Marilyn Monroe compie cent'anni e non li dimostra: la favola pop di Bruna Magi

Cinema

Il 1° giugno 2026 Marilyn Monroe avrebbe compiuto cent'anni. Bruna Magi torna sul mito della bionda più celebre del cinema con Marilyn, i miei primi cento anni (Bietti Fotogrammi #46), una vivace favola pop in cui Norma Jean non solo è viva e vegeta, ma riceve l'Oscar da Brad Pitt, diventa il 37° presidente degli Stati Uniti e risposa Joe DiMaggio all'Isola delle Femmine. Lettura brillante, sfacciatamente divertente: smonta i falsi miti e restituisce voce, neuroni e graffiante ironia a una leggenda  immortale

Una centenaria viva, vegeta e sopra le righe

«Tutto il mondo mi conosce come Marilyn Monroe, ma il mio nome reale è Norma Jean Mortensen Baker, e oggi, 1° giugno 2026, compio cent'anni.» Comincia così, con una dichiarazione d'esistenza lanciata come un guanto di sfida al lettore, Marilyn, i miei primi cento anni di Bruna Magi, uscito per la collana Bietti Fotogrammi giusto in tempo per celebrare il centenario della nascita dell'attrice più fotografata, più sognata, più studiata — e più fraintesa — del Novecento.

L'incipit ha il passo sicuro di chi sa dove vuole arrivare. E dove vuole arrivare Magi lo capite subito: in un universo parallelo in cui Marilyn non è morta quella notte del 4 agosto 196. È qui. Ha cent'anni. Ne dimostra cinquanta, grazie a «un mix di fattori, dna fortunati ma anche diete, ginnastica e volontà divina». E ha un sacco di cose da dire.

La favola pop come genere letterario, ovvero: Bruna Magi reinventa la collana

Bietti Fotogrammi — quarantasei titoli dal 2020, saggi critici, monografie, biografie, interviste, persino versioni alternative di grandi film — non aveva ancora ospitato una favola. Arriva adesso, e arriva in grande stile. Magi definisce il suo libro «una fantasia allegra e sfrenata», ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Marilyn, i miei primi cento anni è un oggetto narrativo non classificabile con precisione, un ibrido felice che mescola ucronia, autobiografia immaginaria, saggio mascherato da confessione e commedia degli equivoci storico-culturale.

La struttura è quella di un monologo in prima persona: Marilyn racconta, divaga, corregge, puntualizza, si indigna, si commuove, torna sui propri passi. I trentaquattro capitoli brevi — «Un Oscar alla leggenda», «Baci ad alto voltaggio», «La stagione kennediana», «Era tutto un Sessantotto», «Guarda che luna», «Arrivederci Joe» — hanno il ritmo di un discorso a ruota libera, come se la Monroe vi avesse invitati a sedervi accanto a lei su quel trono al Dolby Theater e avesse cominciato a parlare senza più smettere.

E che parlata.

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Presidente degli Stati Uniti, la prima donna alla Casa Bianca

Il cuore pulsante del libro è la grande ucronia politica. Su suggerimento di Joe DiMaggio, Marilyn decide di candidarsi alla Casa Bianca nel turbolento 1968 e viene eletta 37ª presidente degli Stati Uniti, diventando la prima donna a guidare il Paese.

Magi affronta questa svolta con leggerezza e ironia, senza trasformarla in un romanzo politico. La presidenza diventa piuttosto uno strumento per riflettere sul potere, sulla comunicazione e sulle contraddizioni dell'America. Tra i momenti più divertenti c'è il ritorno di Marilyn nello Studio Ovale, luogo che aveva già frequentato da amante del presidente e che ora osserva da una prospettiva completamente diversa. È uno dei tanti ribaltamenti con cui l'autrice si diverte a riscrivere la storia senza perdere di vista il carattere della sua protagonista.

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Joe DiMaggio, l'Isola delle Femmine e il fascino degli italiani

Se c'è un sentimento che attraversa il libro senza mai spegnersi, è l'amore per Joe DiMaggio e per l'Italia. Le due cose, nel racconto di Magi, finiscono quasi per coincidere. Joe è siciliano sino al midollo e attraverso di lui Marilyn scopre un Paese che la conquista definitivamente.

L'episodio dell'Isola delle Femmine è uno dei più riusciti: il luogo da cui partì la famiglia DiMaggio diventa il simbolo di una felicità ritrovata, lontana dalle luci di Hollywood e dalle ossessioni della celebrità. A fare da contrappunto c'è un'altra piccola ossessione che attraversa il libro: il rimpianto di non essere mai stata scelta da Luchino Visconti per interpretare Angelica ne Il Gattopardo. Un dettaglio che Magi trasforma in un ritornello ironico e malinconico.

La "bionditudine", le attrici che ammira (e quelle che non sopporta)

Divertente anche la galleria di attrici e icone bionde che attraversano il libro. Da Brigitte Bardot a Catherine Deneuve, passando per Meryl Streep, Kim Basinger e Sharon Stone di Basic Instinct, Marilyn osserva colleghe e rivali con uno sguardo insieme vanitoso, sarcastico e sorprendentemente lucido.

Magi costruisce queste pagine come una passeggiata attraverso la storia del cinema al femminile, filtrata dallo sguardo parzialissimo e irresistibile di una protagonista che continua a considerarsi la più grande di tutte e non vede alcun motivo per fingere il contrario.

Assai meno indulgente è invece con Oriana Fallaci, bersaglio di alcune delle battute più feroci del libro. Il ritratto che ne emerge è irriverente e rischioso, ma proprio per questo tra i più memorabili.

I mondi paralleli, l'AI e la luna

C'è anche una dimensione filosofica nel libro, che Magi introduce con tocco leggero ma persistente. La teoria dei mondi paralleli — da Auguste Blanqui a Murray Leinster — serve a Marilyn per spiegare la propria esistenza centenaria e, al tempo stesso, per ironizzare sulla «dimensione parallela sbagliata» in cui lei sarebbe morta nel 1962. L'intelligenza artificiale che al ballo del Dolby Theater riporta in vita i grandi del passato — James Dean con Elizabeth Taylor, Clark Gable con Vivien Leigh, Joe DiMaggio — è definita con affetto beffardo «scemenza artificiale». Ma è anche il meccanismo stesso del libro: la resurrezione letteraria di un mito attraverso la fantasia.

Il capitolo sulla Luna — lo sbarco dell'Apollo 11 nel luglio del 1969, pochi mesi dopo il giuramento presidenziale di Marilyn — è sorprendentemente commovente. La Monroe racconta di aver costruito da bambina, senza libri e senza favole della buonanotte, un rapporto personale e solitario con il satellite. E di aver poi ritrovato quella relazione attraverso Aristotele, Plutarco, Luciano di Samosata, Dante, Galileo, Ariosto. Un percorso di autodidatta che Magi traccia con delicatezza, senza cedere alla retorica del riscatto.

L'arrivederci Joe: il capitolo più bello

Il libro ha un centro emotivo preciso, e si trova nei capitoli finali dedicati alla morte di Joe DiMaggio. «Cancro ai polmoni, ti hanno operato, ma invano.» Joe muore tra le braccia di Marilyn nel 1999, dopo decenni di vita condivisa, di Grand Tour italiani, di gelosie furibonde e riconciliazioni. E Marilyn resta sola nella casa di Brentwood con i ricordi, i grandi armadi pieni di abiti eleganti, un bicchiere di whisky non lavato per non perderne l'odore.

«Vado a risentire l'odore del tuo whiskey rimasto in fondo a un bicchiere che non ho mai lavato per non perderlo.» È forse la frase più bella del libro. Magi la depone lì, senza insistere, senza commentare. Le basta.

Più viva della leggenda

Marilyn, i miei primi cento anni (Bietti Fotogrammi #46, pp. 80, € 6,99 cartaceo, € 3,99 ebook) è un libro piccolo e denso, veloce e stratificato, divertente e malinconico. Bruna Magi conosce il suo personaggio come poche altre — il libro precedente, Marilyn. L'intervista impossibile del 2022, lo dimostra — e questa familiarità le permette di giocare con il mito senza mai tradirlo, di ribaltare le convenzioni senza perdere il rispetto per una donna che la storia ha spesso trattato con spietata superficialità.

Il risultato è una "favola pop" nel senso più alto del termine: una storia che usa i meccanismi del racconto popolare — la bella addormentata che si risveglia, la cenerentola che diventa regina, il lieto fine costruito contro ogni probabilità — per dire cose vere su una vita vera, su un'epoca vera, sulla nostra difficoltà perenne di fare i conti con i miti che creiamo e poi distruggiamo.

In fondo il gioco di Bruna Magi è semplice solo in apparenza: immaginare una Marilyn sopravvissuta alla propria morte per restituirle finalmente qualcosa che le è stato negato per tutta la vita, il diritto di raccontarsi da sola.

Buon compleanno, Ms. President. Cent'anni portati benissimo.

Se il libro fosse un cocktail

Se Marilyn, i miei primi cento anni fosse un cocktail, sarebbe un French 75: champagne — perché lei è e resta la più grande — gin per il morso dell'ironia, succo di limone per l'acidità di certi ricordi kennediani, zucchero per la dolcezza malinconica dell'addio a Joe. Servito in una flûte altissima, come le sue ambizioni. Shakerato con forza, non stirato, perché Bruna Magi non è il tipo da fare le cose a metà. Garnish: una rosa bianca. Il colore preferito di Marilyn, non le rosse che le attribuivano tutti. E pure questo, nel libro, viene corretto.

Marilyn, i miei primi cento anni di Bruna Magi — Bietti Fotogrammi #46 — pp. 80 — € 6,99 (cartaceo), € 3,99 (ebook) — www.bietti.it

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