Lee Cronin - La Mummia, recensione, un horror tra trauma, corpi e famiglie distrutte

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Lee Cronin - La Mummia (2026), il nuovo film horror diretto dal regista di La casa – Il risveglio del male, con Jack Reynor e Laia Costa, reinventa radicalmente il mito classico trasformandolo in un incubo domestico. La storia segue una bambina rapita al Cairo e ritrovata anni dopo dentro un sarcofago, viva ma profondamente cambiata. Quello che torna a casa non è più solo una figlia, ma qualcosa di antico e inafferrabile. Tra possessione, trauma e corpi che si disfano, Cronin costruisce un horror feroce e personale, dove la paura nasce dal dolore e dalla famiglia. Un film disturbante, imperfetto ma potentissimo, tra i più inquietanti e radicali degli ultimi anni. Attualmente al cinema conda Warner Bros. Pictures

Quello che devi sapere

La Mummia di Lee Cronin, recensione: splatter e famiglie in pezzi

Hip hop arabo a tutto volume, un padre e tre figli che cantano in macchina, la luce del mattino egiziano nei finestrini. Poi una mano. Un pollice sul tasto della radio. Silenzio. La madre dice che le fa venire il mal di testa. Ed è finita. Perché nel cinema di Lee Cronin lo sguardo di una donna che abbandona il proprio calore per qualcosa di freddo e remoto è la cosa più spaventosa che esista. Più di qualsiasi fascia di lino marcio. Più di qualsiasi sarcofago di basalto. Più del sacerdote Imhotep, più della maledizione di Tutankhamen, più dello sguardo malevolo di Boris Karloff che aleggia sul genere dal 1932. Lee Cronin - La mummia comincia con quel pollice e non smette più di premere.

La Mummia del 1932: da dove viene il mostro che Cronin polverizza

La Mummia esiste al cinema dal 1932, da quando Karl Freund diede volto e bende a Boris Karloff e lo imprigionò nel mito con quella maledizione di Tutankhamen che ancora risuona. Il sacerdote Imhotep, lo sguardo malevolo di Karloff, la promessa dell'eterno ritorno: da lì in poi, ogni remake, ogni reboot, ogni rivisitazione ha dovuto fare i conti con quell'archetipo potente e ingombrante come un sarcofago nel soggiorno. Cronin lo sa benissimo. E lo polverizza con allegra ferocia, trasformando la mummia in qualcosa che non è mai stata prima: un contenitore. Una tela bianca, come dice lui stesso. Uno spazio vuoto in cui infondere terrori ben più contemporanei e personalissimi.

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La trama: una bambina rapita al Cairo, otto anni di silenzio e poi...

Katie Cannon ha otto anni quando sparisce al Cairo. Il padre Charlie, giornalista straniero dalla faccia aperta di Jack Reynor, non riesce a fermarla mentre le strade della città inghiottono sua figlia come sabbia. Otto anni di vuoto, di trasferimento in New Mexico, di una famiglia che continua a vivere sul bordo di un cratere. Poi una telefonata dall'ambasciata americana in Egitto: Katie è viva. È stata trovata in un sarcofago, avvolta di bende con iscrizioni ieratiche, quasi morta ma con i parametri vitali stabili. Quello che torna a casa, interpretato con una precisione anatomica del disagio dalla bravissima Natalie Grace, ha la pelle flaccida, gli arti contorti, il viso asimmetrico e gli occhi che urlano una disperazione che la bocca non riesce più a formulare. È Katie. Ma non è solo Katie.

Famiglie distrutte: il vero tema horror di Lee Cronin - La Mummia

Cronin ha fatto tre film. Tutti e tre parlano di famiglie che si sfaldano. The Hole in the Ground, Evil Dead Rise, e ora questo: la trinità del nucleo familiare come zona di guerra, come campo minato affettivo, come luogo in cui l'amore diventa la via d'accesso privilegiata per il male. Il regista dublinese non è interessato ai mostri in quanto tali: è interessato a quello che i mostri rivelano. Charlie che vuole investigare, Larissa che vuole fare finta che tutto vada bene, il fratello Sebastián che mantiene le distanze, la piccola Maud che si avvicina con curiosità. Sensi di colpa, rimozioni, la nonna Carmen con il rosario e la devozione che non basta a proteggere nessuno. È un girotondo terrificante e a tratti esilarante, nel senso più feroce del termine.

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Traumi, possessione e domande senza risposte

C'è un momento in cui il film inizia a sussurrare qualcosa di più oscuro dei nastri di lino. Katie è stata adescata, rapita, tenuta in uno spazio ristretto per otto anni. Il film non dice mai esplicitamente cosa le sia stato fatto, ma le parole che usa — adescamento, traffico di esseri umani, trauma — costruiscono un'allegoria che Cronin porta avanti con coraggio e con un'incoscienza a tratti spiazzante. La vera tragedia non è solo che Katie non riesca a dare un nome a quello che ha subito. È che i suoi genitori non hanno la minima idea di come affrontarlo. Nel panorama dell'horror d'autore, è rinfrescante e inquietante allo stesso tempo trovarsi davanti a un film in cui il trauma non è metafora che aleggia in lontananza, ma l'enigma centrale che corrode tutto dall'interno come la bile che Katie vomita sul pavimento.

Regia e stile, i mostri alla luce del sole

Girato senza lista di inquadrature — una filosofia artistica che suona come una maledizione egizia sulla pre-produzione, eppure funziona — Lee Cronin - La mummia ha una fisicità visiva rara. Il regista dispensa split diopter con sconsiderata noncuranza: Katie sempre in primo piano, gonfia, come se la sua sola presenza offuscasse il campo visivo di chi la circonda. La colonna sonora di Stephen McKeon è tagliente e sconvolgente. I fluidi corporei fuoriescono con generosità enciclopedica. Le bocche masticano cose che non andrebbero masticate. In un luciferino delirio di sabbia e morte si manifestano mezzi di comunicazione vintage — il codice Morse, l'ormai immancabile videocassetta rovinata — mentre le bende imbevute di scrittura ieratica annunciano un demone chiamato Nazmaranian, principe della discordia: antico abbastanza da non aver bisogno di spiegarsi. E poi c'è la luce del New Mexico — quella palette di colori arida e solare che Cronin ha amato fin dai tempi di Breaking Bad — usata non per rassicurare ma per spaventare ancora di più, perché i mostri alla luce del sole sono peggio di quelli nell'ombra.

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Corpi che si disfano: Lee Cronin - La mummia, un film sulla malattia

Sotto la pellicola splatter — e di pellicola splatter ce n'è in quantità industriale, con un'epifania di mutilazioni che avrebbe fatto alzare in piedi il Grande Guignol — Lee Cronin - La mummia è un film sulla malattia. Su quanto sia complesso e disturbante occuparci di chi soffre di gravi patologie fisiche e mentali. Su come il corpo che si disfa di qualcuno che amiamo ci ricordi, con la crudeltà dell'ovvio, che anche noi siamo dei vuoti a perdere. Corpi e anime destinati a essere consumati nel tempo. Assistere al disfacimento di Katie è perturbante non solo per gli effetti prostetici magistrali applicati su Natalie Grace, ma perché il film ha la sfrontatezza di farci sentire inadeguati di fronte alla sofferenza altrui, esattamente come lo sono Charlie e Larissa.

Perché La mummia è il film piu personale di Lee Cronin

La madre di Lee Cronin è morta il giorno stesso in cui aveva finito di girare Evil Dead Rise. Improvvisamente, senza preavviso. Lui stava al telefono con le pompe funebri quando suo fratello gli si avvicinò e gli disse: assicurati che abbia la dentiera. Quella telefonata assurda, grottesca, straziante nella sua banalità burocratica si è trasformata in una delle immagini ricorrenti più memorabili del film. Tutta la trama incentrata sui denti è un omaggio a sua madre. Non è horror a freddo, quello di Cronin. È horror che nasce da un luogo molto personale, dal dolore elaborato attraverso il grottesco, dalla perdita tradotta in possessione demoniaca. Ed è esattamente per questo che funziona.

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Jack Reynor, Laia Costa, Natalie Grace: un cast azzeccato

Jack Reynor porta un talento eroico naturale che non si dimostra mai. Laia Costa trasmette una maestosità ferma e disperata. May Calamawy, detective egiziana che porta avanti la sottotrama al Cairo — circa un terzo del film è in arabo, scelta coraggiosa e ottimamente riuscita — è bravissima. E Natalie Grace, sotto chili di trucco prostetico, consegna una performance di diabolica stranezza che merita qualcosa di più di un semplice riconoscimento di genere. Il film ha un problema, ed è il medesimo problema che ha sempre avuto la mummia come creatura: è lenta. Cronin lo sa e lo risolve facendo sì che la mummia sia quasi un pretesto. 

Se Lee Cronin - la Mummia fosse un cocktail

 Se Lee Cronin - la Mummia fosse un cocktail sarebbe un Corpse Reviver #2. Gin, Cointreau, Lillet Blanc, succo di limone fresco e un niente di assenzio, spruzzato sul bordo del bicchiere come una maledizione ieratica. Il nome parla da sé: resuscita i morti. Ha una storia nobile — lo si ordina da Harry's Bar di Londra dal 1930, un anno prima che Karl Freund cominciasse a fasciare Boris Karloff — ma quello che porta in bocca è qualcosa di più acido, più disturbante, più lunare di quanto il nome elegante lasci presagire. L'assenzio è la mummia: quasi invisibile, quasi assente, eppure cambia tutto. Ti perseguita nel retrogusto come Katie che cammina sul soffitto. Avvertenza: il leggendario Harry Craddock, autore del Savoy Cocktail Book, suggeriva di berlo abbastanza rapidamente prima che ti resuscitasse più di quanto tu potessi gestire.

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Il verdetto su Lee Cronin - La mummia: horror feroce e autentico

La Mummia di Lee Cronin non è un horror rassicurante, né un gioco nostalgico con il mito. È un film che graffia, che insiste, che ti costringe a restare davanti a qualcosa che si decompone — un corpo, una famiglia, un’idea di amore che non sa più come salvarsi.

Non tutto funziona: il caos a tratti prende il sopravvento. Ma dentro quel disordine c’è un’urgenza rara, quasi scomoda. Cronin non vuole solo spaventare: vuole mettere lo spettatore nella posizione più difficile possibile, quella di chi guarda e non sa come aiutare.

E allora la vera domanda non è se la mummia torni in vita.

È se siamo pronti a guardarla mentre si disfa, sotto una luce troppo forte per potersi nascondere.

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