illustre da dichiarare subito, perché il film lo dichiara lui stesso con orgoglio: Sangue blu (Kind Hearts and Coronets), black comedy britannica del 1949 diretta da Robert Hamer, con un monumentale Alec Guinness che interpreta otto ruoli diversi, tutti membri di una dinastia aristocratica che un giovane escluso elimina metodicamente. Ford prende quella struttura, la trasferisce nell’America del privilegio contemporaneo, la carica di adrenalina e veleno, e la consegna a Glen Powell. Il risultato è uno dei film più divertenti e moralmente discutibili della stagione. Entrate in sala sapendo questo.
Trama e spiegazione: l'eredità che scatena una guerra di famiglia
Becket (Glen Powell) è cresciuto nel New Jersey. Sua madre Mary era una Redfellow, dinastia americana ricca da generazioni, il tipo di ricchezza antica e quasi gotica che porta con sé ville Tudor a Long Island, mausolei di famiglia e motti in latino incisi nella pietra d’ingresso. Quello dei Redfellow recita, libera traduzione: non dare mai una spada a un ragazzo. Whitelaw (Ed Harris), il patriarca, avrebbe dovuto ascoltare se stesso.
Mary aveva scelto l’uomo sbagliato: un violoncellista, non un milionario. Whitelaw le aveva consegnato un ultimatum biblico nella sua brutalità: il bambino o la famiglia. Lei aveva scelto il figlio. La porta della villa si era chiusa per sempre. Sul letto di morte, Mary aveva lasciato a Becket l’unica eredità che poteva: un’ossessione e un compito. Ottieni ciò che ti spetta. Non mollare.
Becket non molla. Sette parenti da eliminare prima di arrivare al patriarca. La struttura è quella di un videogioco medievale, con i boss finali sempre più potenti, solo che qui al posto delle armature ci sono elicotteri privati, megachiese evangeliche, loft hipster a Manhattan e un mausoleo di famiglia in cui il pubblico tornerà più volte nel corso del film. Il tutto raccontato in flashback dal braccio della morte, dove Becket aspetta l’iniezione letale con la nonchalance di chi aspetta un taxi.
Glen Powell è il vero motore della dark comedy
Trentasette anni, reduce da Top Gun: Maverick, Tutti tranne te e Hit Man, Glen Powell è uno di quegli attori che Hollywood produce a cicli: il leading man classico, bello e affidabile, capace di portare qualsiasi storia sulle proprie spalle senza che la fatica si veda. La stampa americana lo paragona già a Tom Cruise e a Cary Grant. Lui sorride. Sa che il paragone regge, e questo è esattamente il problema.
Becket Redfellow è il ruolo più interessante che gli sia capitato. Perché qui il carisma non è una qualità dell’attore: è la premessa drammaturgica del film. Becket uccide senza rabbia. Uccide per necessità. Compartimentalizza tutto: il pericolo, il senso di colpa, la possibilità di essere scoperto. Va avanti come se nulla fosse accaduto. Siete lì che vi aspettate il cedimento emotivo, la crepa, il momento in cui il personaggio si guarda allo specchio e non si riconosce. Non arriva. Becket si pettina, sorride, e va al prossimo appuntamento.
E voi fate il tifo per lui. Questo è il trucco. Questa è la trappola. Siete avvertiti.
Chi sono i Redfellow: ritratto feroce dei super ricchi americani
La famiglia che Becket deve eliminare è una galleria di tipi umani costruita con mano felice e cattiveria sistematica. Taylor (Raff Law), il cugino che arriva alle feste in elicottero e lancia mazzette di banconote da cento dollari sulla folla in piscina, poi si tuffa anche lui. Noah (Zach Woods), il fotografo hipster convinto di essere un artista che fotografa i senzatetto con la stessa sensibilità di chi colleziona oggetti vintage. La sua mostra è descritta dalla produzione come «uno degli aperitivi di merda a Williamsburg»: è la scena più divertente del film.
Steven (Topher Grace), pastore di una megachiesa evangelica che predica e incassa con uguale entusiasmo, suona la chitarra elettrica durante i sermoni e ha le pareti del suo ufficio tappezzate di foto con presidenti e trafficanti di vario genere. Cassandra (Bianca Amato), la filantropa che adotta bambini da tutto il mondo convinta di essere Madre Teresa, salvo poi rivelarsi qualcosa di diverso. McCarthur (Alexander Hanson), che ha scalato l’Everest, è stato in Antartide e sta per andare nello spazio, perché la ricchezza senza limiti produce inevitabilmente questo tipo di personaggio. Warren (Bill Camp), il bancario di famiglia, il più umano del lotto. Nel contesto è un complimento relativo, ma Bill Camp lo trasforma in qualcosa di più complesso di quanto il copione richiederebbe.
Ciascuno incarna una diversa relazione con il denaro. Ford non li tratta come bersagli intercambiabili: ognuno ha una logica interna, un modo specifico di essere formato dalla ricchezza fino all’osso. E ognuno, in qualche misura, si merita ciò che gli capita. Questa è la cosa più onesta e più cinica del film.
Ed Harris domina la scena nel ruolo del patriarca
Poi c’è lui. Whitelaw Redfellow. Il patriarca. L’uomo verso cui Becket risale il fiume come Willard risale il Mekong verso Kurtz in Apocalypse Now. Non a caso Ford cita Conrad e Coppola come riferimenti strutturali del film: le morti dei parenti sono i cartelli chilometrici lungo la strada, e alla fine del viaggio c’è sempre un uomo che non capisce perché dovrebbe smettere di vincere.
Ed Harris appare poco, ma si sente per tutto il film come una corrente fredda sotto la superficie. Quando finalmente i due si incontrano, Harris è esattamente quello che ci si aspetta e qualcosa in più: terrificante, iconico, con cinquant’anni di Hollywood alle spalle e nessuna intenzione di usarli come alibi. Whitelaw non ha dubbi, non ha zone grigie, non fa strizzate d’occhio al pubblico. È convinto di avere ragione. Lo è sempre stato. Harris lo interpreta con la ferocia di chi sa che i mostri più pericolosi sono quelli che si credono normali.
Margaret Qualley e Jessica Henwick: due donne, due destini
A complicare il piano di Becket ci sono due donne che avrebbero meritato, entrambe, più spazio di quanto il film conceda loro.
Julia (Margaret Qualley) appartiene alla grande tradizione della femme fatale cinematografica: bella, cinica, intelligente, abituata a trattare il proprio fascino come uno strumento di precisione. Conosce Becket da quando erano bambini e non ha mai smesso di tenerlo avvolto intorno a un dito. Qualley porta al personaggio qualcosa che non sta nel copione: una gioia autentica nel fare cose discutibili. In una scena riesce a essere contemporaneamente seducente, minacciosa e divertente. È una scena da antologia. Ce ne vorrebbero il doppio.
Ruth (Jessica Henwick) è l’opposto. Intelligente, schietta, priva di secondi fini. La ragazza giusta capitata nella storia sbagliata. Henwick porta a Ruth una qualità rara in questo tipo di cinema: sembra una persona reale in mezzo a un cast di caricature elaborate. La sua presenza è così convincente che ogni volta che appare sullo schermo si vorrebbe che il film diventasse un’altra cosa. Un film su di lei, per esempio. Un film onesto. Becket non se lo merita.
John Patton Ford riscrive il modello di Sangue blu
Ford aveva scritto questa sceneggiatura nel 2014. Prima di girarla ha dovuto costruirsi una reputazione, cosa che ha fatto con I crimini di Emily (Emily the Criminal, 2022), indie premiato e acclamato con Aubrey Plaza. È un regista che ama i personaggi ai margini del sistema, quelli che scoprono che andare per le vie dritte non porta da nessuna parte. Becket Redfellow è la versione estrema, grottesca, di questa ossessione.
Il film ha qualche incertezza nella terza parte, quando il ritmo rallenta e la dark comedy rischia di perdere il filo della propria cinica allegria. Ma la regia ha una sicurezza visiva notevole: Todd Banhazl alla fotografia costruisce un contrasto netto e quasi espressionista tra il New Jersey modesto di Becket e la sontuosità gotica dei Redfellow. La villa di Long Island, costruita dal production designer Christian Huband in otto settimane quando ne servivano dodici, è uno dei colpi di scena visivi dell’intera stagione cinematografica. Centocinque minuti ben spesi, con qualche scivolone perdonabile.
Perché Ricchi da morire conquista anche quando mette a disagio
Dostoevskij in Delitto e castigo passò quattrocentocinquanta pagine a farci capire perché Raskolnikov non avrebbe dovuto uccidere la vecchia usuraia, e perché lo aveva fatto comunque. Ford impiega novantacinque minuti a farci capire perché Becket ha ragione, anche se ha torto. È un lavoro più corto e meno profondo, ma non per questo meno efficace.
Il film chiede allo spettatore di essere complice. Non di tollerare un protagonista scomodo: di tifare per lui, di sperare che se la cavi, di godere delle sue vittorie anche quando le vittorie sono omicidi. La scommessa riesce per due terzi del percorso. Il meccanismo funziona perché i Redfellow sono costruiti in modo da non suscitare troppa pietà, e perché Powell è abbastanza bravo da renderti consapevole della trappola e abbastanza carismatico da farti non importare.
È la stessa trappola di American Psycho, di Taxi Driver, di certi capolavori della serialità televisiva: il momento in cui ti accorgi di avere approvato cose che nella vita reale non approveresti mai. Ford non spinge troppo sul pedale della colpa e il tono resta quello della commedia nera, non del dramma morale. Ma la domanda resta, dopo i titoli di coda. Fino a dove sareste disposti ad arrivare per qualcosa che ritenete vostro di diritto? Il film non risponde. Si siede al bancone, ordina da bere, e sorride
Scheda tecnica
Titolo originale: How to Make a Killing
Regia e sceneggiatura: John Patton Ford
Con: Glen Powell, Margaret Qualley, Ed Harris, Jessica Henwick, Bill Camp, Zach Woods, Topher Grace, Raff Law, Nell Williams, Bianca Amato, Alexander Hanson, Damien Wantenaar
Fotografia: Todd Banhazl
Montaggio: Harrison Hatkins
Musica: Emile Mosseri
Scenografia: Christian Huband
Costumi: Jo Katsaras
Produzione: STUDIOCANAL, Blueprint Pictures
Distribuzione Italia: Lucky Red
Al cinema dal: 17 giugno 2026
Se Ricchi da morire fosse un cocktail
Lo chiamerei The Redfellow. Bourbon americano invecchiato, un goccio di bitter al rabarbaro, un cucchiaino di sciroppo di zucchero grezzo, una scorza d’arancia bruciata sopra il bicchiere. Vecchio stile nella forma, opaco nella sostanza. Lo riceve Becket dalle mani di Warren Redfellow, lo zio interpretato da Bill Camp, unico membro della famiglia con qualcosa che somiglia a una coscienza. Sul tavolo ci sono due bicchieri old fashioned e una bottiglia ambrata. Un liquore pregiato, quasi certamente un bourbon. Warren lo apre con quella certa aria di chi sta cercando di comprare qualcosa con le buone maniere. Il regalo, dice, viene da Dick Cheney. Non si chiede come ci sia finito in cantina. Non si chiede molte cose, Warren.
È un drink che sa di espiazione a buon mercato. Elegante nel bicchiere, ambiguo nel fondo. Lo sorseggi pensando che qualcuno stia cercando di comprare il tuo perdono con del liquore pregiato, e forse ci sta riuscendo. La scorza bruciata lascia un retrogusto di fumo che non va via subito. Come certe famiglie. Come certi regali. Come la consapevolezza, al terzo sorso, di essere già dentro una storia da cui non si esce puliti.
Lo si beve in un locale dove la lista dei prezzi non è esposta. Non si chiede quanto costa: si è già deciso di pagare. Come Becket. Come voi, uscendo dal cinema.