Il regista Gianni Amelio riceverà il David alla carriera il 6 maggio durante la 71ª edizione dei David di Donatello, in diretta su Rai 1, RaiPlay e Rai Radio2. L’Accademia celebra uno dei grandi autori italiani: da Il ladro di bambini a Così ridevano, fino a Lamerica e Campo di battaglia, un cinema capace di raccontare gli ultimi e le trasformazioni del presente con uno sguardo umanistico
La cerimonia: quando e dove vederla
Il Premio alla Carriera a Gianni Amelio sarà consegnato mercoledì 6 maggio durante la 71ª edizione dei David di Donatello.
La cerimonia si svolgerà negli studi di Cinecittà e andrà in onda in prima serata su Rai 1, con la conduzione di Flavio Insinna e Bianca Balti. L’evento sarà disponibile anche in 4K su Rai4K, in diretta radio su Rai Radio2 e in streaming su RaiPlay.
Le motivazioni: un cinema come necessità
«L’Accademia del Cinema Italiano è onorata di assegnare il David di Donatello alla Carriera a Gianni Amelio celebrandone così l’immensa conoscenza del cinema, quasi una magnifica ossessione», ha dichiarato Piera Detassis.
La sua visione è definita profondamente umanistica: nei suoi film l’immagine non è mai decorazione, ma corpo vivo. I movimenti di macchina, la densità delle inquadrature e il rapporto diretto con gli attori costruiscono un cinema che vibra di emozione e responsabilità, capace di dare voce a esclusi, dimenticati e figure marginali.
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Un autore che ha anticipato il presente
Il cinema di Gianni Amelio ha spesso intercettato temi destinati a diventare centrali. Con Lamerica (1994) ha raccontato con lucidità il fenomeno delle migrazioni, mentre con il recente Campo di battaglia ha riportato sullo schermo la brutalità della guerra, restituendone la dimensione più intima e umana.
Il suo sguardo non giudica, ma osserva e attraversa, costruendo narrazioni che interrogano lo spettatore senza offrire facili consolazioni.
Dalla televisione al grande cinema
L’esordio di Amelio risale agli anni Settanta, con lavori televisivi come La città del sole (1974), Bertolucci secondo il cinema (1976) e La morte al lavoro (1978), già premiato a Locarno.
Il debutto cinematografico arriva nel 1982 con Colpire al cuore, uno dei primi film italiani a confrontarsi con il tema del terrorismo. Seguono opere fondamentali come I ragazzi di via Panisperna (1987) e Porte aperte (1989), tratto da Leonardo Sciascia e interpretato da Gian Maria Volonté, candidato agli Oscar e premiato in tutta Europa.
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Gli anni dei riconoscimenti internazionali
Negli anni Novanta, Amelio si afferma definitivamente sulla scena internazionale. Il ladro di bambini (1992) conquista il Gran Premio della Giuria a Cannes e numerosi riconoscimenti, mentre Così ridevano (1998) ottiene il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia.
A questi si aggiungono titoli come Le chiavi di casa (2004), premiato ai Nastri d’Argento, e La stella che non c’è (2006), confermando una poetica coerente e riconoscibile.
Tra impegno civile e memoria
Negli anni più recenti, Gianni Amelio continua a confrontarsi con la storia e la società italiana. Da Il primo uomo (2011) a La tenerezza (2017), fino a Hammamet (2020), dedicato a Bettino Craxi, e Il signore delle formiche (2022), ispirato al caso Aldo Braibanti, il suo cinema resta uno spazio di riflessione critica.
Ogni film diventa un dispositivo etico, capace di interrogare il passato per comprendere il presente.
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Oltre la regia: scrittura e festival
Amelio è stato anche direttore del Torino Film Festival dal 2009 al 2012 e ha partecipato come giurato nei principali festival internazionali. Parallelamente ha sviluppato un percorso letterario, con saggi e romanzi che riflettono sul cinema come esperienza di visione e desiderio.
Tra i suoi libri: Un film che si chiama desiderio e Il vizio del cinema. Vedere, amare, fare un film, oltre ai romanzi Politeama e Padre quotidiano.
Un’eredità viva
Il David alla carriera a Gianni Amelio non è solo un riconoscimento celebrativo, ma un gesto che riporta al centro un’idea di cinema come responsabilità e coscienza.
In un panorama sempre più veloce e frammentato, il suo sguardo resta un punto fermo: rigoroso, empatico, necessario. Un cinema che non smette di interrogare, e che proprio per questo continua a essere vivo.