These Must Be the Places, Camilla Sernagiotto e l'atlante oscuro del rock: la recensione
Musica
Introduzione
Dopo La maledizione del Dakota, la giornalista e scrittrice Camilla Sernagiotto torna in libreria per Arcana con These Must Be the Places. Atlante oscuro del rock, un viaggio nei luoghi in cui la musica ha incontrato il mito, la tragedia e la cronaca nera: dal Dakota Building al Chelsea Hotel, dal crocicchio di Robert Johnson al Bataclan, fino all’Abbazia di Thélema di Cefalù e agli incroci romani di Rino Gaetano e Fred Buscaglione. Tra case, hotel, studi e palchi, ogni tappa contiene indicazioni su perché, come e quando visitarla e una playlist dedicata alla visita. La recensione del libro.
Quello che devi sapere
Un atlante da leggere, ascoltare e attraversare
In principio era una canzone dei Talking Heads, This Must Be the Place (Naive Melody), anno di grazia 1983. Poi venne il film omonimo di Paolo Sorrentino, con Sean Penn nei panni di Cheyenne, rockstar in disarmo che attraversa l'America truccata di nero, simile a un fantasma in cerca di una casa. Perché la casa, suggeriva David Byrne, non è mai un indirizzo, bensì il posto dove si desidera essere. Sicché non stupisce che Camilla Sernagiotto abbia declinato quel titolo al plurale per il suo nuovo libro, These Must Be the Places. Atlante oscuro del rock, edito da Arcana (19,90 euro), in libreria dal 22 maggio. Perché i luoghi del rock non sono sfondi immobili. Assorbono ciò che vi è accaduto, conservano le tracce di chi li ha abitati e finiscono per trasformare una stanza, un marciapiede o un incrocio in frammenti di mitologia contemporanea. Tant'è che Sernagiotto li percorre come se la musica avesse lasciato sulle pareti un'impronta ancora visibile.
Dal Dakota Building alla topomastica mondiale del rock maledetto
Nata a Voghera nel 1982, giornalista, filologa medievale, autrice televisiva e scrittrice (firma per Sky TG24 e per il «Corriere della Sera»), Sernagiotto non è nuova a queste rabdomantiche esplorazioni. Nel 2022, sempre per Arcana, aveva dato alle stampe La maledizione del Dakota, dedicato al palazzo newyorchese affacciato su Central Park dove si spezzò per sempre la vita di John Lennon, volume da cui è stato tratto anche l'omonimo e fortunato podcast. Ora lo sguardo si allarga, dal singolo edificio a una cartografia internazionale del mito: Stati Uniti, Regno Unito, Europa continentale, Nord Europa, un'ampia e sorprendente sezione italiana e financo una bonus track in salsa indiana, dedicata all'ashram dei Beatles a Rishikesh e alle ombre lunghe del White Album. Sernagiotto chiarisce sin dall’inizio la natura del progetto: questa non è un’enciclopedia, ma, per l’appunto, un atlante. Capitoli brevi e agili, da consultare come una guida di viaggio anomala. Ogni luogo è inoltre accompagnato da un box pratico che spiega perché valga la pena visitarlo oggi, suggerisce come e quando raggiungerlo e propone una playlist pensata per accompagnare il percorso. Un dispositivo che trasforma il volume in una mappa da portare con sé, sospesa tra guida turistica, racconto musicale e breviario per viaggiatori inquieti. Il tutto è sorretto da un’idea antica quanto l’uomo: i luoghi trattengono le anime, si impregnano di dolore e chi vi passa accanto ne avverte ancora l’eco.
I caduti del rock, le epigrafi di Stevenson e Jagger e nonno Nino
E che il cuore del volume batta lì lo si capisce sin dalla soglia. La dedica è ai caduti del rock, tutti, nessuno escluso. Seguono due epigrafi che valgono un programma: Robert Louis Stevenson, secondo cui certi luoghi parlano con voce propria, certe vecchie case esigono i loro fantasmi e certe coste attendono soltanto la leggenda giusta; e un giovane Mick Jagger che giurava di smettere a trentatré anni, pur di non finire come Elvis a cantare a Las Vegas davanti a platee di casalinghe con la busta della spesa (com'è andata a finire, lo sappiamo). Poi, nella premessa, la pagina più intima e sorprendente. Sernagiotto confessa di non aver mai creduto all'aldilà, eppure racconta del nonno Nino, l'uomo che la iniziò alla musica suonandole al pianoforte Bella Belinda, la prima canzone della sua vita, e che si è spento proprio nella stanza di quella canzone. La notte della veglia, le luci di casa si spegnevano da sole ogni volta che si lasciava la stanza, tant'è che pareva di sentire ancora la voce di quell'uomo che per una vita aveva intimato ai nipoti di non sprecare energia. Da quella crepa nel razionale nasce l'intuizione soprannaturale che regge l'intero libro: chi ha fatto musica amandola con tutto se stesso non abbandona mai del tutto i propri luoghi, perché certe presenze, scrive l'autrice, non si spengono, e restano a illuminare chi le sa ascoltare.
Da New York alla California, tra stanze fatali e ville perturbanti
Si parte, ça va sans dire, dal Dakota Building, tempio rock e icona maledetta di New York, tra architetture da fortezza, suggestioni da Rosemary's Baby e quel maledetto Giovane Holden stretto tra le mani di Mark David Chapman. Poi il Chelsea Hotel, alveare di tragedie reali e leggende nere, e la casa della sorella a Far Rockaway, estremo rifugio in cui Phil Ochs tornò per sparire, inseguito dall'ombra di un dossier di Stato che il libro trasforma in una sorta di grimorio moderno. Quindi la California: lo Château Marmont dell'ultima festa di John Belushi, il Pink Palace immortalato sulla copertina di Hotel California, la stanza 105 del Landmark Motor Hotel dove si consumò l'ultimo respiro di Janis Joplin, la stanza numero 8 del Joshua Tree Inn di Gram Parsons, angelo caduto del country rock, il marciapiede davanti al Viper Room, dove collassò River Phoenix, le case di Marvin Gaye e di Phil Spector. E, ovviamente, la California nera di Charles Manson: 10050 Cielo Drive, la villa dei coniugi LaBianca, la dimora di Dennis Wilson dei Beach Boys e quello Spahn Ranch dove il sogno psichedelico si rovesciò in incubo
Robert Johnson, i palchi di sangue e i fantasmi d'Inghilterra
Il Sud degli Stati Uniti riporta alle origini: il crocicchio del Mississippi dove, secondo la leggenda, Robert Johnson vendette l'anima al diavolo in cambio del blues. Poi i palchi di sangue: Altamont, che seppellì gli anni Sessanta, la calca mortale al concerto degli Who a Cincinnati, il rogo della Station a West Warwick, il campo innevato tra Clear Lake e Mason City dove precipitò l'aereo di Buddy Holly, le acque gelide del lago Monona di Madison che inghiottirono Otis Redding e quasi tutti i suoi Bar-Kays. E ancora le case di Seattle segnate dalla morte, quelle di Kurt Cobain e di Layne Staley. Oltremanica, la mappa si infittisce: il Samarkand Hotel della notte fatale di Jimi Hendrix, l'appartamento londinese di Harry Nilsson dove Cass Elliot e Keith Moon morirono nello stesso letto, alla stessa età (una vertigine che nessuno sceneggiatore oserebbe), la casa di Camden Town di Amy Winehouse, che il libro battezza «l'ultimo bunker del soul tormentato», gli Abbey Road Studios, Far Leys, la casa di Nick Drake, l'abitazione di Ian Curtis, la Cotchford Farm del Sussex, dove il destino di Brian Jones incrociò la dimora di A.A. Milne, papà di Winnie the Pooh (un cortocircuito tra fiaba e maledizione), fino alla Boleskine House sul Loch Ness, dimora di Aleister Crowley e poi di Jimmy Page.
L'Italia esoterica, dalla Cefalù di Crowley agli incroci mortali
L'Europa continentale aggiunge stratificazioni: Villa Nellcôte degli eccessi dei Rolling Stones in Costa Azzurra, il tempio oscuro di Jim Morrison al 17 di rue Beautreillis, a Parigi, il Bataclan della strage del 2015, il casinò di Montreux il cui incendio ispirò Smoke on the Water. Il Nord Europa spalanca i tabernacoli neri del black metal norvegese, dal negozio Helvete all'appartamento di Euronymous, fino alla curva svedese nei pressi di Ljungby dove si spezzò la vita di Cliff Burton dei Metallica. C'è poi la strada, protagonista di un'intera sezione: dalla Route 61 dove pianse il blues di Bessie Smith al Bolan's Rock Shrine, il santuario sorto attorno al luogo in cui morì Marc Bolan, leader dei T. Rex. Ma la sezione più sorprendente, almeno per noi, è quella italiana: l'Abbazia di Thélema di Cefalù, il laboratorio nero di Crowley che il regime fascista fece chiudere e che sarebbe entrato nel lessico simbolico del rock, e poi Roma, con l'incrocio maledetto della Nomentana dove si fermò la corsa di Rino Gaetano e quello, beffardo e assurdo, che inghiottì Fred Buscaglione. La strada come destino, il caso trasformato in mito.
L'epilogo e il pellegrinaggio rock, tra memoria e devozione
A suggello del viaggio, l'epilogo compone una piccola teoria dei luoghi della memoria. Dal Dakota all'incrocio di viale Rossini, ribadisce l'autrice, non siamo davanti a semplici scenari di cronaca, bensì a punti in cui vita e morte, arte e oscurità si sono sfiorate fino a toccarsi. Sicché visitarli non ha nulla del voyeurismo: è un esercizio di memoria, storica e sentimentale insieme, davanti a quelli che il libro consacra come gli altari del nostro tempo. Di qui le pagine dedicate al pellegrinaggio rock, un turismo che non somiglia a nessun altro, fatto non di mete da cartolina ma di club, teatri, motel e abitazioni dove creazione e distruzione si sono date appuntamento; un viaggio in cui la devozione convive con l'inquietudine, una sorta di meditazione metropolitana sulla fugacità dell'esistenza e sulla tenacia del mito. Fino alla chiosa, che è quasi una dichiarazione di poetica: in questi luoghi la grandezza abita insieme alla fragilità, e per un istante la leggenda smette di essere leggenda e ridiventa vita.
Un libro che prende sul serio le leggende senza cedere al complottismo
Ed eccoci al pregio maggiore del volume. Come il cronista di L'uomo che uccise Liberty Valance di John Ford, Sernagiotto sa che quando la leggenda diventa realtà, vince la leggenda. Sicché prende sul serio voci, presenze e maledizioni di cui ci nutriamo da decenni (quanti vinili abbiamo rovinato ascoltandoli al contrario a caccia di messaggi satanici?), ma non spaccia mai le suggestioni per verità. Gioca sul filo del rasoio: un colpo al cerchio degli amanti del mistero, un colpo alla botte della ragione. I giudizi su Manson e Chapman sono netti, senza sconti; la pietas per Amy Winehouse e Nick Drake è autentica; e non c'è mai un'estetica della morte fine a sé stessa, semmai il racconto, contestualizzato con cura, di giovani uomini e donne che si sono bruciati, o che sono stati lasciati bruciare, in un'epoca in cui musica e rivoluzione parevano sinonimi. E anche quando accompagna il lettore fin davanti a quei luoghi, invita sempre a osservarli da fuori, senza cedere alla morbosa tentazione di varcarne la soglia. In fondo questi sepolcri laici si visitano come si guardano le stelle: ciò che ci arriva è la luce di astri spenti da anni, eppure l'incanto resta intatto.
Se fosse un cocktail
Sarebbe un drink inedito, da battezzare per l'occasione Il Crocicchio: bourbon del Kentucky per evocare il Sud degli Stati Uniti, mezcal affumicato come lo zolfo del patto di Robert Johnson, vermouth chinato per l'Italia esoterica di Cefalù e qualche goccia di assenzio per la Parigi di rue Beautreillis. Scorza d'arancia bruciata alla fiamma, in memoria dell'incendio del casinò di Montreux, e sul fondo del bicchiere una ciliegia nera, come le notti di Camden. Da miscelare a mezzanotte e sorseggiare a un incrocio, aspettando che qualcuno, nel buio, accordi una chitarra. Perché a ogni pagina di questo atlante i fantasmi del rock tornano a camminare tra stanze d'albergo, crocicchi e studi di registrazione. Luoghi in cui la musica non abita più, eppure continua a risuonare. Non case in cui il rock desidera essere, ma stanze da cui il mito, dopo aver incontrato la morte, non è mai riuscito ad andarsene.