Hiedra, il corpo ferito e il desiderio irrisolto nel cinema di Ana Cristina Barragán
CinemaIntroduzione
Premiato per la Miglior Sceneggiatura nella sezione Orizzonti dell’82esima Mostra del Cinema di Venezia e ora finalmente al cinema, Hiedra di Ana Cristina Barragán conferma la forza di uno dei cinema più inquieti e sensoriali del panorama latinoamericano contemporaneo. Tutto ruota attorno ad Azucena e Julio, due esistenze fragili e marginali unite da ferite profonde, desideri irrisolti e un comune senso di abbandono. L'edera evocata nel titolo è una pianta bella ma tossica, che cresce negli spazi dimenticati e si aggrappa ai muri. Proprio come i personaggi del film, sospesi ai margini della normalità e incapaci di separarsi completamente dal proprio dolore.
Quello che devi sapere
L'adolescenza che non finisce mai
Dopo il successo all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti, dove si è aggiudicato il premio per la Miglior Sceneggiatura, Hiedra arriva finalmente nelle sale italiane distribuito da MFF-Michael Fantauzzi Film.
Ana Cristina Barragán si conferma come una delle voci più radicali e sensibili del nuovo cinema latinoamericano. La regista ecuadoregna costruisce un’opera inquieta, fisica e profondamente ambigua, che rifiuta qualsiasi rassicurazione narrativa per addentrarsi nei territori fragili del trauma, del desiderio e della solitudine.
Barragán costruisce un racconto fatto di silenzi, corpi e tensioni invisibili, evitando spiegazioni esplicite e lasciando che il trauma emerga attraverso i gesti e la presenza fisica dei personaggi. La macchina da presa resta vicina ai volti e ai dettagli più vulnerabili, trasformando ogni scena in un’esperienza intima e destabilizzante. Tra paesaggi vulcanici, nebbia e relazioni ambigue, Hiedra esplora ciò che sopravvive nell’età adulta delle ferite dell’infanzia. Un’opera poetica e disturbante che racconta il bisogno umano di appartenenza anche nei territori più oscuri del desiderio e della memoria.
La trama
Al centro del racconto c’è Azucena, interpretata da Simone Bucio, donna di trent’anni rimasta intrappolata in una sorta di adolescenza sospesa dopo un evento traumatico che ha spezzato il corso della sua vita. Barragán la osserva senza giudicarla, seguendola mentre si muove in uno spazio emotivo instabile, quasi infantile, fatto di gesti goffi, giochi improvvisi e un bisogno disperato di appartenenza.
Fin dalle prime immagini emerge la volontà della regista di lavorare non sulla psicologia esplicita, ma su ciò che si agita sotto la superficie: le tensioni corporee, i silenzi, i dettagli minimi che rivelano ferite mai rimarginate. Hiedra non cerca mai di spiegare completamente i propri personaggi. Preferisce lasciarli vibrare in una zona ambigua e scomoda, dove tenerezza e inquietudine convivono continuamente.
Azucena e Julio: due esclusi alla ricerca di un luogo possibile
L’incontro tra Azucena e Julio, diciassettenne cresciuto in una casa famiglia interpretato dall’esordiente Francis Eddú Llumiquinga, rappresenta il cuore emotivo del film. I due appartengono a mondi sociali profondamente diversi, ma condividono una stessa esperienza di assenza e abbandono.
Julio vive all’interno di un “branco” di adolescenti dimenticati, ragazzi che si muovono tra aggressività e bisogno d’affetto, sopravvissuti a una crescita senza protezione. Azucena, invece, porta nel corpo i segni invisibili di un abuso e di un’infanzia mai davvero conclusa. Barragán costruisce tra loro una relazione istintiva, difficile da definire, attraversata da desiderio, gioco, confusione e bisogno reciproco di riconoscimento. È un legame che mette continuamente in discussione i confini della normalità sociale e affettiva, senza mai trasformarsi in provocazione gratuita.
Nel páramo, lontano dalla normalità
Ana Cristina Barragán è interessata a quella dimensione “disordinata” dell’intimità che la società fatica a classificare e che per questo spesso percepisce come disturbante. In Hiedra il viaggio di Azucena e Julio verso il páramo - ecosistema ancestrale delle Ande tra Ecuador, Colombia e Venezuela, fatto di nebbia, vulcani, lagune gelide e distese d’erba sospese tra terra e cielo - diventa un progressivo allontanamento dai codici sociali e dai ruoli imposti. Lontani dalla città, dai giudizi e dalle convenzioni, i due personaggi sembrano appartenere finalmente a uno spazio altro, quasi primitivo, dove poter esistere senza definizioni precise.
Il paesaggio del páramo, freddo e selvaggio, riflette così il loro stato interiore: un territorio fragile, marginale e sospeso, proprio come le loro identità ferite. Più che trasformarsi davvero, Azucena e Julio sembrano tentare disperatamente di recuperare una parte perduta di sé, in un luogo dove la natura diventa rifugio, deriva emotiva e possibilità di sopravvivenza.
Un cinema delle emozioni trattenute
Come già accadeva nei suoi lavori precedenti, da Alba a La Piel Pulpo, Ana Cristina Barragán realizza un cinema profondamente sensoriale, dove il racconto passa soprattutto attraverso i corpi e la materia. La fotografia di Adrian Durazo costruisce immagini dense, tattili, dominate da pelle, vento, erba, cemento e acqua gelida, mentre il suono di Gisela Maestre Plaza amplifica ogni respiro, ogni silenzio e ogni frizione emotiva.
Barragán lavora spesso con attori non professionisti proprio per preservare quella sensazione di autenticità istintiva che cerca nelle sue immagini. Francis Eddú Llumiquinga, scoperto quasi per caso durante un casting scolastico, porta sullo schermo una presenza naturale e vulnerabile che dialoga perfettamente con l’intensità inquieta di Simone Bucio, già nota per La región salvaje di Amat Escalante.
In Hiedra non esiste una vera distinzione tra innocenza e pericolo, tra cura e dolore: tutto resta costantemente sospeso in un equilibrio precario. È un cinema che rifiuta la spettacolarizzazione del trauma e preferisce soffermarsi sulle sue tracce invisibili, sulle reazioni corporee, sugli spazi vuoti lasciati dall’abbandono. Barragán firma così un’opera difficile, disturbante e al tempo stesso estremamente umana, capace di trasformare il disagio in esperienza sensoriale e poetica. Il premio veneziano alla sceneggiatura riconosce proprio questa capacità rara: raccontare l’irrisolto senza semplificarlo mai.
L’ambiguità come linguaggio del trauma
La regista racconta di aver concepito Hiedra in modo molto diverso rispetto ai suoi lavori precedenti. La storia, spiega Barrgàn, è nata da uno spazio quasi inconscio, fatto più di sensazioni che di struttura narrativa, affiorando nei momenti sospesi tra il sonno e il pensiero. Anche per questo il film conserva continuamente una dimensione ambigua, sfuggente, che non cerca mai di spiegare del tutto i propri personaggi o le loro ferite.
Interessa ciò che rimane fuori campo: silenzi, tensioni invisibili, quel dolore dell’infanzia che continua a vivere nei corpi adulti senza bisogno di essere verbalizzato. In Hiedra l’intimità non è mai rassicurante o definita, ma attraversata da qualcosa di irrisolto e disturbante.
La relazione tra Azucena e Julio nasce proprio da questa zona opaca dell’esistenza, dove il desiderio, la tenerezza e la vulnerabilità si confondono continuamente. Per la regista, lo spettatore può cogliere solo una parte della storia: il resto resta nascosto nei gesti, negli sguardi, nelle esitazioni dei personaggi. È un cinema che rifiuta la spiegazione psicologica tradizionale per lavorare invece sulle percezioni, sulle assenze e sulle tracce emotive lasciate dal trauma.
Un cast di non professionisti
Nel cinema della regista ecuadoregna tutto ruota attorno ai corpi e alla loro presenza davanti alla macchina da presa. Anche in Hiedra si sceglie di costruire il linguaggio visivo a partire dagli attori, privilegiando la vicinanza ai volti e ai dettagli più fragili dell’espressione umana. Insieme al direttore della fotografia Adrián Durazo, Barragán ha scelto lenti sferiche più vecchie, rinunciando alle anamorfiche inizialmente previste, proprio per conservare libertà di movimento e intimità con i personaggi.
La camera non invade mai davvero la scena: resta vicina ma invisibile, come un testimone silenzioso delle emozioni. Fondamentale è stato anche il lungo lavoro con gli interpreti non professionisti, selezionati attraverso casting nelle scuole e nei centri giovanili di Quito. Alcuni ragazzi, racconta la regista, hanno modificato direttamente la sceneggiatura grazie alla forza spontanea della loro presenza. Simone Bucio, invece, l’ha colpita per il suo mistero e per quella fragilità difficile da definire che il film trasforma in elemento centrale.
Barragán descrive il suo cinema come qualcosa di profondamente sensoriale, quasi un “profumo” o una sensazione tattile. Hiedra nasce infatti da un’impressione corporea precisa: un senso di vuoto acido, legato all’abbandono e alle ferite lasciate dall’abuso. Anche il titolo richiama questa dualità: l’edera è una pianta bella ma tossica, che cresce negli spazi dimenticati e si aggrappa ai muri. Proprio come i personaggi del film, sospesi ai margini della normalità e incapaci di separarsi completamente dal proprio dolore.