Il diavolo veste Prada 2, Miranda, Runway e la moda che cambia. La recensione del film
CinemaIntroduzione
Vent’anni dopo il cult con Meryl Streep e Anne Hathaway, Il diavolo veste Prada 2 riporta al cinema Miranda Priestly e il mondo di Runway, ma lo fa raccontando un presente radicalmente cambiato. Diretto da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna, il sequel affronta la crisi dell’editoria nell’era digitale, tra algoritmi, influencer e perdita di rilevanza. Tra ritorni iconici e nuove generazioni, il film diventa una riflessione su potere, identità e trasformazione. Non solo nostalgia: un racconto lucido e contemporaneo su ciò che resta quando il sistema cambia
Quello che devi sapere
Miranda Priestly torna: cosa racconta Il diavolo veste Prada 2
Miranda Priestly non bussa. Miranda Priestly arriva, e il mondo si riarrangia di conseguenza. Vent’anni fa bastò un sussurro e una parrucca bianca per riscrivere le regole del cinema popolare. Oggi, nel 2026, quella parrucca è tornata – con qualche capello in meno, come concede la stessa Meryl Streep con la sua risata laconica – e il mondo, puntuale, si sta riarrangiando di nuovo. Con una differenza: stavolta il cappotto se lo appende da sola. E quando rischia di dire qualcosa che vent’anni di storia del lavoro hanno reso indicibile, è Amari – la sua nuova assistente, interpretata da una strepitosa Simone Ashley – a fermarla con la delicatezza chirurgica di chi sa esattamente fin dove può spingersi. Miranda Priestly corretta dalla sua stagista. Il mondo è davvero cambiato.
Il diavolo veste Prada 2 è nelle sale italiane dal 29 aprile 2026, e già il solo annuncio aveva scatenato un'isteria collettiva degna di una sfilata parigina sotto un temporale. Il trailer ha collezionato 185 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore. I meme si sono moltiplicati. La gente ha ritirato fuori i vecchi DVD. È successa quella cosa rara e preziosa nel cinema contemporaneo: l'attesa genuina, non pilotata dall'algoritmo ma nata dall'affezione vera.
Trama e temi: la crisi dell’editoria tra carta e digitale
Vent’anni dopo aver lasciato Runway, Andy Sachs (Anne Hathaway) è una giornalista affermata, premiata per una delle sue inchieste più importanti. Ma proprio nel momento in cui sta per salire sul palco a ritirare il riconoscimento, scopre che lei e la sua redazione sono stati licenziati: l’ennesimo segnale di un sistema editoriale che si sta sgretolando sotto il peso della trasformazione digitale.
È da questa frattura improvvisa che prende forma il ritorno. Andy accetta di rientrare nell’orbita di Miranda Priestly, quando Runway – un tempo intoccabile – si ritrova travolta da uno scandalo e in cerca disperata di una voce autorevole capace di raccontarne la versione dei fatti.
Il loro incontro non è nostalgia, ma necessità. Non un ritorno al passato, ma un tentativo, forse impossibile, di riscrivere il presente.
Runway 2026: quando il giornalismo di moda incontra il mondo digitale
Nel 2006, David Frankel ci portava dentro le redazioni patinate di una rivista di moda immaginaria con il piglio di chi sa che il mondo là fuori è fatto di compromessi, gerarchie e abiti da tremila dollari comprati con stipendi da fame. Il film era un romanzo di formazione travestito da commedia, e la sua forza stava proprio in questo doppio registro: divertiva e graffiava simultaneamente, come solo i grandi film sanno fare.
Vent'anni dopo, Aline Brosh McKenna, che firmò la sceneggiatura del primo capitolo e torna qui a fare lo stesso, si ritrova a raccontare un mondo che non esiste più. O meglio: esiste ancora, ma con le ossa rotte. Le riviste di moda che un tempo erano cattedrali del gusto globale oggi sopravvivono a fatica nell'era dei reels, dei micro-influencer e delle newsletter Substack. Il giornalismo cartaceo è in apnea. L'editoria tradizionale ha perso la certezza di sé. E Miranda Priestly, donna che ha costruito la propria identità sull'incrollabile certezza del proprio gusto, si trova a fare i conti con un terremoto silenzioso.
"Il film inizia quando Miranda è all'apice del successo", spiega Meryl Streep, "eppure c'è un terremoto sotto i suoi piedi." È questa la tensione che tiene insieme il sequel: non la caduta clamorosa, ma il tremore percepibile solo da chi sa ascoltare il suolo.
Miranda Priestly: il personaggio che rifiuta di invecchiare
La parola chiave di questo sequel, come spiega il regista David Frankel, è "eredità". Come si mantiene in vita qualcosa quando la sua influenza culturale sta svanendo? Come si fa a rimanere rilevanti quando il mondo non vi chiede più il permesso di cambiare?
Miranda affronta questa domanda con la stessa glaciale determinazione con cui un tempo umiliava assistenti e stilisti. Ma stavolta il nemico non è una giovane stagista intimidita: è il tempo stesso. È la velocità di un'industria mediatica che ha smesso di credere nella carta stampata. È l'irrilevanza, quella parola che non si nomina mai ad alta voce negli uffici di lusso ma che aleggia come un fantasma tra i filing cabinet colmi di vecchie copie di Runway.
Streep porta tutto questo con una performance che è, a detta di chi ha già visto il film, persino superiore all'originale. Ha tolto i capelli alla parrucca iconica, la stessa del 2006, per renderla più sottile, più fragile. Un dettaglio piccolo, quasi impercettibile. Ma al cinema, come nella vita, sono i dettagli a raccontare tutto. "Probabilmente è un po' più cattiva", dice la stessa Streep con quella risata laconica che appartiene solo a lei, "col tempo non ci importa più niente e si presta molta meno attenzione a ciò che si dice."
Un personaggio più libero, dunque. Ma anche più precario. Ed è questa coesistenza contraddittoria – la libertà e la precarietà, la ferocia e la vulnerabilità – a renderlo ancora più affascinante.
Andy Sachs vent’anni dopo: cosa è cambiato (e cosa no)
Anne Hathaway torna nei panni di Andy Sachs con quella stessa qualità che aveva nel 2006: una luminosità che sembra involontaria, un calore che non richiede sforzo. La Andy del 2026 è una giornalista matura, con la sua sicurezza professionale guadagnata sul campo, con i suoi valori intatti – quegli stessi valori che vent'anni fa la spinsero a gettare il telefono in una fontana parigina e a lasciare Runway.
Ma la vita non perdona le certezze troppo comode, e la domanda che il film pone è precisa: cosa ci vorrebbe per farti tornare indietro? Cosa succederebbe se il tuo mondo – il giornalismo d'inchiesta, la carta stampata, la notizia verificata – si trovasse anch'esso in pericolo? Saresti disposta a fare a patti con il diavolo che un tempo hai abbandonato?
"La Andy che incontriamo nel sequel", racconta Hathaway, "è una persona rimasta fedele a se stessa negli ultimi vent'anni. Ha una sicurezza professionale che si è guadagnata." Ma la storia, ovviamente, si incaricherà di mettere a dura prova quella sicurezza. Il film racconta la collaborazione forzata tra Andy e Miranda per salvare Runway da uno scandalo e riportarla alla rilevanza perduta. È una storia di compromessi, di sopravvivenza, di quanto siamo disposti a cedere pur di difendere ciò in cui crediamo.
Hathaway ha più di 47 cambi d'abito nel film, a testimonianza di quanto la costumista Molly Rogers (che prende il posto dell'iconica Patricia Field) abbia lavorato per costruire un guardaroba coerente con l'identità del personaggio: abbigliamento da uomo in chiave femminile, vintage mescolato al contemporaneo, Annie Hall incontra Katharine Hepburn.
Emily Blunt, Stanley Tucci e il cast originale
Se Miranda è il cuore oscuro del film e Andy ne è la coscienza, Emily Charlton – interpretata da una strepitosa Emily Blunt – è il suo umorismo nerissimo. Ora lavora per Dior, in una posizione di rilievo, e ha finalmente quel potere che per anni ha desiderato ardentemente. "Penso che ora le piaccia davvero esercitarlo", dice Blunt con un sorriso che non promette nulla di buono.
Il personaggio di Emily è sempre stato uno degli elementi più riusciti del franchise: eternamente infuriata, perennemente a dieta, insicura sotto la corazza da fashion editor spietata. Nel sequel, quella maschera si incrina ulteriormente, e Blunt – che da quel lontano 2006 è diventata una delle attrici più premiate e ammirate di Hollywood – porta a Emily una profondità nuova. "È completamente pazza e assolutamente priva di filtri", ammette Blunt. "È infuriata nei confronti della vita, ed è molto divertente interpretare una persona così spontanea."
Il dettaglio biografico che trasforma questo reunion in qualcosa di ancora più prezioso: Stanley Tucci, che interpreta Nigel, ha sposato Felicity Blunt, sorella di Emily, dopo il primo film. "Stanley è ormai parte della mia famiglia", racconta Emily Blunt. "E questo è il mio quarto film con Meryl. Ormai è come una mamma dietro le quinte." Il cast de Il diavolo veste Prada non è solo un ensemble cinematografico: è diventato, letteralmente, una famiglia. E tra Andy ed Emily scatta anche la battuta destinata a diventare il nuovo tormentone: “I carboidrati condivisi non ingrassano.” Una frase che dice tutto sul loro rapporto – la rivalità, l’affetto, l’ironia feroce – e che il pubblico probabilmente citerà per i prossimi vent’anni, esattamente come ha fatto con il monologo sul blu ceruleo.
Simone Ashley e la nuova generazione: la Gen Z entra a Runway
Uno degli elementi più interessanti del sequel è l'introduzione di una nuova generazione di assistenti, incarnata da Simone Ashley (Amari), Caleb Hearon (Charlie) e Helen J. Shen (Jin). Sono loro la Gen Z che Runway non ha ancora imparato a gestire: giovani che non vivono perennemente nella paura, che fanno sentire la propria voce, che non si lasciano schiacciare dall'autorità senza porle domande.
Amari, in particolare, è una figura affascinante: descritta dalla stessa Streep come "una Miranda in formazione", assorbe tutto il meglio e il peggio della sua capa con una devozione che fa sorridere e riflettere insieme. Simone Ashley, nota al grande pubblico per Bridgerton, porta al personaggio una solidità e una grazia che funzionano perfettamente in questo contesto.
Il contrasto generazionale è il vero motore narrativo del film, l'aggiornamento più intelligente che McKenna potesse dare al materiale originale. Se il primo Il diavolo veste Prada raccontava l'ingresso traumatico di una millennial nel mondo del lavoro, il sequel racconta lo scontro tra quella stessa generazione – ora adulta, con il suo potere e le sue certezze – e ragazzi che non riconoscono le regole implicite che per vent'anni hanno retto il sistema.
Tra le new entry maschili, spiccano Kenneth Branagh nei panni di Stuart, il nuovo marito di Miranda – un artista, un musicista, qualcuno che non ha bisogno di lei nel modo in cui gli altri hanno sempre avuto bisogno – e Justin Theroux in quelli di Benji Barnes, personaggio descritto come qualcuno che "non sembra avere sempre tutte le rotelle a posto, eppure quando parla di qualcosa che capisce è assolutamente brillante, incisivo e un po' terrificante."
Non mancano i cameo: Donatella Versace, Lady Gaga e Ashley Graham fanno capolino in un film che, come il suo predecessore, sa che la moda è anche mondo reale, non solo finzione.
Milano protagonista: le location italiane del film
Se New York è il cuore pulsante del film – con gli uffici di Runway ricostruiti otto volte più grandi rispetto al set originale, con l'American Museum of Natural History trasformato in location per il gala, con la villa di Billy Joel a Oyster Bay che fa da tenuta del Vermont – è Milano a rubare la scena.
La città meneghina entra nel film con tutta la sua eleganza ingombrante: la Galleria Vittorio Emanuele II, Palazzo Clerici, il cortile di Santa Maria delle Grazie, Villa Arconati. E poi c'è Brera, scelta come location per la sfilata di Runway in luogo del Duomo originariamente previsto, per garantire la privacy necessaria a nascondere un cameo che gli organizzatori tenevano a mantenere segreto.
Il momento più emozionante delle riprese italiane, a quanto riferisce Anne Hathaway, non è stato uno in cui recitava. Era sul set a guardare Meryl Streep girare una scena nella Galleria, e non ha resistito all'impulso di avvicinarsi alla collega dopo il primo ciak per dirle: "Non sei mai stata più bella di come sei in questo momento."
Menzione speciale per la ricostruzione del Cenacolo di Leonardo: le riprese nell'originale avrebbero danneggiato il dipinto, e così un team di scenografi italiani guidato da una professionista che normalmente lavora per l'opera a Roma ha costruito da zero una sala di tre quarti rispetto all'originale. Un gesto di rispetto verso la cultura italiana che è anche, metaforicamente, il gesto di tutto il film: ricostruire qualcosa di prezioso perché l'originale non si rompa.
Moda, potere e linguaggio: cosa cambia rispetto al primo film
Molly Rogers, costumista che per anni ha lavorato al fianco della leggendaria Patricia Field su Sex and the City e And Just Like That, si trova qui a raccogliere un'eredità pesantissima. Field aveva trasformato i costumi del primo Il diavolo veste Prada in un manifesto estetico: ogni abito era un'affermazione, ogni accessorio una presa di posizione. Rogers decide di non competere con quel mito. Decide, invece, di costruirne uno suo.
La parola d'ordine per Andy è "senza tempo": niente trend passeggeri, niente pezzi che tra vent'anni farebbero sorridere malinconicamente. Blazer morbidi, pantaloni a vita alta, pezzi vintage mescolati a creazioni contemporanee. Un guardaroba da grande viaggiatrice intelligente, qualcuno che sa di moda ma non ne è schiava.
Per Miranda, la silhouette rimane un'uniforme: giacche corte, gonne a tubino, come nel primo film. Ma con un dettaglio irresistibile che racconta tutto il personaggio: gli orecchini a cerchio d'argento acquistati da Meryl Streep in una farmacia CVS americana. "Stavamo cercando ovunque un paio d'orecchini che non distogliessero l'attenzione dalla parrucca", racconta Rogers. "Miranda non avrebbe mai indossato degli orecchini insignificanti. Meryl ne ha trovati di perfetti alla CVS, e ne eravamo terrorizzate all'idea di perderne uno." Il lusso assoluto e la farmacia sotto casa. L'eccellenza e il banale. Miranda Priestly, in un paio di cerchi d'argento.
Se il Film Fosse un Cocktail
Ogni grande film, come ogni grande cocktail, si riconosce da un profilo olfattivo preciso. Chiedetevi: cosa sentirebbe il naso di un bartender di talento davanti a Il diavolo veste Prada 2?
La base è un Negroni invecchiato vent'anni in botte di rovere: amaro, profondo, con quella complessità che solo il tempo sa aggiungere. Il Campari è Miranda Priestly – rosso, intenso, impossibile da ignorare, l'ingrediente che definisce tutto il resto. Il gin è Andy Sachs: botanico, pulito, con quella nota erbacea di chi ha ancora radici vere nonostante gli anni trascorsi a New York. Il vermouth dolce è Emily – apparentemente accessorio, in realtà indispensabile per l'equilibrio finale.
Si agita con ghiaccio abbondante – le location tra New York e Milano, il guardaroba da 47 cambi d'abito, la colonna sonora pop millimetrica – e si serve in un bicchiere old fashioned, perché certe cose si fanno come si sono sempre fatte, anche quando tutto intorno cambia.
La scorza d'arancia che profuma il bordo è la crisi dell'editoria: quell'amarezza sottile che non rovescia il drink ma lo rende interessante. Il twist finale, quello che nessuno si aspettava, è la Gen Z – il nuovo che entra senza chiedere permesso e scopre che il ghiaccio, in fondo, era già sciolto.
Si beve meglio al cinema, in compagnia. Si assapora meglio al secondo sorso. E lascia in bocca quel retrogusto che i bartender chiamano "finish lungo" e che al cinema si chiama, semplicemente, un gran bel film.
Colonna sonora e cameo: Lady Gaga e la cultura pop nel sequel
C’è un momento nel film in cui Lady Gaga entra in scena nei panni di se stessa e canta durante la sfilata di Runway. Non è un cameo decorativo, non è la solita apparizione di lusso con cui Hollywood tappa i buchi narrativi: è una sequenza che ha il peso di un evento, e il pubblico lo sa già prima di entrarci.
La canzone si chiama “RUNWAY”, ed è la prima traccia svelata della colonna sonora del film. Gaga l’ha scritta insieme a Bruno Mars, Andrew Watt e una manciata di altri nomi di peso, e l’ha incisa in duetto con Doechii – prima collaborazione assoluta tra le due vincitrici di Grammy, cosa che di per sé varrebbe già un articolo. Il videoclip, diretto da Parris Goebel, è un manifesto visivo in piena regola: Gaga e Doechii cucite nello stesso blazer rosso oversize, cravatte nere, camicie bianche, capelli lisci identici, come una coppia di specchi che si riflettono in un camerino di haute couture. Poi abiti da ballo d’alta moda ispirati al Settecento, trucco drammatico, acconciature volutamente imperfette. Il tutto disseminato di riferimenti alla rivista fittizia Runway, come se il confine tra film e videoclip non esistesse – e non per caso.
Il testo è una dichiarazione d’intenti: “Cammino, mi sento favolosa, mi sento libera, mi sento eccezionalmente me stessa. Odiami quanto vuoi, ma sono pericolosa.” Doechii ci mette sopra il suo rap con quella sfacciataggine calibrata che è il suo marchio di fabbrica: “Ho fatto urlare la prima fila. Posso trasformare una pista da ballo in una passerella.”
È difficile immaginare una scelta più giusta per un film che parla di moda come linguaggio del potere. Lady Gaga, che quella lingua la parla da sempre meglio di chiunque altro, porta in scena una versione di se stessa che è già personaggio prima ancora di aprire bocca. E Anne Hathaway, che ha assistito alle riprese della scena, non ha avuto dubbi: aveva già detto che il momento alla Galleria di Milano con Meryl Streep era il suo ricordo più bello delle riprese italiane. Con Gaga sul palco della sfilata, il film si prende un secondo momento da non perdere.
Perché Il diavolo veste Prada 2 parla del presente
C'è una domanda che tutti si sono posti: perché adesso? Perché proprio il 2026 è il momento giusto per questo sequel?
La risposta più onesta è quella che dà Meryl Streep: "Il settore si è praticamente dissolto, al punto che tutti stanno cercando di capire come farlo funzionare." Il giornalismo cartaceo, le riviste patinate, l'editoria tradizionale – tutto ciò che Miranda Priestly incarna – è in crisi. Non è più la crisi dell'entusiasmo degli inizi del digitale: è una crisi strutturale, esistenziale, che non ha ancora trovato una risposta convincente.
Raccontare questa crisi attraverso la storia di Miranda e Andy significa renderla umana, comprensibile, emotivamente accessibile. Significa dire: anche le regine cadono. Anche gli imperi si sgretolano. E la domanda vera non è "come sopravvivere" ma "cosa vale la pena salvare."
"Il mondo è turbolento e piuttosto cupo", dice Streep. "È fantastico avere qualcosa che ci ricordi tutto ciò che c'è di meraviglioso, libero, bello e sciocco nel mondo." Non è poco. In certi momenti storici, è moltissimo. Eppure, proprio nel momento in cui il film si avvicina di più al presente, mostra anche un limite. Nel tentativo di raccontare un sistema che cambia troppo velocemente per essere afferrato, Il diavolo veste Prada 2 finisce talvolta per semplificarlo, riducendo la complessità del mondo digitale a una serie di segnali riconoscibili – influencer, algoritmi, viralità – che restano in superficie.
Il Verdetto: Vale Vent'anni di Attesa?
La risposta breve è sì. La risposta lunga è: dipende da cosa cercate.
Se cercate il film del 2006, non lo troverete. Non perché questo sequel sia inferiore – non lo è, su molti livelli è, ma perché il 2006 non esiste più, e il cinema onesto non finge che le cose siano rimaste uguali a se stesse.
Se cercate un film che vi faccia ridere, commuovere, arrabbiare e riflettere in misura eguale, che vi regali quattro dei migliori attori al mondo nel momento probabilmente più maturo delle loro carriere, che vi parli dell'editoria come metafora del declino di tutto ciò che pensavamo eterno, che vi offra Milano come non l'avete mai vista in un film americano, che vi lasci un paio di battute da citare per i prossimi vent'anni – allora questo film è per voi.
Miranda Priestly non è cambiata. Non davvero. È ancora lì, immobile come un’idea di potere che rifiuta di morire. È il mondo intorno a lei che ha accelerato, che ha smesso di chiedere permesso, che ha trasformato il gusto in algoritmo e l’autorità in contenuto scorrevole.
E allora la domanda non è se Miranda riuscirà a sopravvivere. La domanda è: cosa resta di noi quando il sistema che ci ha resi indispensabili decide che non lo siamo più?
Il diavolo veste Prada 2 non prova a dare una risposta definitiva. Fa qualcosa di più interessante: mette in scena il momento esatto in cui un impero capisce di non essere più eterno.
E in quell’istante fragile, per la prima volta, Miranda Priestly non fa paura. Fa qualcosa di molto più raro.
Per la prima volta, Miranda Priestly non è un modello. È uno specchio.